• on aprile 9, 2021

Lo snodo della riforma fiscale, a partire dalla lotta all’evasione

“Per raccogliere le risorse necessarie a migliorare l’accesso ai servizi di base, rafforzare le reti di sicurezza sociale e gli sforzi per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile è necessaria la riforma della tassazione domestica e internazionale, in particolare quando la ripresa avrà preso ritmo”. In questa chiave, inoltre, “le autorità politiche potrebbero considerare un contributo per la ripresa dal Covid-19, imposto sui redditi alti o sui grande patrimoni”. A sostenere questa tesi non è un cartello di associazioni solidaristiche, ma l’ultimo Fiscal monitor del Fondo monetario internazionale. Nel frattempo, negli Stati Uniti, Joe Biden ha annunciato la volontà di finanziare il megapiano da 2000 miliardi dollari con un netto aumento della tassazione sulle grandi imprese, sfidando i repubblicani su un terreno che sa bene essere molto insidioso.

La pandemia ha già provveduto a demolire la visione ideologica che – ben oltre il dovere di una sana politica di bilancio – aveva esaltato la riduzione del debito pubblico come un idolo sacrificale. Forse adesso il ripensamento comincia a investire anche le politiche fiscali. Dal punto di vista del rapporto con l’opinione pubblica – e quindi del consenso elettorale – è una partita molto più difficile. Il debito pubblico è un’entità che sembra illusoriamente lontana, tanto più a fronte di un risparmio privato che in Italia, lo scorso anno, è triplicato fino a 51,6 miliardi nonostante il lockdown (o forse proprio a causa di esso). Il Censis stima in 1300 miliardi la liquidità immobilizzata dagli italiani in contanti e depositi. Una cifra enorme dietro cui si nascondono drammatiche disuguaglianze (molti non hanno proprio niente da risparmiare, anzi), ma anche un calo ingente dei consumi e degli investimenti.

Quando invece si parla di tasse, tutti si sentono direttamente coinvolti e il dibattito politico si surriscalda. Basti pensare al braccio di ferro sul condono che in Consiglio dei ministri ha bloccato per giorni il varo dell’attesissimo “decreto sostegni”. O anche alle polemiche infuocate intorno al “cashback”, misura su cui è ovviamente lecito avere giudizi diversi ma che rappresenta pur sempre un timido tentativo di contrastare l’evasione fiscale. Vale a dire il nostro problema numero uno. Secondo le stime si tratta di 100-110 miliardi di imposte evase, una somma il cui recupero consentirebbe di riconsiderare dalle fondamenta il sistema tributario del nostro Paese. Sotto questo profilo sono possibili soluzioni tecniche di varia efficacia, ma alla base di tutto ci dev’essere il senso civico e solidaristico del pagamento delle tasse e il loro nesso con i servizi erogati alla collettività. Qui il ruolo dei partiti può fare la differenza: se dietro il facile slogan “meno tasse” si continuerà a strizzare l’occhio agli evasori reali e potenziali, allora nessuna sanzione o controllo potrà rimuovere alla radice il macigno dell’evasione.

Lo snodo cruciale del sistema fiscale italiano – oltre a quello della semplificazione, su cui tutti concordano – riguarda l’equità più che l’entità del prelievo. Tutti devono pagare le tasse e chi più ha più deve pagare. Il criterio della “progressività”, sancito dalla Costituzione e rilanciato dal premier Draghi nel suo discorso programmatico, non può essere aggirato con formule ad effetto. Piuttosto va declinato in maniera accorta e inclusiva. Per esempio tenendo conto dei carichi familiari che incidono in modo dirimente nella valutazione effettiva del reddito da tassare.