• on maggio 12, 2021

La polveriera inglese, tra nazionalismo e spinte indipendentiste. Sturgeon rovina la festa a Johnson

“Le elezioni locali britanniche dello scorso 6 maggio, nelle quali hanno votato 48 milioni di cittadini, dimostrano che si è confermata la divisione lungo la linea pro o contro Brexit”. Stefan Enchelmaier, esperto di politica europea e docente all’Università di Oxford, traccia per il Sir un’analisi dell’impatto che questo ultimo risultato elettorale avrà sui rapporti tra Regno Unito ed Europa.

Stefan Enchelmaier

“Il partito laburista, che ha perso 326 consiglieri comunali e provinciali è, ormai, il partito del Remain, di chi vuole restare nell’Unione europea. Il successo dei conservatori – aggiunge –, che hanno guadagnato 235 amministratori locali, spesso in zone che votavano da anni per il Labour, conferma che il ritornello usato in campagna elettorale, secondo il quale la Gran Bretagna ha fatto bene ad andarsene dalla Ue ha funzionato. I conservatori sono riusciti ad assorbire anche i voti di chi in passato sceglieva il partito della Brexit Reform Uk. Chi è andato a votare era convinto che il successo della campagna vaccinale fosse dovuto anche alla Brexit. Il voto per i conservatori è un voto per il nazionalismo inglese destinato ad aumentare le spinte indipendentiste in Scozia, Galles e Nord Irlanda”.

Unione europea sul banco degli imputati dunque?
Parlare male dell’Unione europea, come i politici conservatori fanno da anni, ha portato frutti. La disputa su quale condizione dovesse avere l’ambasciatore europeo João Vale de Almeida presso il Regno Unito è una prova di questa situazione. Il governo britannico non ha voluto riconoscergli subito lo status diplomatico completo perché voleva polemizzare e generare sentimenti antieuropei e poi ha dovuto cedere come era inevitabile.

Questo atteggiamento ostile del governo britannico continuerà?
Sì. Non c’è dubbio. L’accordo sugli scambi commerciali tra Gran Bretagna e Ue del 24 dicembre scorso lascia molte aree aperte e negoziare sarà inevitabile, soprattutto in materia di tariffe e moduli burocratici. Il trattato dice pochissimo dei servizi che rappresentano l’80% dell’economia britannica, che è forte nel settore finanziario e dell’industria del tempo libero e si è sempre arricchita con gli scambi con il mercato europeo. Ci vorranno tra i dieci e i quindici anni per raggiungere un accordo su questi settori e la retorica della Brexit continuerà ad essere usata.

Le elezioni del 6 maggio scorso hanno anche riaperto la questione dei rapporti tra Scozia e Unione europea perché la premier nazionalista Nicola Sturgeon ha stravinto, conquistando 64 seggi al parlamento di Edimburgo, uno in meno della maggioranza assoluta. Un secondo referendum sull’indipendenza sarà inevitabile a quanto pare…
Nei sondaggi c’è un aumento significativo, del 5%, dei sostenitori di una Scozia indipendente dal 45% del primo referendum del 2014 al 50% di oggi. Se la maggioranza, al referendum sarà per una Scozia indipendente e questo obiettivo verrà raggiunto, il governo di Edimburgo chiederà l’ingresso nella Ue. La legislazione scozzese è già allineata a quella europea e, quindi, non ci saranno problemi dal punto di vista legale. I problemi saranno politici perché la Spagna, appoggiata dalla Francia, si opporrà ed è necessario il sostegno di tutti i Paesi europei per ammettere un nuovo membro. Gli spagnoli non vogliono che l’ingresso della Scozia favorisca una richiesta simile da parte della Catalogna.

E la situazione in Nord Irlanda?
Il governo britannico potrebbe resistere alla richiesta di un secondo referendum, da parte della premier nazionalista Nicola Sturgeon anche perché rischia di ritrovarsi in una situazione analoga in Nord Irlanda dove si potrebbe avere in futuro una maggioranza a favore di una Irlanda unita con Dublino capitale. Anche in Galles il movimento indipendentista sta diventando più forte.

Ci sono rischi in questa strategia anti Ue del partito conservatore?
Gli elettori che hanno lasciato il partito laburista perché sono contro l’Europa si aspettano dal premier britannico Boris Johnson nuovi posti di lavoro e un rilancio dell’economia in queste zone povere del nord inglese. Per ora non esiste un piano oltre la retorica del levelling up. Se il primo ministro non risponderà alle sue promesse avremo milioni di persone disilluse, una situazione che potrebbe essere pericolosa per la democrazia.