• on Settembre 5, 2022

McDonagh in gara con “The Banshees of Inisherin”. Fuori Concorso “In Viaggio” di Rosi sul Papa e “Don’t Worry Darling” della Wilde

Con “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” aveva conquistato la Mostra del Cinema nel 2017. A distanza di cinque anni il regista anglo-irlandese Martin McDonagh torna in Concorso con “The Banshees of Inisherin” (in Italia “Gli spiriti dell’isola”), racconto storico-favolistico condito di malinconia e umorismo nero, dove l’autore ritrova gli attori Colin Farrell e Brendan Gleeson, già nel suo lungometraggio “In Bruges” (2008). Al Lido è il giorno poi di due titoli di grande richiamo: il documentario “In Viaggio” firmato da Gianfranco Rosi, sguardo sul pontificato di papa Francesco attraverso i suoi 37 viaggi apostolici in dieci anni; e ancora, nel segno del glamour hollywoodiano, “Don’t Worry Darling” di Olivia Wilde con la popstar Harry Styles. Il punto Cnvf-Sir dalla Mostra.

“The Banshees of Inisherin” – in Concorso
Martin McDonagh spiazza ancora, cambiando sfondo narrativo. Dopo i successi “In Bruges” (2008), “7 psicopatici” (2012) e “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” – che ha portato all’Oscar Frances McDormand e Sam Rockwell –, si presenta con “The Banshees of Inisherin” a Venezia79 con una storia ambientata nell’Irlanda degli anni ’20, durante la stagione della guerra civile.

La storia. Irlanda 1923. Sull’isola di Inisherin vive il mite Padraic (Colin Farrell) insieme alla sorella Siobhán (Kerry Condon). Padraic conduce un’esistenza serena, senza troppi sussulti, prendendosi cura degli amati animali, tra cui l’asinello Jenny. Il suo appuntamento fisso è la pinta di birra al pub insieme all’amico Colm (Brendan Gleeson). All’improvviso Colm si rifiuta di trascorrere del tempo con lui, rivelando aperta ostilità: non lo vuole più vedere. Perplesso e affranto, Padraic fa di tutto per scoprire il cambiamento di rotta dell’amico. Un “accanimento” affettivo che produrrà non poche perturbazioni sulla quotidianità dell’isola…

Brendan Gleeson and Colin Farrell in the film THE BANSHEES OF INISHERIN. Photo by Jonathan Hession. Courtesy of Searchlight Pictures. © 2022 20th Century Studios All Rights Reserved.

Così il protagonista Colin Farrell: “Non stiamo semplicemente raccontando la storia di persone che vivono su un’isola. L’esplorazione della fedeltà, dell’amicizia, della separazione, della solitudine, della tristezza, della morte, del dolore e della violenza: sono sentimenti estremamente umani con cui possiamo identificarci e da cui siamo tutti stati toccati”.

Affascina ma lascia anche interdetti “The Banshees of Inisherin”. La regia di McDonagh è presente e vigorosa, proponendo soluzioni descrittive di grande suggestione; lavora poi con accuratezza, in chiave introspettiva, sui personaggi che i due attori Farrell e Gleeson tratteggiano con bravura. In particolare, è Farrell a convincere di più con corde espressive dolci e vulnerabili. Il film si colloca in un momento preciso della storia irlandese, la guerra civile, un conflitto che non arriva mai sull’isola di Inisherin, ma di fatto risuona nell’opposizione sorda tra i due ex amici. Scandito da richiami folcloristici e religiosi, il racconto si dipana in maniera acuta, anche se a ben vedere McDonagh incede con un’ambiguità esasperante sull’origine della lite tra i due. “The Banshees of Inisherin” possiede elementi tematico-valoriali di indubbio valore, ma rischia di smarrire senso e pathos a favore di un taglio stilistico-narrativo estetizzante e pretenzioso. Consigliabile, problematico, per dibattiti.

“In Viaggio” – fuori Concorso
Nell’ultimo decennio Gianfranco Rosi ha conquistato critica e pubblico attraverso racconti di periferie e ultimi, che gli hanno permesso di vincere il Leone d’oro a Venezia (“Sacro G.R.A”, 2013) e l’Orso d’oro a Berlino (“Fuocoammare”, 2016). Nel 2020 con “Notturno” si è spinto poi nei territori martoriati dalla guerra senza senso e fine in Medio Oriente, mostrando un umanità tragica e resiliente. Ora l’autore prova a compiere un ulteriore passo in avanti lungo il suo tracciato narrativo, marcato da impegno civile, accostandosi a uno dei testimoni più straordinari e trascinanti del nostro presente: papa Francesco.

