• on giugno 5, 2020

Lungo il confine fra Italia e Slovenia dove torna la rete metallica a separare

Fra le vittime del Covid-19 ce n’è una che colpisce in modo particolarmente doloroso anche molte regioni di confine in tutto il nostro Paese: la speranza di un’Europa in cui una parola come frontiera risulti relegata ai soli libri storia accompagnandosi a verbi coniugati unicamente al passato.
Dinanzi all’espandersi della pandemia, ogni Stato dell’Unione ha scelto di procedere autonomamente mentre le istituzioni comunitarie rimanevano passivamente ad osservare l’evolversi della situazione incapaci di farsi capofila di percorsi condivisi e coordinati di prevenzione e contrasto al virus.
E così molti fra i Governi dei 27 hanno potuto giustificare la blindatura a macchia di leopardo dei propri confini con motivazioni supportate magari da tecnici della Sanità ma volte soprattutto ad esorcizzare (nel caos del momento) le paure della malattia ignota strizzando l’occhio alle rivendicazioni sovraniste dei propri elettori o gli interessi economici dei propri concittadini.

La (giusta) prevenzione è un’altra cosa: da sempre, però, dinanzi alla morte sconosciuta l’uomo ha bisogno di individuare un untore. Ai tempi del Manzoni era magari l’inconsapevole vecchietto intento a spolverare in chiesa una panca oggi è chi proviene da un “fuori” indefinito che può cambiare di volta in volta, secondo le esigenze…

E così è avvenuto anche lungo il confine fra Italia e Slovenia quando, a metà del mese di febbraio, il Governo di Lubiana ha deciso di vietare l’accesso dei cittadini italiani al proprio territorio bloccando fisicamente la quasi totalità dei passaggi abituali di transito. Rimosse ormai da tempo le vecchie ed arrugginite sbarre, si è fatto ricorso alla posa di massi o new jersey il cui messaggio non dava adito a dubbio: “di qui non si passa!”.

Improvvisamente l’orologio del tempo ha ripreso a correre all’incontrario, riportando le genti che vivono sull’Isonzo a 75 anni or sono quando (il 15 giugno 1945) a Lubiana veniva fissata la linea Morgan che sanciva la suddivisione della Venezia Giulia fra alleati e governo titino e la nascita delle zone A e B: era il prodromo di quel Trattato firmato a Parigi nel 1947 che avrebbe diviso genti e territori fino a quel momento uniti. La striscia di calce o pittura bianca segnata dai miliari americani non si era fermata alla superficie ma era penetrata nel profondo della terra e dell’anima delle persone.

Le ultime generazioni di giovani isontini e sloveni sono cresciute considerando il confine qualcosa di estraneo alla propria quotidianità.

L’ideale europeo in questa parte del Vecchio continente non è un concetto astratto ma la testimonianza che l’”utopia” di Schumann, di DeGasperi, di Adenauer, di Spinelli era stata fatta propria da tanti politici locali divenendo realtà: il loro coraggio e la loro visione profetica avevano portato ad avviare il dialogo ed a costruire ponti fra persone appartenenti a quelli che allora si definivano “sistemi diversi”. E questo assumeva un valore ancora più dirompente perché avveniva in quella città che aveva visto le sue piazze, le sue strade, i suoi campi tagliati in due con violenza ben 14 anni prima che il mondo si indignasse per il muro innalzato a Berlino nel 1961.
Il simbolo di questa storia è stata ed è quell’area che gli italiani chiamano “piazza della Transalpina” e gli sloveni “trg Evrope”: divisa dal filo spinato per oltre cinquant’anni, da luogo di separazione è divenuta icona della speranza per quell’Europa dei popoli che Mazzini per primo teorizzò quasi due secoli or sono.
Il mosaico posato a metà della piazza, realizzato anche con parti dei vecchi cippi di confine, ha visto italiani e sloveni unirsi per festeggiare prima l’adesione di Lubiana nell’Unione europea (il 1° maggio 2004) e poi l’estensione anche alla vicina Repubblica del trattato di Schengen (il 1° gennaio 2007): attestazione ufficiale di quella libera circolazione delle persone che in realtà, nelle terre bagnate dell’Isonzo, avveniva senza problemi già da lungo tempo.
Per i turisti ormai è un classico scattare una foto ricordo poggiando il piede sinistro in uno Stato e quello destro in un altro, prima di raggiungere il vicino bar della stazione per bere un caffè. Sotto gli ombrelloni le lingue si mescolano, testimonianza sonora di un unicum che ormai gli abitanti di Gorizia e Nova Gorica danno quasi per scontato, sottovalutandone troppo spesso la portata ed il significato.

Ma poi è venuto il Covid.

Il ritorno del “di qua” e “di là” ha avuto come conseguenza l’impossibilità di quella che sino a quel momento era una quotidianità di incontri e scambi fra istituzioni, fra persone, fra Chiese…

Ed ancora una volta il luogo più evidente dove tutto ciò si è manifestato è stata piazza Transalpina/ trg Evrope divisa da un’alta rete metallica posata in fretta quando i selfie attestavano l’idiozia di chi voleva dimostrare di potersene infischiare dei divieti solo per stappare una birra negli orari in cui i locali goriziani avevano dovuto già chiudere.

(Foto Pierluigi Bumbaca)

Sarebbe bastata – probabilmente – una maggiore responsabilità da parte di tutti (ed una diversa capacità di lettura storica da parte dei governi centrali) per non infliggere una nuova e così violenta umiliazione alla storia di due città o comunque, per ridurla al minimo tempo indispensabile: e questo soprattutto nell’anno in cui Nova Gorica si candida a Capitale della cultura europea per il 2025 presentando come valore aggiunto proprio la collaborazione con Gorizia,
Così non è stato ma la piazza, fortunatamente, ha saputo offrire una luce di speranza nel tempo buio della pandemia e sono fiorite tante iniziative spontanee per testimoniare la capacità delle persone di guardare veramente “oltre”. Incontri culminati con il tavolo veramente transfrontaliero che ha visto il dialogo dei sindaci Rodolfo Ziberna e Klemen Miklavic.

Fra pochi giorni, sperabilmente, verranno rimosse anche dalla piazza le reti e la circolazione riprenderà su tutti i valichi.

Speriamo, però, che veramente – come ci ha ricordato papa Francesco nel Messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali – questa storia possa divenire memoria: il confine aperto non è un dato scontato ma una conquista da vivere e difendere ogni giorno per poterla trasmettere alle generazioni future.