• on dicembre 7, 2020

Milano: il “tocca a noi” in questo strano Sant’Ambrogio

Non è il solito Sant’Ambrogio. La Milano di oggi, nel tempo della pandemia, soffre come soffre il resto del Paese, il resto del mondo. Il Covid-19 ha colpito duro in Lombardia e la metropoli risente della crisi sanitaria, economica e sociale. Meno luci per le strade in questo 7 dicembre, quando si ricorda il vescovo e patrono della città. Negozi tutt’altro che sfavillanti. Metà della gente per strada. Piazza Duomo meno affollata e, soprattutto, senza turisti.
Le tradizioni ne risentono. Si rinuncia alla fiera degli “Oh bej! Oh bej!”, l’inaugurazione della stagione della Scala è in tono minore, la consegna degli “Ambrogini d’oro” va in streaming. Persino i “firòn” di castagne e il castagnaccio, tipici di questi primi giorni di dicembre, sembrano avere un altro sapore.
Nelle celebrazioni religiose si cerca di tornare al senso di comunità: anche Milano ha bisogno di ritrovarsi, di fermarsi a pensare… e di accogliere parole di speranza.
Ci pensa, in questo senso, l’arcivescovo Mario Delpini che, venerdì scorso, ai primi vespri della solennità di Sant’Ambrogio, nell’antica basilica che ne custodisce le spoglie, rivolge il discorso “Tocca a noi, tutti insieme”. La disanima del tempo presente, la denuncia dell’individualismo, l’invocazione di un sogno-progetto condiviso, lo portano ad affermare: “Vorrei riconoscermi nel popolo delle donne e degli uomini di buona volontà, di quelli che sono rimasti al loro posto, che hanno sentito in questo momento la responsabilità di far fronte comune, di moltiplicare l’impegno. Trovo pertanto giusto fare l’elogio di quelli che rimangono al loro posto: grazie a loro la città funziona anche sotto la pressione della pandemia. […] Rimangono al loro posto e fanno andare avanti il mondo: gli ospedali funzionano, i trasporti, i mercati, i comuni, le scuole, le parrocchie, i cimiteri, gli uffici funzionano. Dietro ogni cosa che funziona c’è il popolo, che nessuno può conteggiare, di coloro che rimangono al proprio posto”.

Le autorità presenti in Sant’Ambrogio (foto ANSA/SIR)

Nel discorso s’incontrano elementi essenziale sui quali impostare il futuro: le radici, la fede, la famiglia, la sfida educativa, l’edificazione di una comunità plurale, un chiaro “no” al populismo e un “sì” forte e ribadito all’impegno, personale e comunitario.
Nella parte finale del discorso l’arcivescovo esplicita nuovamente il concetto nell’“elogiare e incoraggiare quelli che si fanno avanti”, “quelli che dicono: Eccomi! Tocca a me!”. E, a scanso di equivoci, li elenca: sono, ad esempio, coloro “che si fanno avanti per gli incarichi istituzionali e ne assumono le responsabilità”, pur “consapevoli di non avere ricette e soluzioni per tutti i problemi, ma si mettono in gioco, con spirito di servizio”, pur esponendosi a critiche talora “fondate e costruttive”, talora a “polemiche ingenerose, aggressive e offensive”. A chi pensa Delpini? A sindaci, forze dell’ordine, operatori dei servizi pubblici “che nel momento dell’emergenza e nella vita ordinaria, di fronte ai disastri e di fronte ai problemi quotidiani si fanno avanti con la naturalezza di chi dice: Tocca a noi!”.Poi c’è chi afferma: “tocca a noi assistere i malati che abbiamo in casa, curare i malati ricoverati, visitare i malati a casa, fare lezione, far funzionare l’ufficio, i trasporti, insomma la città. Tocca a noi!”. Il vescovo cita i volontari che assistono chi è nella miseria e nella solitudine, chi tende la mano al prossimo. E ringrazia anche chi vorrebbe sinceramente farsi avanti, ma per seri motivi al momento non lo può fare.
In questo strano sant’Ambrogio il “Tocca a noi” del vescovo Mario risuona come una parola di fondata e concreta speranza: rimboccarsi le maniche e serrare le fila, in “stile ambrosiano”, per cominciare a guardare oltre la pandemia.