• on Marzo 28, 2022

La rete Iglesias y Minería in Europa. Dom Vicente de Paula Ferreira: “Portiamo il messaggio dell’ecologia integrale”

Marina de Oliveira coordina le azioni della popolazione di Brumadinho (Brasile), che cerca di ottenere riparazione per il disastro minerario provocato dalla Vale nel 2019. Larissa Pereira, Mikaell Carvalho e Kelly da Silva sostengono i diritti degli abitanti di Piquiá de Baixo, sempre in Brasile, capaci di alzare la testa dopo essere stati “avvelenati” dalla lavorazione del ferro. Padre Juan Carlos Osorio, sacerdote colombiano della diocesi di Caldas, da anni coordina azioni per difendere il territorio, dopo che il Governo ha concesso il 90% del territorio dei 23 municipi del Sudest dell’Antioquia alle multinazionali. Constanza Carvajal, nella regione amazzonica colombiana del Putumayo, dove i pozzi petroliferi convivono che le distese di coca, rischia la vita per lottare contro una nuova enorme miniera di rame. Pedro Landa, da anni, in Honduras, si batte contro i 430 progetti minerari attivi nel piccolo Paese latinoamericano.

Sono alcuni dei leader sociali e ambientali che da lunedì 21 marzo, e fino al 6 aprile, fanno parte di una delegazione della rete continentale latinoamericana Iglesias y Minería. Il viaggio, che ha toccato Germania e Belgio, e prosegue in Austria, Italia e Spagna, con varie tappe, tra cui l’Europarlamento e la Comece a Bruxelles e il Vaticano, è stato confermato, nonostante il conflitto in Ucraina. Queste e molte altre comunità locali, esempi di quella che Papa Francesco chiama “economia che uccide”, rischiano infatti di essere doppiamente vittime. Alla “storica” depredazione si aggiunge, infatti, l’attuale contesto: l’impossibilità di accedere alle materie prime di Ucraina e Russia rischia di scatenare una “caccia” alle abbondanti risorse naturali dell’America Latina. “Bolsonaro lo ha già detto – spiega al Sir dom Vicente de Paula Ferreira, brasiliano, vescovo ausiliare di Belo Horizonte, componente della Commissione episcopale per l’Ecologia della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile, che fa parte della delegazione -. Il presidente ha detto testualmente che ‘la guerra è un’opportunità’ per le attività minerarie, e anche a livello legislativo si sta adoperando per lo sfruttamento dei territori indigeni. Va detto che si tratta di un pericolo, della premessa per una nuova devastazione. Non vogliamo negare l’estrazione mineraria sempre e comunque, ma questo è un modello che fa guadagnare poche persone, non certo i popoli”.

Aggiunge padre Dario Bossi, provinciale dei comboniani in Brasile, attivo nella rete ecclesiale continentale: “Alcuni pensano che la ricchezza di materie prime sia un’opportunità per l’America Latina. Noi che viviamo qui ci rendiamo conto di quanto sia vera l’affermazione che parla di ‘maledizione delle risorse’, una situazione che nel Continente si protrae da 500 anni: un’economia basata sull’estrattivismo, su un modello coloniale e neocoloniale. La nostra carovana vuole portare solidarietà alle terre europee e alle vittime della guerra in Ucraina e degli altri conflitti. Comprendiamo che ci troviamo, come dice il Papa, di fronte a una guerra mondiale a frammenti locali. La carovana porta la voce della guerra dichiarata contro l’Amazzonia, contro i popoli originari e indigeni, contro i contadini”.

