• on gennaio 21, 2022

La guerra perdurante tra Eln e Farc per il controllo del territorio e il narcotraffico. L’impegno della Chiesa e della società civile per una “pace relativa”

Una guerra “a pendolo”. Di “tutti contro tutti”, che si alimenta, di volta in volta, delle assenze o complicità dei Governi e degli interessi di narcotraffico, altri traffici illegali e contrabbando. È quella che si combatte, da tempo e con intensità variabile, al confine tra la Colombia e il Venezuela, e in particolare tra il dipartimento colombiano dell’Arauca, nella splendida e fertile pianura dei “Llanos orientales”, e lo Stato venezuelano dell’Apure. Guerra “a pendolo”, perché si svolge ora in terra venezuelana (come è accaduto qualche mese fa), ora in terra colombiana (come in questo inizio 2022, con scontri, omicidi selettivi, episodi quotidiani di violenza che terrorizzano e mettono in fuga la popolazione, anche attraverso la frontiera). Secondo la Defensoría del Pueblo, solo dal 1° al 13 gennaio di quest’anno si sono registrati in Arauca 33 omicidi e 170 famiglie sfollate. Nei giorni successivi sono stati uccisi due leader sociali e un’autobomba è esplosa a Saravena, epicentro della violenza, sotto la sede del “Congreso del pueblo”, in pratica la sede delle organizzazioni sociali che operano nella zona, provocando una vittima e cinque feriti. Nel conflitto si intrecciano i drammi irrisolti dei due Paesi, la guerriglia colombiana, la repressione e i traffici del regime di Maduro, la fuga dei venezuelani dal loro Paese. I protagonisti sono soprattutto i gruppi armati colombiani dell’Esercito di liberazione nazionale (Eln) e della dissidenza del decimo fronte Farc. Braccati in Colombia, i due gruppi (entrambi guerriglie di matrice marxista) trovano riparo nel Paese “amico”, il Venezuela appunto. Ma entrambi, nonostante la (solo teorica) comune provenienza ideologica, combattono ferocemente per il controllo del territorio e dei traffici illegali. Motivi inconfessabili portano anche l’Esercito e la Guardia nazionale venezuelana ora a favorire l’esistenza delle basi delle guerriglie e ora a scontrarsi con loro.

Terrore in Arauca, l’appello del Vescovo. Lo scorso anno, il terrore in Venezuela è stato portato dagli scontri tra Guardia nazionale ed Eln. Da inizio gennaio, le due guerriglie sono tornate a combattersi furiosamente in terra colombiana, soprattutto tra i Comuni di Saravena, Fortul, Tame e Arauquita, quasi alla frontiera. Domenica 16 gennaio il presidente colombiano Iván Duque è stato ad Arauca, per promettere più presenza dello Stato e sicurezza. Ma negli ultimi giorni atti violenti si sono susseguiti, con omicidi selettivi quotidiani e atti indimidatori. Tanto che il vescovo di Arauca, mons. Jaime Cristóbal Abril González, è intervenuto martedì 18 gennaio, per la seconda volta in poche settimane, invitando gli attori diretti del conflitto a “passare dalle accuse reciproche, che cercano di porre nell’altro l’unico responsabile degli eventi per generare il pretesto per azioni di risposta, all’autoriflessione, all’analisi serena degli eventi, ad affrontare la verità e chiarire i fatti, fermando il turbine crescente di omicidi, atti violenti e minacce”. Contemporaneamente, ha rivolto un vibrante appello alle autorità civili a cercare di salvaguardare la vita e l’integrità della popolazione, nonché a concretizzare in modo integrale piani di emergenza e aiuti umanitari.

La risposta, dunque, non può essere solo militare, ma “integrale”, come confermano direttamente al Sir gli operatori degli organismi ecclesiali, umanitari e pro diritti umani che coraggiosamente operano nella zona.

La militarizzazione non è la risposta. Dall’Arauca, arriva la voce di Sonia Sonia López, presidente della Fondazione Joel Sierra. “L’attuale situazione – spiega – si inserisce in un contesto ultradecennale di conflitto e di cause strutturali. Questa è una zona strategica, sia per le risorse, a cominciare dal petrolio, che per gli interessi dei trafficanti. È in preda da un lato alle realtà che promuovono un liberismo sfrenato e dall’altro ai gruppi illegali. Il tutto, nello storico abbandono dello Stato, a livello di politiche educative, sanitarie, sociali. Da anni soffriamo attacchi ai difensori di diritti umani e ci sono stati 150 casi di esecuzione extragiudiziali. Circa 350 leader sociali sono stati incarcerati”.

