• on Novembre 20, 2022

Nei rifugi di Mykolaiv i racconti degli orrori di Kherson e della resistenza di un popolo

Gli orrori compiuti dall’esercito russo a Kherson e nei villaggi vicini. Non si parla d’altro nel rifugio antiaereo a Mykolaiv. Andriy è autista di tir ed è appena tornato da Snigurivka.

“Abbiamo portato aiuti umanitari, generatori, coperte. La gente è rimasta senza cibo, acqua, elettricità per 9 mesi. Ci sono anche bambini. È stato un miracolo che i russi siano andati via ed è stato un miracolo che queste persone siano sopravvissute in quelle condizioni”. Andriy fa vedere le immagini video girate con il telefonino. Strade sterrate dove attorno si vedono case rase al suolo, tetti sventrati, muri segnati dai colpi di mortaio.
“Se ne sono andati via così, da un giorno all’altro, senza dire nulla. Dove sono passati, hanno lasciato terre completamente distrutte”. Si dice che la gente per la fame abbia addirittura mangiato i cani.
A Mykolaiv non si fa altro che parlare di Kherson. Dopo l’euforia della liberazione, si scoprono gli orrori che si sono compiuti nella città occupata e nella Regione. I racconti dei crimini commessi russi viaggiano di bocca in bocca senza la possibilità di verifiche e conferme ufficiali. Enorme e inimmaginabile è il numero di giornalisti, foto reporter e video maker che in questi giorni sono arrivati qui da tutto il mondo per raccontare questa guerra. Questa sera al rifugio sono passati anche gli attivisti di Human rights watch venuti qui con la mission di entrare a tutti costi a Kherson e nei villaggi per documentare e accertare cosa è realmente accaduto in queste terre durante l’occupazione e lo scontro armato. Cercano passaggi e permessi per entrare. Non vogliono aggregarsi ai press tour. Sarà il loro un lavoro lungo, faticoso, difficile ma essenziale per stabilire una verità che sarà necessaria domani per ricostruire nella giustizia e nella verità il futuro di questo popolo. “Ci hanno raccontato – dice Andriy – di aver visto i russi spogliare un uomo legarlo al carro armato e portarlo per la città”. Olha invece racconta che suo papà aveva preso in affitto dei terreni a Kherson ma ora sono tutti minati e le apparecchiature tutte bruciate. Insomma, è l’investimento di una vita andato letteralmente in fumo. Victoria parla di Kazanka, un villaggio della regione a 50 chilometri dal fronte. Chiama al telefono una sua amica per farsi dare le ultime notizie. Dice che le persone preferiscono lasciare la città perché hanno paura che i bombardamenti riprendano più forti e più violenti di prima perché i russi ora sono più arrabbiati. Prima di andare via i russi hanno minato anche la diga e ora la gente ha paura che i russi possano bombardarla. Se dovesse succedere sarebbe una tragedia. L’acqua spazzerebbe via tutto.

La vita nel rifugio scorre così. Le notizie rimbalzano. Così come le foto e i video girati. Colpiscono le immagini delle case trivellate dagli “Himars”, micidiali bombe di ultimissima generazione che riescono a puntare l’obiettivo con la massima precisione. Quando esplodono partono 12 mila pallini in tutte le direzione che distruggono e uccidono tutto.

Fa freddo a Mykolaiv. È un freddo umido che ti entra nelle ossa. Le strade sono deserte ma rispetto a due mesi fa si vedono meno militari e mezzi corazzati in giro. All’angolo di una piazza una folla di persone si è messa in fila . Distribuiscono non solo pacchi con cibo e beni di prima necessità ma anche pasti e bevande calde. Ad aspettare il proprio turno sono praticamente solo anziani. Uomini e donne stretti dentro un giubbotto pesante e cappello e guanti di lana per ripararsi dal freddo. È il segno di una città svuotata di giovani. Gli allarmi anti aerei suonano soprattutto dalla mezzanotte alle due. Ma la relativa calma che si respira per strada di giorno è solo apparente. “Non siamo tranquilli”, dice….. “Anche se i russi se ne sono andati, siamo sicuri che ce la faranno pagare tenendoci sotto pressione”. I segni della guerra sono visibili e purtroppo recenti. La scorsa settimana un missile ha centrato in pieno un liceo. Si vede l’androne con le scale che portavano alle classi. Tra le macerie si scorgono chiaramente le bacheche con gli avvisi e forse con gli orari delle lezioni e dei ricevimenti. Vite spazzate via e ridotte in polvere e pietre.
Dieci giorni fa hanno colpito un edificio residenziale dove hanno estratto i corpi di un bambino e dei suoi genitori. In un altro complesso le vittime sono state molte di più. Dal palazzo sventrato si vede chiaramente un salotto con una libreria piena di libri che ora si affacciano sul vuoto. La guerra è così: spezza la quotidianità.

 

Maria ha 16 anni. Frequenta l’ultimo anno di liceo. Dice di non sapere ancora quale facoltà sceglierà. “Non riesco e faccio fatica ad immaginare qui e ora il futuro”, confida. Continua a fare le lezioni online. Ma della sua classe sono rimaste solo in due a Mykolaiv. Il resto dei suoi compagni è fuggito all’estero. Quando le si chiede cosa le manca di più non risponde. Ricorda però benissimo giorno in cui è scoppiata la guerra. Dice che è stato il giorno più brutto della sua vita. Quando è suonata la sveglia per andare a scuola avevo sonno così ho spostato la suoneria in avanti di 5 minuti. Mi riaddormentato ma a svegliarmi sono le esplosioni delle bombe. In quei 5 minuti sono passata dalla normalità di una mattinata di scuola all’orrore della guerra. Quei cinque minuti hanno cambiato per sempre la mia vita. Ho pianto. Ma era più che altro una reazione isterica perché non sapevo cosa fare e non capivo cosa stava succedendo. Ma da allora non ho pianto più”.