• on giugno 17, 2020

Le conseguenze devastanti della pandemia sull’occupazione

Le conseguenze della pandemia sull’occupazione sono devastanti. E’ una percezione diffusa che, purtroppo, trova un riscontro puntuale nei dati recentemente proposti dall’Istat e relativi al mese di aprile: 247mila occupati in meno rispetto a marzo, che pure aveva già registrato un forte calo. In due mesi il calo complessivo è stato di circa 400mila occupati e di un intero punto percentuale del tasso di occupazione. Il Governo ha appena emanato un nuovo decreto-legge per consentire alle imprese di utilizzare subito la nuova tranche di cassa integrazione prevista per settembre ed evitare così un “buco” nell’erogazione del trattamento. I sindacati, anche nel corso degli Stati Generali, hanno chiesto di prorogare il blocco dei licenziamenti sino alla fine dell’anno. Dal punto di vista economico-sociale siamo nel pieno di un’emergenza che fa impallidire persino la Grande Crisi dello scorso  decennio e ora gli interventi devono inevitabilmente tamponare le falle. Ma intanto si guarda al futuro perché le misure emergenziali non possono essere prolungate all’infinito.

E’ del tutto evidente che senza una spinta produttiva eccezionale non sarà possibile trovare una risposta adeguata anche al problema dell’occupazione. Il Paese deve riprendere a crescere, coniugando sostenibilità sociale e ambientale, e deve farlo a ritmi ben superiori a quelli asfittici della fase pre-Covid. Di qui il grande dibattito in corso, collegato anche alle forme di sostegno straordinario in arrivo dall’Europa.

Con un’estrema schematizzazione si possono individuare due filoni principali, che contengono elementi di verità insieme a tentazioni pericolose. Il primo filone trova alimento nella riscoperta del ruolo dello Stato che la pandemia ha fatto emergere e che ha ricadute anche nella sfera economica. A onor del vero, la reazione a una globalizzazione disordinata e all’ossessione per i vincoli di bilancio aveva aperto una riflessione su questo terreno già prima del coronavirus. Ma la necessità di massicci interventi statali diretti per fronteggiare le conseguenze della pandemia ha fatto compiere a questa riflessione un salto di qualità. Fino a quando e in che misura lo Stato dev’essere attore dell’economia? Qui la tentazione da evitare è quella dello statalismo e della sua traduzione sociale, l’assistenzialismo. Il Paese ha bisogno di posti di lavoro veri, non di posizioni assistite a oltranza che diventeranno sempre più insostenibili sul piano finanziario, oltre a essere inaccettabili in termini sociali e persino antropologici.

La tentazione opposta è quella di chi sostiene che solo lasciando la briglia sciolta all’iniziativa individuale e alle imprese sarà possibile rimettere in pista l’Italia. Meno tasse, meno vincoli  e tutele, e quasi magicamente l’economia riprenderà a correre. E peggio per chi non ce la fa. Abbiamo già visto i risultati di questa visione darwiniana dell’economia che tuttavia contiene un nocciolo su cui è impossibile non convenire: la necessità di semplificare le regole e ridurre la burocrazia. Senza alimentare, però, l’aspettativa di effetti automatici.

Nel campo del lavoro, per esempio, un recente studio pubblicato sulla Review of Political Economy ha esaminato la letteratura accademica internazionale nel periodo compreso tra il 1990 e il 2019 e ha rilevato che secondo la stragrande maggioranza delle ricerche la deregolamentazione del lavoro non ha determinato effetti benefici sull’occupazione. Il punto è che, in assenza di efficaci politiche attive del lavoro (un campo in cui l’Italia è in forte ritardo), la flessibilità finisce per non produrre nuova occupazione ma tutt’al più nuovo precariato.

Naturalmente le posizioni in campo sono molto più articolate e complesse rispetto a questa schematizzazione che però non è solo un espediente retorico per descrivere la situazione. Essa trova riscontro in quella contrapposizione tra Stato e mercato che è realmente presente nel dibattito pubblico anche in una fase drammatica come questa e impedisce di valorizzare le enormi risorse sociali di cui il Paese dispone. “Come società civile sentiamo il dovere di intervenire perché i corpi intermedi che costituiscono il capitale sociale italiano siano al più presto coinvolti in un grande lavoro di presa in carico delle famiglie e dei lavoratori colpiti dalla crisi”: iniziava così l’appello, inascoltato, sottoscritto ad aprile da decine di esponenti delle più significative realtà della società civile. A quell’appello ha fatto seguito un testo con una serie di proposte che nei giorni scorsi sono state presentate in una diretta online con esponenti del governo e della task force guidata da Vincenzo Colao. Proprio quest’ultimo, dopo aver presentato il suo Rapporto agli Stati Generali, ha dichiarato in un’intervista che “dobbiamo cogliere questo momento critico per favorire un’integrazione di pubblico e privato, di economico e sociale”. Detto con il linguaggio non ideologico di un top manager internazionale è proprio quel che sarebbe necessario per il Paese.