La situazione, oggi, dopo l’escalation di violenza di inizio 2022, è preoccupante: “Dall’inizio dell’anno ci sono state 33 vittime del conflitto tra i gruppi armati, ci sono stati 5 attentati, ci sono tante famiglie che hanno dovuto fuggire dalle loro case e non sono ancora potuti rientrare. Difficile spiegare le logiche che muovono i gruppi armati, Eln e dissidenza Farc si accusano reciprocamente. La situazione del Venezuela è usata anche come pretesto per aumentare la militarizzazione del territorio. Ma non è questa la risposta che qui è necessaria. Noi, come realtà che difendono i diritti umani, cerchiamo di fare rete, di promuovere una vita degna e la difesa del territorio e della biodiversità”.

La scuola di pace del Cinep. A operare in modo attivo e progettuale per la pace è, sia in Arauca che in Venezuela, è da almeno 12 anni il Cinep (Centro di ricerca ed educazione popolare) – Programma per la pace, emanazione dei gesuiti. Carlos Eduardo Pedraza, nel municipio di Arauquita, è a livello locale tra i promotori della scuola di convivenza promossa dall’organizzazione: “Non c’è altra via – dice – che il dialogo, il rispetto reciproco”. Un lavoro dal basso e a lungo termine, che prevede educazione alla pace e piccole attività agricole, “attraverso il quale coinvolgiamo sia le popolazioni locali che i migranti venezuelani” e che oggi è messo in dubbio dall’ondata di violenza. “La situazione è decisamente tesa – spiega -, soprattutto a Saravena, ci sono stati sfollamenti, in alcuni casi anche le autorità locali si si sono ritirate. Sugli scontri tra Eln ed ex Farc ci sono due versioni. Qualcuno afferma che la dissidenza Farc avrebbe ucciso un capo dell’Eln, ma la cosa più credibile è che sia uno scontro riguardante le rotte del narcotraffico. Per uscire da questa situazione occorrono investimenti veri, per promuovere l’economia della regione”.

Quanto accade, gli fa eco Carmenza Muñoz Sáenz, che da Bogotá coordina per il Cinep i progetti in Arauca, “è una questione di controllo del territorio e di narcotraffico”. La situazione è difficile, “ma non vogliamo arrenderci, non lo permetteremo. Lo dobbiamo alla popolazione locale, che ha una resilienza incredibile. Da 12 anni il nostro progetto è su base bi-nazionale, perché di fatto colombiani e venezuelani, alla frontiera, sono un’unica popolazione. Lavoriamo in rete, con la diocesi, le parrocchie, ma anche con altre chiese cristiane e realtà sociali, a livello educativo, con i corsi di educazione alla pace, nell’accompagnamento comunitario, nella denuncia. Le persone vengono coscientizzate”.

Preoccupazioni dal Venezuela. Intanto, in queste settimane la situazione è più tranquilla in Venezuela, ma non si sa per quanto tempo L’esercito si sta muovendo, per fronteggiare a possibile azione delle guerriglie. Una prospettiva che Eduardo Soto Parra, gesuita, parroco a El Nula, municipio che si trova a pochi chilometri da Saravena: “Mesi fa, a La Victoria, proprio di fronte ad Arauquita, c’è stato un duro scontro tra Forze armate venezuelane e l’Eln. Molti sono fuggiti in Colombia e ora alcuni stanno tornando da Sarevena, dove sono in atto gli scontri. Questi sono storicamente territori di passaggio, rotte di narcotraffico e altri traffici illegali. Noi non vogliamo qui una presenza militare permanente, come accaduto mesi fa”. La parrocchia di El Nula, nel tempo, è diventata un riferimento, sia per la sua opera costante di ricerca di dialogo e di pace, sia per le sue iniziative umanitarie, nella totale assenza dello Stato. L’obiettivo è, almeno, “una pace relativa”. Pur in un contesto di persecuzione dei leader comunitari che promuovono democrazia e partecipazione. Come conferma il giornalista Alex Medina, di radio Fe y Alegría: “Anche nelle ultime settimane ci sono state detenzioni arbitrarie, esecuzioni extragiudiziali, e uccisioni di difensori dei diritti umani, come quella che ha visto come vittima un comunicatore popolare. Purtroppo siamo in pochi, come giornalisti, a documentare quello che succede in queste zone”.

(*) giornalista “La vita del popolo”