• on febbraio 3, 2021

Navalny punta dell’iceberg. Lipke: “In Russia violenza, povertà e mancanza di libertà”

L’attivista Aleksej Navalny, e maggior oppositore di Putin, è stato condannato a tre anni e sei mesi di prigione, a cui è stato sottratto l’anno già trascorso agli arresti domiciliari mentre l’indagine era in corso nel 2014. Quindi dovrà scontare una pena di due anni e mezzo. Questa la sentenza del tribunale distrettuale Simonovsky di Mosca dopo una giornata di udienza. La Corte ha deciso di confermare le “violazioni” (che già la Corte di giustizia europea aveva valutato come non giustificate) che pendevano a suo carico, sospese a motivo dell’avvelenamento di cui Navalny era stato vittima lo scorso agosto. “Io non ho paura e voi non abbiate paura”, ha scritto l’attivista su un foglio mentre si svolgeva il processo. Nelle scorse due domeniche i sostenitori di Navalny a migliaia sono scesi in piazza e la risposta della polizia è stata una valanga di fermi e arresti e violenze contro i manifestanti. Subito dopo la lettura della sentenza, un coro di condanne si è levato dall’Europa: oltre a numerosi capi di Stato, i numeri uno dell’Ue hanno protestato. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione lo ha fatto “nei termini più forti possibili” e ha ovviamente chiesto il rilascio “immediato e incondizionato” di Navalny; David Sassoli, presidente del Parlamento Ue, ha anche chiesto che “termini la persecuzione e la violenza contro i manifestanti”; Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, ha scritto che “noi non accettiamo questa sentenza: la giustizia non deve essere politicizzata”. E l’Alto rappresentante Ue Josep Borrell ha ricordato che la sentenza infrange “gli impegni internazionali della Russia sullo stato di diritto e le libertà fondamentali” e va “contro il verdetto della Corte europea che ha giudicato questo caso arbitrario e irragionevole”. Proprio Borrell volerà a Mosca dal 4 al 6 febbraio prossimi e ha già dichiarato che vorrà discutere di cooperazione ma soprattutto mettere sul tavolo le “preoccupazioni riguardo alle libertà fondamentali e ai diritti umani in Russia”. Ha chiesto anche di poter incontrare Navalny. Il Sir ha intervistato il gesuita Stephan Lipke, direttore dell’Istituto San Tommaso di Mosca, per analizzare più da vicino i fatti.

I numeri sui partecipanti alle manifestazioni (e sugli arresti) di domenica 23 e 31 gennaio sono contrastanti, ma molto consistenti. Che aria tira a Mosca?
La cosa più straordinaria è che le manifestazioni sono state in tutte le province del Paese e questo è eccezionale perché di solito si mobilitano i cittadini di Mosca e San Pietroburgo, e se avviene nelle province è per un motivo specifico, locale. Ci sono stati anche tanti arresti, è vero, oltre cinquemila. Per una parte della popolazione la vita è ripresa con il “business as usual”, ma c’è anche tanta gente che discute su come interpretare le cose.È ovvio che la gente è molto divisa e lo sono anche i fedeli della Chiesa cattolica, lo posso dire con sicurezza, ma anche nella Chiesa ortodossa.

È in gioco solo la questione Navanly o c’è altro?
Formalmente solo Navanly, anche se c’è un altro slogan che le piazze hanno gridato, e cioè “libertà ai prigionieri politici”, che sono le persone vicine a Navalny, ma anche casi del passato, e che la gente vuole siano liberati. Per il momento non ci sono slogan direttamente politici, tranne uno che ho letto: “Putin vada in pensione”.

Lei che cosa ne pensa?
È ovvio che è una situazione di violenza da parte del governo e della polizia sia in questi giorni, sia nel passato, con limitazioni sempre più crudeli delle libertà delle persone. Anche la libertà della religione viene limitata molto fortemente. Per il momento noi cattolici non siamo vittime, ma conosciamo la vicenda crudele dei testimoni di Geova che sono in prigione.

Tutte queste limitazioni delle libertà vanno avanti progressivamente e diventa sempre peggio con l’andare del tempo.