Rosi presenta a Venezia79 “In Viaggio”, sguardo analitico ed emozionale sul cammino di papa Francesco nei suoi 37 viaggi apostolici, toccando 59 Paesi, in quasi dieci anni di pontificato (dal marzo 2013).

(_Papa_Francesco__Credits_Archivio_Vatican_Media_)

Ricorrendo inevitabilmente a materiale d’archivio, messo a disposizione dal Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, integrato da riprese originali dello stesso Rosi al seguito di alcuni viaggi papali, il documentario segue una linea precisa: declinare i temi del pontificato di papa Bergoglio, che ha a cuore soprattutto periferie, scartati, territori martoriati da povertà e guerre. “Il film – dichiara il regista – è il ritratto di un uomo che ci fa guardare oltre e riflettere su temi universali”.

Come fatto in precedenza da Wim Wenders, nel riuscito “Papa Francesco. Un uomo di parola” (2018), Rosi ha sentito il bisogno di confrontarsi con il primo Papa “venuto dalla fine del mondo”, che ha fatto della povertà e della misericordia i cardini del suo agire pastorale, missionario. Addentrandoci nelle pieghe dell’opera, a ben vedere si ritrova molto del cinema di Rosi, con richiami espliciti a “Fuocoammare” e “Notturno”. L’orizzonte tematico di fatto è lo stesso: ultimi e periferie. Possiamo affermare, pertanto, che “In Viaggio” convince e coinvolge, soprattutto per il suo “protagonista” e per il forte respiro sociale, civile, che emana. Forse il film soffre un po’ della mancanza di originalità: lavorando infatti su materiali di archivio più o meno noti, in partenza il margine di innovazione risulta abbastanza limitato. Nell’insieme il film è raccomandabile, poetico, per dibattiti.

“Don’t Worry Darling” – fuori Concorso
Con “Don’t Worry Darling” l’attrice hollywoodiana Olivia Wilde firma la sua prima regia, e si regala un cast di richiamo: la popstar Harry Styles, Florence Pugh, Chris Pine e Gemma Chan. Scritto da Katie Silberman, il film si snoda come un “The Truman Show” rielaborato in chiave femminista, dove gli uomini risultano incapaci di cogliere talento e indipendenza delle donne, che vorrebbero rinchiudere di nuovo nello stereotipo della perfetta casalinga americana.

La storia. Usa anni ’60, Alice (Florence Pugh) e Jack (Harry Styles) sono una coppia sposata che ha scelto di viere nella cittadina di Victory, fiorita come modello abitativo a ridosso di un centro di ricerca dove sono impiegati tutti gli uomini. Alle donne spetta solo il mantenimento della casa e dei figli. Quando una vicina della coppia mostra segni di malessere, denunciando manipolazioni dal fondatore di Victory, Frank (Chris Pine), Alice cerca di andare a fondo, minando la serenità familiare e la propria esistenza…

(photo__Credits_Merrick_Morton)

Il pregio di “Don’t Worry Darling” è la messa in scena, che ricostruisce lo sfondo sociale e culturale degli Stati Uniti degli anni ’60. La regista combina atmosfere stilose, ammantate una carica glam, per poi virare in un orizzonte psicologico claustrofobico e delirante. Il personaggio di Alice è l’emblema della donna che combatte per affermare la propria libertà di pensiero, azione e indipendenza; una donna che con l’inganno il marito Jack cerca di ricondurre a una posizione familiare subordinata, questo per “tutelare” il suo machismo in via di deterioramento. Senza incorrere in spoiler, possiamo affermare che “Don’t Worry Darling” risulta un thriller esistenziale patinato, dallo sguardo profondamente femminista. Un’opera di certo interessante, ma dalla costruzione un po’ troppo farraginosa. Consigliabile, problematico, per dibattiti.

La nota critica di Massimo Giraldi, presidente Cnvf – Giuria Signis
“Dopo il successo di ‘Tre manifesti a Ebbing, Missouri’, Martin McDonagh torna al Lido con una nuova storia che si snoda interamente in una piccola comunità, in questo caso isolata in mezzo al mare. Protagonisti due amici di vecchia data che, senza apparente motivo, vivono un acceso conflitto. Una distanza tra i due granitica, che non sembra trovare soluzione. Una metafora puntellata da note ironiche e dolenti, che sa parlare anche all’oggi, rimarcando la banalità che spesso è alla base di conflitti familiari e sociali. Fratture dolorose che spingono anche i miti a esplodere irreparabilmente. Un’opera intimista che graffia, ma non lascia segni. Quello che resta è una dimensione paesaggistica aspra e selvaggia, che riempie di sfumature poetiche la storia”.