• on giugno 30, 2021

La sentenza per l’omicidio di George Floyd è uno spartiacque nel razzismo sistemico della società Usa

(da New York) La memoria di George Floyd continua a vivere e ad ispirare politiche e azioni contro il razzismo sistemico che ha profonde radici non solo negli Usa ma in tanti stati nel mondo. Lunedì nel nome di questo afroamericano di Minneapolis, soffocato sotto il ginocchio di un poliziotto bianco il 25 maggio 2020, il commissario per i diritti umani all’Onu, Michelle Bachelet ha presentato un rapporto a “tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali degli africani e delle popolazioni di origine africana contro l’uso eccessivo della forza e le violazioni messe in atto dalle forze dell’ordine”. Le proteste seguite alla morte di George Floyd “hanno segnato uno spartiacque nella lotta al razzismo”, scrive la Bachelet. E uno spartiacque è stato segnato anche dalla sentenza di condanna a 22 anni e mezzo del poliziotto bianco Derek Chauvin, per omicidio di secondo grado. Secondo l’ufficio del procuratore generale del Minnesota, Chauvin, in qualità di agente, “ha abusato di una posizione di fiducia e autorità”, e ha trattato Floyd con ” particolare crudeltà”, mentre dei bambini guardavano quando Floyd è stato inchiodato al marciapiede, senza che tre dei suoi, ora, ex colleghi intervenissero. Anche loro sono in attesa di processo. Chauvin ha espresso le sue condoglianze alla famiglia Floyd ma non ha chiesto scusa e durante l’udienza, ha guardato inespressivo il volto di Terence, fratello di George mentre gli chiedeva: “Perché? Cosa stavi pensando? Cosa ti passava per la testa quando avevi il ginocchio sul collo di mio fratello quando sapevi che non rappresentava più una minaccia?”.

Che le persone di colore vengano uccise o ferite durante i fermi o gli scontri con agenti di polizia bianchi era un evento talmente all’ordine del giorno al punto da essere insignificante. Gli ufficiali sono stati raramente accusati e processati o, quando sono giunti alla sbarra, quasi mai sono stati condannati: ecco perché la sentenza di Chauvin segna davvero uno spartiacque. Giustizia è stata fatta e per questo non ci sono state proteste dopo la sentenza. Lo spartiacque sulla sistematicità e la pervasività del razzismo, lo ha segnato la morte di Floyd. Quel video che lo mostra mentre fatica a respirare, fino a morire, e le proteste che sono seguite alla sua morte, sono state un grido di cambiamento che ha convinto le comunità cattoliche di Minneapolis ad aprire conversazioni pubbliche su razza, giustizia e pace. Parrocchie e scuole cattoliche dell’arcidiocesi hanno risposto alla supplica di giustizia con preghiere, laboratori e gruppi di studio sul razzismo, mentre i leader ecclesiali hanno fornito materiale sull’insegnamento della Chiesa sul razzismo e la giustizia sociale, assicurando l’impegno a sradicare le strutture dell’ineguaglianza.

Un sondaggio del Pew Research Center pubblicato a fine marzo ha rivelato che oltre l’80% degli americani è convinto che gli afroamericani subiscano discriminazione; il 76% lo dice degli ispanici e il 70% valuta la discriminazione contro gli asiatici. Se si interroga il pubblico su chi affronta “molte discriminazioni”, circa la metà risponde senza dubbio: afroamericani.
Angelica Kerr, afroamericana, lavora nello staff di una famosa rivista medica, leader in campo cardiologico e patologico. Dopo la morte di Floyd assieme ad un gruppo di amici e amiche bianchi ha promosso un’iniziativa chiamata “Courageous conversations – Conversazioni coraggiose”, dove periodicamente ci si ritrova per conversazioni sulla razza, “scomode ma oneste” che accompagnano un percorso di consapevolezza sul valore della diversità e sul razzismo sistemico. “La morte di George Floyd e la pandemia sono state due tragedie che ci hanno accompagnato tutto l’anno, ma di cui ora si vedono i frutti” spiega la Kerr. Uno, per lei, è la celebrazione di Juneteenth, il 19 giugno, data che ricorda la fine della schiavitù nel 1866, avvenuta a Houston. Da quest’anno, questa ricorrenza, è festa nazionale. “Questa celebrazione e la vicenda Floyd ci insegnano che è tempo di guardare al contributo che gli afroamericani posso dare a questo Paese, perché è venuto il tempo di ricominciare e di costruire insieme una comune America”.
Per Izak-El Mueed Pasha, imam afroamericano della moschea Malcolm Shabazz, ad Harlem, si apre il tempo della compensazione. “Dopo secoli di schiavitù e di lotte che hanno lacerato intere generazioni è tempo di compensare il lavoro fatto dagli afroamericani e spetta ai discendenti degli europei attivarsi perché avvenga”. L’imam Pasha ha provato a parlare di razzismo sistemico con i “nostri fratelli bianchi ed europei”, termini che detesta ma deve usare per convenzione. “A volte li incontro e mi dicono che non è responsabilità loro quello che hanno fatto i loro bisnonni”, continua Pasha, spiegando che se si è beneficiato di quanto questi avi hanno fatto, allora “va proprio saldato il debito e se non lo fai, sarebbe come dire che dovresti rinunciare a quei diritti che hai ricevuto proprio dal loro comportamento”. L’imam ha parole di pace per le nuove generazioni a cui vuole offrire “un ambiente che gli consenta di non perdere la luce, di rispettare la loro vita e attraverso l’istruzione mostrare che c’è sempre un’altra possibilità, per noi afroamericani di vedere la dignità che Dio dà ad ogni uomo”. L’imam ha ben presente che i giovani seduti davanti a lui saranno oggetto di fermo, indagini, scrutini, per poi finire con sistematicità in carcere, con l’unica colpa di essere nati neri.
Con la sentenza di Chauvin la giustizia non è stata negata, ma è anche vero che la tragedia di Floyd appartiene a tutti noi, perché non era un altro nero a morire, ma un essere umano che avrebbe meritato almeno empatia e infine anche di un semplice respiro.