Durante i primi anni di Putin, la polizia era obbligata ad agire secondo regole che proteggevano la gente. Questo sta diminuendo e gli atti da parte della polizia diventano crudeli e meno comprensibili. C’è razzismo tra i poliziotti: se uno ha la pelle un po’ più scura viene controllato e fermato per ore; ci sono i casi delle donne delle filippine violentate dai poliziotti negli uffici o nei boschi. E tutto questo soprattutto qui a Mosca diventa sempre più evidente perché l’obiettivo è che la polizia abbia dei privilegi, perché così li difenderà e quindi difenderà il sistema che li permette.

(ANSA/SIR)

Sta veramente nascendo un’opposizione che riesca a essere tale, segnando una novità nel dibattito politico?
Sarebbe già stato possibile tante volte se ci fosse stata una televisione libera, perché per la maggioranza della popolazione ancora adesso internet non è una fonte importante di informazione. Ma la televisione è diventata molto più unilaterale: negli anni di Putin sono stati cambiati i direttori di tanti canali e quindi è difficile che il discorso dell’opposizione arrivi alla gente. Per il momento la posizione dell’opposizione è ancora acerba: è chiaro ciò che non vogliono, ma faticano a formulare ciò che vogliono. È anche conseguenza del fatto che così marginalizzata, fatica a costruirsi come identità politica. L’indice di gradimento nei confronti di Putin è sempre altalenante, ma se la gente dovesse avere la prova che anche lui ruba soldi dello Stato tutto potrebbe cambiare. Se la gente crederà ad esempio al film sul palazzo di Putin che è uscito due settimane fa allora diventa rischioso. Fin qui la narrativa è stata che ci fossero corrotti attorno al presidente, che lui periodicamente fermava, e questo era utile anche per eliminare persone non più gradite. Ma se dovesse emergere la certezza che lo stesso Putin fa parte di un sistema corrotto, tutto potrebbe cambiare.

Gli esiti del processo Navalny cambieranno qualcosa?
Le emozioni cambiano rapidamente qui e molto dipende da come vengono date le prime notizie. I primi a conoscere gli esiti del processo sono i giovani che usano internet. Ma per la maggioranza Navalny in sé non sposta tanto le cose; l’unica cosa che può cambiare è la questione della corruzione. Anche perché tanti si interrogano se Navalny sia meglio di Putin. Navalny come tale è importante forse per il 25% della popolazione.

C’è stata anche una polemica sul fatto che Navalny abbia fatto scendere in piazza gli adolescenti per fare numero. Ha molta presa sui giovani?
Quando io avevo 13 anni avevo una posizione politica molto chiara. Perché altri non dovrebbero averla? Poi i giovani amano l’avventura, ma che Navalny abbia usato questo non mi pare. I suoi discorsi, per come li leggo io, sono rivolti agli studenti universitari, il linguaggio e lo stile sono per i giovani, dai 17 anni in su.

In un’intervista il metropolita Hilarion ha esortato a risolvere i problemi sociali con una evoluzione e non con una rivoluzione. A quali problemi fa riferimento?
Certamente la disuguaglianza, soprattutto la povertà della stragrande maggioranza degli anziani che hanno pensioni veramente basse; un sistema sanitario buono nelle città più grandi, ma povero in provincia. Poi, credo, il futuro dei giovani e in generale il futuro economico del Paese:

che cosa succederà alla Russia se un giorno il mondo non avrà più bisogno del gas e del petrolio?

E ancora l’incertezza delle norme e la loro contraddittorietà: perché chi ha un lavoro autonomo o un’impresa, ogni giorno può essere controllato e trovato in difetto fermato nella propria attività, se a qualcuno non piace.

Quanto gli strascichi della pandemia entrano nelle proteste?
Direi che non entrano, a differenza ad esempio della Bielorussia: qui la gente ne parla pochissimo, porta la mascherina nei mezzi pubblici, ma poi tanti fanno finta di nulla e quelli che hanno veramente paura non scendono in piazza. Il virus resta un po’ fuori dalla politica, e le regole vengono usate quando sono utili: “la severità delle leggi viene mitigata dal fatto che non è obbligatorio osservarle” si dice in Russia, a meno che servano; allora il governo e la polizia possono imporre che vengano osservate.