• on agosto 19, 2021

La stampa attacca Biden, ma gli americani volevano lasciare Kabul. La Chiesa in campo per accogliere i profughi

(da New York) Non c’è un metodo perfetto o imperfetto per perdere una guerra, ma il modo in cui gli Stati Uniti hanno perso l’Afghanistan è sotto il giudizio non solo degli americani ma del mondo: un fallimento. Gli Usa sarebbero dunque dovuti restare in Afghanistan, in uno status quo a tempo indeterminato, vista l’impossibilità di una vittoria militare? Il 73% degli americani è netto a questo riguardo: Kabul andava lasciata. Ma l’esecuzione di questo mandato è stata “imperfetta”, ha confessato l’addetto stampa del Pentagono Paul Kirby. Le esercitazioni a tavolino studiate a Washington non prevedevano una resa senza battaglia, né le centinaia di afghani disperati che si attaccavano all’aereo militare sulla pista di decollo, per poi precipitare al suolo quando il C17 si è levato in volo. Anche loro in caduta libera come i corpi delle Torri Gemelle: immagini strazianti difficili da credere a poco meno di un mese dal dal 20° anniversario dell’11 settembre, una data che lega indissolubilmente gli Usa all’Afghanistan.

Se il presidente Joe Biden voleva riportare nello Studio Ovale competenza e strategia, le immagini di Kabul, Herat, Kandahar suggeriscono ben altro. La stampa americana non risparmia critiche al vetriolo e non solo a lui, ma a tutti i commander in chief che hanno nutrito l’opinione pubblica di un falso ottimismo sui progressi “stabili” e “deliberati” dell’America in Afghanistan, quando già nel 2019, i cosiddetti “Afghanistan Papers” pubblicati dal Washington Post li avevano ampiamente smentiti. Un ritiro così caotico è il ritratto di un’ennesima guerra afflitta da lacune nell’intelligence, nella conoscenza del popolo, della storia, della sua strategia di accordi per quieto vivere. Gli Stati Uniti sul terreno afgano lasciano 2.000 miliardi di dollari, le vite di 2.448 tra militari e appaltatori, le ferite di 24.000 reduci, le vite di 47.000 civili e il servizio di 800.000 soldati.

Negli Usa questa è l’ora delle colpe democratiche e repubblicane, afghane e talebane. È l’ora della colpa per le Nazioni Unite, pressoché assenti e che si spera impediscano una possibile guerra civile; è l’ora della colpa per l’Unione europea senza strategia; del Pakistan condiscendente alla violenza; della Russia tornata amica. Colpa di isolazionisti e di generali; di falchi e false colombe. CNN, NBC, Fox news, New York Times; Los Angeles Times, PBS: non c’è canale o mezzo stampa che non sieda sul banco dell’accusa.

“Ma in questa guerra condotta a nome del popolo degli Stati Uniti, quanto gli statunitensi sono stati toccati in modo tangibile, se non per quelli che hanno avuto una persona della famiglia nella campagna in Afghanistan?” si domanda Matt Malone, direttore di America, la rivista dei gesuiti. “Negli ultimi anni chi di noi ha perso una sola notte di sonno preoccupandosi di Kabul? O ancora in questi venti anni quanto storie sull’Afghanistan pubblicate dai media sono state ignorate perché eravamo frettolosi, stanchi, annoiati?”, continua il gesuita, che dichiara “inconcepibile” inviare altri giovani americani in una guerra ventennale, “mentre tutti noi godiamo il lusso di non doverci preoccupare”. Per Malone la vera domanda da porsi non è cosa hanno fatto gli Usa negli ultimi 20 anni in Afghanistan, ma “cosa io e te non siamo riusciti a fare”.

David Friedman analista politico del Medio Oriente per il New York Times invita a leggere la politica del giorno dopo, e non quella della frenesia della ritirata. Per Friedman il team di Biden sarà giudicato da come cercherà di proteggere gli Usa da possibili nuovi terrorismi che finora ha provato a contrastare promuovendo i pluralismi da quelli di genere, a quelli religiosi e politici, a quelli sull’istruzione. L’altro banco di prova sarà l’accoglienza degli afgani che vogliono lasciare Kabul e non solo gli interpreti e i collaboratori dell’esercito americano ma anche tutti quelli che temono un governo fallimentare, appena partiti gli invasori; scene ben note in Libia, Libano, Yemen, Somalia.

Condoleezza Rice, ex segretario di Stato tra il 2005 e il 2009, insiste nel non giudicare il popolo afgano un popolo fallito perché non ha reagito all’assalto talebano. “Hanno combattuto e sono morti al nostro fianco, aiutandoci a sconfiggere al-Qaeda” commenta la Rice, aggiungendo che lavorare con loro ha consentito di “guadagnare tempo e costruire un apparato antiterrorismo non solo in patria ma in tutto il mondo. Non hanno scelto di stare dalla parte dei talebani”.

La “dignità umana” del popolo afgano “deve essere rispettata” in mezzo al caos in cui versa il Paese, ha dichiarato l’arcivescovo Timothy P. Broglio, a capo delle cappellanie militari. L’arcivescovo esprime forte preoccupazione per “la possibile negazione dei diritti umani, in particolare per le donne e le ragazze”, dopo la caduta del Paese e la partenza precipitosa del presidente afgano Ghani. Mons. Broglio chiede di sostenere gli sforzi umanitari e al contempo di assicurare una piattaforma di dialogo tra tutti i leaders locali e una partenza pacifica a chi vuole lasciare il Paese.

E mentre i governatori del Maryland e della Virginia si offrono di accogliere più rifugiati, la Chiesa cattolica americana, fin dalla creazione di un programma di reinsediamento dei rifugiati nel 2006, ha lavorato con il governo per consentire che i 73.000 afgani, titolari di un permesso speciale SIV, assieme alle loro famiglie venissero correttamente accolti. Ed in queste ore frenetiche è quello che sta facendo Catholic Charities in Virginia, man mano che arrivano aerei carichi di profughi in una base militare a Fort Lee, che vengono trasferiti nell’area di Arlington, dove si trovano già altri rifugiati, da lungo tempo, provenienti dall’Afghanistan. Catholic Charities si impegnerà per i prossimi cinque anni per garantire alloggio, sanità, istruzione, impiego. Su questo terreno si misurerà l’impegno della politica del giorno dopo, il giorno dopo.