• on Settembre 27, 2019

L’elemosiniere del Papa nei ghetti foggiani. Operatori Caritas: “Qui gli ultimi non possono che continuare a sentirsi ultimi”

Non c’era modo migliore per vivere la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato che si celebrerà domenica 29 settembre. Papa Francesco ha inviato oggi il suo Elemosiniere card. Konrad Krajewski a visitare i cosiddetti “ghetti” dell’area della Capitanata nel foggiano. Accompagnato dal vescovo di San Severo, mons. Giovanni Checchinato, e dall’arcivescovo di Foggia-Bovino, mons. Vincenzo Pelvi, l’Elemosiniere del Papa si è recato in due di questi insediamenti, in forma di baraccopoli o masserie abbandonate, per incontrare migliaia di lavoratori agricoli, per la maggior parte migranti provenienti dall’Africa (soprattutto da Nigeria, Ghana, Senegal e Gambia) ma anche dall’Est europeo (rumeni e bulgari), che vivono in condizioni di grave precarietà a livello giuridico, abitativo, sanitario. “Una visita annunciata da qualche giorno – dice al Sir Caterina Boca, operatrice Caritas da anni impegnata in queste realtà – che ha permesso al cardinale di capire in quale situazione vivono queste persone.

Parliamo di circa 4.000 tra uomini e donne, assiepati in centinaia di baracche, senza acqua e corrente elettrica, in condizioni igienico-sanitarie inesistenti, privi di qualsiasi sostegno e aiuto”.

Ci troviamo nell’area della Capitanata, in provincia di Foggia, da sempre a prevalente vocazione agricola, e per questo interessata da una forte presenza di lavoratori stagionali che nel corso degli anni si sono aggregati in insediamenti informali, occupando casolari abbandonati oppure costruendo vere e proprie baraccopoli. Con l’interruzione del pranzo consumato con operatori Caritas e migranti, il cardinale ha visitato i due grandi insediamenti della zona, a cominciare dal ghetto di Borgo Mezzanone, frazione del comune di Manfredonia, una piccola comunità rurale di circa 800 abitanti, appartenente alla Arcidiocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo. Da circa venti anni, l’ex aeroporto militare dell’Amendola, che si trova a poco meno di un chilometro dalla borgata, è adibito e usato per l’emergenza dei profughi. All’inizio occupato da quelli provenienti dalla vicina Albania e successivamente da quelli dell’Africa e Asia.


Il secondo insediamento visitato dal cardinale è stato il cosiddetto Gran Ghetto, sgomberato dalla polizia nel marzo 2017 dopo quasi 20 anni dalla sua nascita. Un’operazione durante la quale, a causa di un incendio scoppiato nella notte proprio a poche ore dallo sgombero, persero la vita due giovani maliani di circa 30 anni, Mamadou Konate e Nouhou Doumbouya. “In queste baraccopoli – continua Caterina – gli ultimi non possono che continuare a sentirsi ultimi. Descrivere questi luoghi non è facile.

Parliamo di una sorta di villaggio, composto di baracche più o meno grandi, venute su una dopo l’altra.

Eppure, strano a dirsi, al suo interno puoi trovare anche la baracca-bar, o quella del gommista. C’è anche la ‘baracca-pub’. Questo per dire che parliamo di un luogo fortemente degradato, di un ghetto – sottolinea Caterina – dove però chi lo vive e ci vive ha provato comunque ad umanizzalo, a normalizzarlo, a renderlo il più accogliente possibile. Il cardinale ha voluto vedere di persona e toccare con mano questa realtà. Ha indossato la stessa casacca di presidio che vestono i nostri operatori, ha parlato con i ragazzi e i ragazzi hanno risposto con affetto e gratitudine. Accompagnato dai nostri direttori ha girato i campi in lungo e in largo ribadendo che la sua visita, di cui ovviamente il Papa era al corrente, non aveva assolutamente l’intento di verificare il lavoro fatto o non fatto da altri.

Una semplice visita nata dal desiderio che, il Papa in primis e poi la Chiesa, hanno di stare con chi vive nella povertà e nel disagio, provando a dare, se possibile, un aiuto concreto, da aggiungere a quello di tanti altri e senza sostituirsi ad altri”.

Foto Elemosineria Apostolica

La Caritas italiana dal 2015 assiste i due assembramenti fornendo servizi e sostenendo in ogni modo i migranti che vivono nelle due baraccopoli. “In particolare – precisa Caterina – sono 12 le Caritas diocesane impegnate con decine di operatori per tre giorni a settimana nel sostegno ai migranti. All’inizio abbiamo messo in piedi dei presidi fissi o centri di ascolto, ma nel corso degli anni ci siamo però resi conto che, per loro, venire da noi non era cosa facile. I motivi sono molteplici. Allora abbiamo deciso che dovevamo essere noi ad andare. E così abbiamo organizzato i presidi mobili, con operatori che vanno sul posto, instaurano relazioni provando ad abbattere diffidenze e paure. Abbiamo scoperto che molti sono irregolari, ma tantissimi altri sono a posto con la legge, in possesso di un regolare permesso di soggiorno ottenuto per motivi umanitari. Immigrati regolari, e quindi potenzialmente in grado di esercitare diritti e adempiere doveri. Il problema vero, qui, è il lavoro nero e lo sfruttamento che sembrano avere sempre la meglio. Anche su questo fronte – conclude – si concentra il nostro operare. Parlando nelle scuole, nelle parrocchie proviamo a combattere questa piaga, che colpisce i migranti ma anche tanti italiani. Una piaga che paradossalmente non permette neanche a quei datori di lavoro onesti, e ce ne sono, di poter assumere regolarmente braccianti contrastando così il terribile fenomeno del sommerso”.