• on Maggio 28, 2022

L’esclusione degli atleti russi dalle competizioni. Pizzul: “Quello che sta succedendo è molto doloroso”

Sono forti gli effetti e le ripercussioni che il conflitto tra Ucraina e Russia sta avendo anche in campo sportivo, tanto con l’impedimento agli atleti russi di partecipare alle competizioni sportive, quanto sul piano economico, con tutte i contraccolpi che il blocco alle proprietà degli oligarchi riversa sulle società sportive di cui sono proprietari o cofinanziatori.

Scelte importanti, segnali forte e decisi, che entrano però in un mondo – quello dello sport – dove non ci si aspetta di trovare la politica. O forse non è così?

Assieme al giornalista Bruno PizzulLa voce isontina” ha cercato di ripercorrere la storia, per comprendere come, anche in passato, sia stato proprio lo sport a dare delle forti prese di posizione su situazioni geo – politiche gravi in atto nel mondo.

Proprio negli scorsi giorni l’Uefa ha deciso di escludere i Club russi dalle competizioni europee per l’annata 2022/23, seguendo quanto già fatto anche da altre organizzazioni di altre discipline come per esempio il tennis o il pattinaggio. Cosa ne pensa di questa scelta e che messaggio arriva in questo modo, in questo momento, dal mondo dello sport?
La questione è molto delicata. D’altra parte è una faccenda che si ripropone in maniera drammatica in questi ultimi tempi ma che non è nuova nel mondo dello sport e dell’olimpismo – già in passato, più volte, soprattutto in occasione di Olimpiadi e grandi tornei internazionali, c’era stata l’esclusione di Paesi che si erano resi responsabili di atteggiamenti non consoni a quella che è una convivenza civile tra i popoli.

È però abbastanza aberrante che vengano esclusi gli atleti da quello che è il panorama sportivo nel quale dovrebbero potersi misurare, anche perché condizionare il mondo dello sport a valori e a situazioni di carattere politico, e addirittura bellico, è sempre abbastanza gravoso. È comprensibile vengano escluse le rappresentative sportive di Russia e Bielorussia, le loro squadre nazionali, mentre è meno comprensibile che vengano esclusi i singoli giocatori e atleti, che potrebbero partecipare benissimo senza essere etichettati come appartenenti a quegli Stati – in passato, per alcuni casi, è stata scelta una soluzione di questo tipo -.

È molto doloroso quello che sta succedendo, anche perché è risaputo che moltissimi atleti Russi sono contrari alla guerra, lo hanno detto anche apertamente. Dall’altra parte è un segnale che, in qualche modo, il mondo dà contro questo atteggiamento della Russia, assolutamente inaccettabile dal punto di vista della convivenza e della regolare dialettica politica tra i popoli.

Come accennava poco fa, anche in passato ci sono state prese di posizione importanti – pensiamo alle Olimpiadi del 1984 cui l’Unione Sovietica non partecipò per “motivi di sicurezza nazionale -. Fino a che punto la politica riesce ad entrare nello sport?
Ad ogni tornata olimpica ci sono stati dei boicottaggi clamorosi, pensiamo alla stessa Italia alle Olimpiadi di Mosca dell’80, che non partecipò come delegazione nazionale italiana ma come singoli atleti del Coni, aderendo al boicottaggio contro l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’allora Unione Sovietica; così ance nei Giochi olimpici a Montreal nel ’76, con il boicottaggio da parte dei Paesi africani, che decisero di non partecipare per protesta contro l’apartheid del Sudafrica. Alle Olimpiadi svolte Stati Uniti non parteciparono gli atleti dell’Unione Sovietica e via dicendo, di esempi se ne potrebbero fare molti.

Questa è una storia che purtroppo si ripete e che ci dice come sia tutt’altro che vero che nei nostri tempi moderni siamo fortunati perché non siamo coinvolti in vicende di carattere bellico: quest’ultima drammatica deriva ce lo dice in maniera chiara ed evidente, ma già in passato c’erano stati plurimi sintomi. Si ricorderà per esempio quante polemiche suscitò il fatto che l’Italia della Coppa Davis andò a giocare contro il Cile, considerato “Stato canaglia” per la dittatura di Pinochet e contro cui nessuno voleva competere. L’Italia invece andò, vinse, ma anche allora ci furono tantissime polemiche.

Lo sport, escludendo le estremizzazioni, è da sempre considerato sì momento di “scontro” figurato tra gli atleti o le squadre, “sana” competizione, ma anche momento di incontro – pensiamo proprio alle Olimpiadi che fanno incontrare e uniscono atleti da ogni parte del mondo -. In un contesto come l’attuale, quanto pesa il conflitto, quanto penalizza lo sport?
Pesa indubbiamente, anche perché ci sono degli esempi in senso veramente contrario. Penso ad esempio alla famosa “diplomazia del ping – pong” che in passato ha consentito la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Unione Sovietica, le quali incominciarono a “frequentarsi” proprio attraverso i tornei di tennis tavolo. Da lì, pian piano, si aprì la possibilità di qualche contatto e successivamente l’evoluzione fu allora decisamente favorevole; è chiaro che, attraverso lo sport, si possono aprire delle vie di contatto.

Altro esempio, anche nel calcio ci furono in passato partite clamorose, come ai Mondiali di Francia, in cui giocarono gli Stati Uniti contro l’Iran, due nazioni praticamente in guerra tra loro, eppure giocarono la partita, non successe nulla di grave e anzi, ci fu un ammorbidimento delle relazioni anche in campo politico e diplomatico.

Ci sono quindi anche delle possibilità di verificare che, attraverso magari dei contatti occasionali con lo sport, si aprono dei canali e delle prospettive.

Anche adesso che ci sono moltissimi tentativi di indirizzare la possibilità di aprire dei colloqui, contatti, lo sport potrebbe in qualche modo essere utilizzato in questa fase. È chiaro che non è facile, non è semplice, anche perché purtroppo abbiamo un’infinità di altri casi: la Jugoslavia, per esempio, esclusa quando c’era la guerra nei Balcani dall’Europeo, vinto poi dalla Danimarca – presa ai giochi al posto proprio dell’esclusa Jugoslavia -. Anche quella fu una scelta clamorosa, che lasciò poi una traccia profonda; anche tempo dopo in molti pensarono che, forse, la soluzione non era stata ideale.

Molti oligarchi russi possiedono, tra le loro grandi proprietà, anche forti investimenti su squadre sportive, in particolar modo calcistiche. Come influenzerà questo il panorama sportivo nel prossimo periodo e quali problematiche si potranno verificare?
È chiaro che la situazione è estremamente precaria e delicata. Ci sono alcuni casi abbastanza eclatanti, non da ultimo quello di Abramovich, forse il più famoso oligarca di questo tipo, che ha già declinato le proprie responsabilità nel calcio inglese. È quindi chiaro che, attraverso il blocco delle loro proprietà immobiliari e via dicendo, viene a crearsi una situazione che non può non avere degli effetti anche su quelle che sono le disposizioni dei magnati della Russia in campo calcistico e sportivo. Ce ne sono anche in Italia, per ora resistono ma la situazione è chiaramente tutta da verificare e da interpretare. Chiaro che si potranno verificare delle perdite, altrettanto chiaro che, dove la situazione gestionale è di valore sportivo della squadra è notevole, ci possono essere delle ragionevoli possibilità di sostituire questi oligarchi con altre soluzioni, ma è un discorso che mette in crisi proprio il modo in cui viene concepito e organizzato il calcio moderno.