• on aprile 4, 2022

Mons. Coșa (Chișinău), “guerra rischia di acuire scontri e divisioni ma la Chiesa è casa aperta per tutti”

“A dire la verità, noi da qui non percepiamo nessun movimento e nessun segnale. I nostri sacerdoti e suore ci dicono che la vita scorre nella normalità. Questi messaggi che ci arrivano da Internet, non possono essere verificati da noi”. Raggiunto telefonicamente dal Sir, è mons. Anton Coșa, vescovo di Chișinău, a spiegarci cosa sta succedendo in Transnistria, questa piccola regione, infilata tra l’Ucraina e la Moldavia. Nelle ultime ore, soprattutto con l’acuirsi degli attacchi su Mykolaiv e Odessa, sembra salire la tensione: Kiev parla di manovre sospette e provocazioni ma il Ministero degli Esteri moldavo, citato da Ukrainska Pravda, smentisce e afferma che al momento, non ci sono informazioni che confermino la mobilitazione di truppe russe in Transnistria. Interrogato dal Sir su quanto sta accadendo, il vescovo di Chișinău, tiene subito a ribadire: “Noi come chiesa stiamo molto attenti a non inserirci o provocare discussioni che possono essere motivo di scontro anche all’interno delle nostre comunità che sono abbastanza eterogenee come provenienza”. I cattolici qui sono polacchi, ucraini, russi. “In Transinistria – spiega il vescovo di Chișinău – la maggior parte della popolazione è informata attraverso media di origine russa perché in questa regione arrivano solo informazioni russe. E’ chiaro quindi che loro hanno una percezione della realtà che è diversa dalla nostra. Se arriviamo noi con delle affermazioni o considerazioni diverse, rischiamo di essere motivo di confronto anche all’interno delle nostre stesse comunità. Qualche nostro sacerdote mi segnalava questo aspetto con dolore”.

La parola d’ordine quindi in questo momento delicatissimo di conflitto in corso, per la Chiesa locale è una sola: “non provocare nelle nostre comunità sentimenti di sfiducia gli uni verso gli altri o generare addirittura motivi di paura anche verso i nostri sacerdoti che sono origine polacca, italiana, romena. Ho scritto anche ai nostri sacerdoti per richiamarli ad avere il giusto atteggiamento di pastore verso il gregge e non provocare divisioni o scontri con affermazioni che si schierano contro o a favore di qualcuno”. E aggiunge: “dobbiamo partire tutti dal presupposto che ciascuno è libero di pensare e scegliere ciò che ritiene più opportuno e nessuno può essere obbligato ad aderire a quello che penso io”. In queste terre, le provenienze e i paesi di riferimento sono diversi. “Ci sono tanti qui – spiega mons. Cosa – che hanno in Russia i loro figli, le loro madri, i loro padri. E’ normale che il loro punto di riferimento sia quello russo. Da qui nasce la differenza di opinioni. Nasce dalla prospettiva con cui si guarda ciò che sta succedendo. Di fronte allora a questa diversità, il giusto atteggiamento è quello di fare silenzio, mettersi in ascolto dell’altro fino in fondo, e credere che ciò che dice, è una convinzione radicata nel cuore”. Insomma, la guerra in atto rischia di dividere ancora di più una società attraversata da differenze. “E’ quindi molto importante – sottolinea il vescovo – stare attenti a non fare il gioco di nessuno, non cadere nelle manipolazioni o nella propaganda, ed essere soprattutto di buon esempio. Le nostre preghiere sono per tutti. Le nostre iniziative di carità accolgono tutti. Le nostre Chiese sono aperte a tutti. Solo così possiamo portare il nostro contributo. D’altronde Gesù ha detto: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli…guardate come si amano e son pronti a morire gli uni per gli altri”.

Sul fronte rifugiati, la piccola Moldava è stata fin dall’inizio del conflitto in prima linea. Ad oltre un mese dalla guerra, non ci sono più i numeri grandi dei primi giorni. Si conta però una presenza ancora di 100.000 persone. Ci sono quelli che hanno cominciato a tornare a casa, almeno per vedere e controllare la situazione. Sono quindi le persone che aspettano il momento opportuno e sicuro per ritornare in Ucraina. Ci sono poi quelli che pensano di continuare la strada verso altri paesi dell’Occidente e quindi tanti sono già partiti. Ci sono poi quelli che erano partiti per lavoro per l’Ucraina ma sono di origine moldava e sono quindi ospiti nelle loro case di origine, presso parenti o amici. Ma anche loro vengono aiutati perché hanno difficoltà. “Noi come Chiesa e come istituzioni legate alla Chiesa abbiamo fatto attenzione a queste sfumature del fenomeno migratorio, adeguando gli aiuti alle diverse necessità dei rifugiati. Molti sono tornati in Ucraina nonostante non sia cessato il pericolo perché a casa avevano lasciato il marito o i figli più grandi. E poi questo è il tempo anche per ritornare a lavorare la terra e se non lo fanno, la prospettiva è di morire di fame”.