• on novembre 4, 2020

La vicinanza e la cultura dell’incontro. Ci sono rimasti gli sguardi

Ancora oggi, già nella didattica scolastica, all’interno del curriculum trasversale di “Cittadinanza e Costituzione”, si insiste molto su alcune tematiche educative – classiche o emergenti – che, in qualche modo, vengono sollecitate dalla quotidiana attualità: tra le altre, viene data attenzione particolare all’immigrazione e al conseguente razzismo, come se fosse la questione delle questioni dei nostri giorni.
La storia ci ricorda di come noi umanità abbiamo cominciato presto a disprezzare chi è diverso, chi è altro-da-me, soprattutto quando, in nome di una cultura pressappochista, si confezionavano mediocri ideologie di superiorità. E i ricorsi storici ci continuano a rammentare come l’uomo, “passata la tempesta” momentanea, è sempre pronto a ricalcare la via dei suoi errori passati.
Abbiamo cominciato a diffidare di chi ci è accanto. Abbiamo cominciato a disprezzare interiormente e fisicamente chi condivide con noi un pezzo di strada. Abbiamo cominciato a odiare e persino ad uccidere, in nome di un’ideologia o, peggio, di una pseudoreligione.
In questo tempo di pandemia, stiamo cominciando a rifugiarci in quella che mons. Giuseppe Giuliano, vescovo di Lucera-Troia, denunciava a chiusura della Settimana Biblica diocesana (11-18 ottobre 2020): la “egolatria”. Nel “mio mondo”, non c’è spazio per altri, neppure per chi c’è sempre stato. Non è più questione di immigrazione e di razzismo: la paura – che sta alla base di questo momento storico, governandolo – ci sta facendo allontanare da tutto e da tutti, portandoci a vivere le nostre singole identità in una società che non è più società, poiché amorfa. Contro ogni nostro più innato istinto di esseri sociali, ci stiamo accorgendo che nessuno appartiene più a nessuno, poiché temiamo anche un caloroso saluto o diffidiamo di un semplice accostarsi ad un amico. Viviamo nel sospetto che l’altro-da-me – chiunque esso sia –, col suo stare nella nostra vita, possa nuocere alla nostra salute.
Papa Francesco, attraverso la sua nuova lettera enciclica Fratelli tutti, firmata ad Assisi lo scorso 3 ottobre, ci riporta quanto già affermato in un incontro del 2013: «L’isolamento e la chiusura in se stessi o nei propri interessi non sono mai la via per ridare speranza e operare un rinnovamento, ma è la vicinanza, è la cultura dell’incontro. L’isolamento, no; vicinanza, sì. Cultura dello scontro, no; cultura dell’incontro, sì» (n. 30).
Occorre ripartire da questa verità per ritrovarci e per rinnovarci.
Perché se è vero che stiamo perdendo tanto in umanità, più che in salute, è anche vero che possiamo risollevarci a partire proprio da questo invito.
Perché non tutto è ancora perso e qualcosa di buono ancora ci è rimasto.
Oltre le mascherine, ci sono rimasti gli sguardi.
E, da qui, riprendere il cammino.

(*) direttore “Sentieri” (Lucera – Troia)