Una campagna di disinvestimento. In Europa, spiega ancora dom Ferreira, “stiamo portando il messaggio dell’ecologia integrale, la nostra azione parte dalla Laudato Si’, e portiamo anche il grido dei poveri della terra, le sue tante ferite. Vogliamo fare memoria delle vittime degli attentati all’ambiente, sensibilizzare Istituzioni, Chiesa, società civile, portare proposte di conversione ecologica e di transizione energetica”. Nel Vecchio Continente, prosegue padre Bossi, “abbiamo partner storici”. Tra questi, oltre al Vaticano, alla Comece, a varie Conferenze episcopali, anche organizzazioni come Cidse, Misereor (Germania), Dka (Austria). “Vogliamo che siano ascoltate le voci delle comunità, per comprendere che sono tutte vittime di un’unica guerra da spegnere con opzioni profonde di transizione verso un’economia realmente sostenibile, guidata dai popoli e non dal capitale finanziario. Pensiamo, poi, ad alleanze strategiche per fare pressione sul potere politico ed economico. Infine, attraverso la campagna di disinvestimento, ci rivolgiamo alle Chiese e alle congregazioni religiose, perché riflettano sull’eticità dei loro investimenti finanziari, e verifichino se stanno investendo in imprese che provocano la distruzione dell’ambiente. E perseguiamo una campagna sull’uso dell’oro, con un invito alla Chiesa perché si distanzi dal significato simbolico di questo minerale, che per molti Paesi del mondo rappresenta sangue, e non gloria e dignità”.

Le ferite delle comunità locali. Le proposte partono, dunque, dall’ascolto. Un pugno sullo stomaco le testimonianze che si stanno ascoltando in Europa. A partire dal caso di Brumadinho, ben conosciuto dal vescovo Ferreira, che come ausiliare di Belo Horizonte sta seguendo assiduamente il caso: “La rottura della diga, oltre alle 272 vittime, ha provocato l’inquinamento di tutto il bacino del rio Paraobepa. Dall’impresa responsabile della tragedia, la Vale, abbiamo solo una propaganda ingannevole. La mancanza di un serio processo di riparazione rappresenta la continuazione di un dominio sulla gente, attuato per di più grazie a un accordo tra lo Stato del Minas Gerais e la Vale”. Qualche speranza in più arriva da Piquiá de Baixo, nello Stato brasiliano del Maranhão. “Un altro dei territori ‘maledetti’ per l’abbondanza di risorse – spiega padre Bossi, che ha seguito personalmente il caso -. Da trent’anni soffre dell’impatto dell’estrazione e trasporto da Carajas, la più grande miniera di ferro del mondo. Qui si trova il primo livello di produzione siderurgica, molto inquinante, che contamina polmoni, salute, pelle, vista delle persone. La comunità ha alzato la testa, si è risvegliata e ha ottenuto riparazione, in parte con un dislocamento collettivo in territorio libero, un processo ancora in corso”.

Preoccupazioni e speranze arrivano dall’Honduras, come ci spiega Pedro Landa: “E’ un piccolo Paese, ma con il maggior numero di concessioni minerarie del Centroamerica, 430, un quarto delle quali in territori protetti. I difensori dell’ambiente, in questi anni, sono stati criminalizzati, nel contesto del Paese forse più violento del mondo. Il precedente Governo di Juan Orlando Hernández, l’ex presidente che sta per essere estradato negli Usa per narcotraffico, ha fortissime responsabilità. Soprattutto, ha approvato 29 ‘Zone di occupazione e sviluppo economico’, in pratica dei micro-Stati totalmente in mano ai capitali stranieri”. Le speranze sono riposte nel nuovo Governo di Xiomara Castro: “La presidente ha detto che punta a eliminare le concessioni e le miniere a cielo aperto. È stata creata una Commissione per analizzare, a livello giuridico, questa possibilità. Anche le Zone di occupazione e sviluppo economico sono palesemente incostituzionali e la speranza è di riuscire a tornare indietro. Ma non sarà facile, per gli equilibri che esistono in Parlamento”. In Europa, conclude Landa, “parlerò dell’esempio di Berta Caceres, il cui assassinio deve ancora avere piena giustizia. Siamo convinti che lo Stato sia stato ‘co-autore’ dell’uccisione. Ora è diventata una figura emblematica a livello mondiale, ma non dobbiamo dimenticare che il progetto idroelettrico sul rio Gualcarque, che Berta all’epoca ha impedito, contava anche su investimenti europei”.

(*) giornalista de “La vita del popolo”