• on Settembre 5, 2022

La Costituzione non cambia: bocciato il nuovo testo. P. Costadoat: “Il dialogo deve proseguire”

Il Cile non cambia Costituzione. Il clamoroso esito del plebiscito di ieri (previsto dai sondaggi ma non certo in questa misura) ha sancito che sarà necessario cercare nel Paese un nuovo e ben più ampio consenso per mandare “in soffitta” la Carta Costituzionale del 1980, che nel suo impianto iniziale (pur con numerose modifiche intercorse) risale ancora ai tempi del generale Augusto Pinochet. Il “rechazo”, cioè il no al nuovo testo, ha ricevuto, a scrutinio quasi ultimato, il 61,86% per cento, quasi 8 milioni di voti, ben 3 milioni in più dei sì (38,14%). Va segnalata, in questo contesto, l’enorme partecipazione dei cittadini: hanno votato in 13 milioni, l’85,81% degli aventi diritto. Pochi, al momento i disordini nella capitale Santiago.

Il voto di ieri arriva a poco meno di tre anni dalle proteste popolari che, dopo mesi contraddittori, erano alla fine sfociate in un percorso condiviso, quello della Costituente. I passaggi attraverso il voto popolare sono stati diversi. Il 25 ottobre 2020, poco meno di due anni fa, il 78% dei votanti espresse la propria approvazione alla proposta di scrivere una nuova Costituzione. Il 15 e 16 maggio 2021 venne eletta la Convenzione nazionale, incaricata di scrivere la nuova Carta. A prevalere furono i candidati indipendenti, espressione della società civile, e quelli di sinistra. Il lavoro dell’Assemblea si è in qualche modo incrociato con le elezioni presidenziali e generali del 21 novembre, con il ballottaggio del 19 dicembre, che ha incoronato Gabriel Boric, giovane candidato espressione della nuova sinistra. Il cammino della nuova Costituzione sembrava avere il vento in poppa.

Una volta, però, presentato il testo, sono emerse, in modo via via crescente, contrarietà e inquietudini, che non hanno riguardato solo la parte “conservatrice” della società. Il Cile, secondo la “chilometrica” Carta (499 articoli) diventava uno “Stato plurinazionale”, riconoscendo la soggettività e i diritti dei popoli indigeni, a lungo negati, il principio del cosiddetto “buen vivir” e di Repubblica paritaria, prevedendo la presenza di almeno il 50 per cento di donne nelle istituzioni.

Era prevista una Camera delle regioni al posto del Senato e veniva dedicata particolare attenzione alla partecipazione dei cittadini e ai diritti individuali e sociali, tra cui il diritto alla casa, a un lavoro ben remunerato, all’istruzione e alla salute. Un’intera sezione era dedicata al rispetto dell’ambiente e alla crisi climatica, stabilendo che nel nome di tale rispetto potranno essere decise “restrizioni nell’ambito di determinati diritti o libertà”. La Costituzione, insomma, per molti aspetti andava incontro a importanti esigenze. Ma lo faceva in modo “massimalista”, cacciandosi in qualche “vicolo cieco” (come nel caso di una sorta di “sistema giudiziario parallelo per gli indigeni), o in qualche “azzardo” istituzionale, o in dichiarazioni di principio destinate a creare ulteriore divisione, come quella di prevedere l’aborto come “diritto costituzionale”.

Da qui il no, giunto al termine di una campagna elettorale accesa, tanto da far affermare al vicepresidente della Conferenza episcopale cilena, mons. Fernando Chomali, arcivescovo di Concepción: “La vita di ciascuno di noi proseguirà anche dopo aver conosciuto i risultati”. L’arcivescovo, sulla scia di un precedente messaggio dell’episcopato, ha invitato tutti “ad accettare l’orientamento” che emerge dalla consultazione.

Ragioni da entrambe le parti. Abbiamo, insomma, assistito a una campagna elettorale “polarizzata”, come ormai accade un po’ in tutto il mondo, ma a un risultato molto più sbilanciato del previsto. “Stavolta – argomenta con il Sir padre Jorge Costadoat, direttore del Centro teologico Manuel Larraín, teologo e da anni coscienza inquieta, all’interno della Chiesa e del mondo culturale cileno – si è trattato di una polarizzazione ‘di circostanza’, non legata alle precedenti elezioni e agli schieramenti politici. Molte persone sono entrate nel merito del testo, certo all’interno di una situazione politica che in Cile è sempre molto ‘agitata’. Vale la pena di sottolineare che molti esponenti del ‘rechazo’ avevano delle buone ragioni, perché bisogna ammettere che il testo costituzionale aveva molti problemi, al tempo stesso esso contiene delle novità molto importanti e attese da lungo tempo, forse da secoli”. Insomma, non si è trattato prevalentemente di “una contrapposizione fanatica, ideologica”.

Dentro a un processo di cambiamento. Proprio per questo, secondo il gesuita, il dialogo deve proseguire, magari cercando di recuperare quello “spirito”, quella “volontà di convergenza”, che due anni fa aveva portato gran parte della società cilena ad accettare la sfida di una nuova Costituzione. Sfida che resta valida. E decisivi restano i temi presenti nel testo, e che nel dibattito per la nuova Costituzione hanno segnato “un cambio culturale gigantesco. Penso ai diritti dei popoli indigeni e del popolo mapuche in particolare, al tema della valorizzazione delle donne e della parità. Alla necessità di superare un sistema economico neo-liberale, che ha privilegiato i consumi, dimenticando la solidarietà. Alla custodia del creato. All’esigenza di un vero decentramento, in un Paese”. Si tratta, in buona misura, “di attenzioni in linea con la stessa Dottrina sociale della Chiesa, soprattutto quando si cerca di contemperare la libertà e la solidarietà e si introduce la tutela dell’ambiente, così come si legge nella Laudato si’”. Di fronte a tutto ciò, però, stride con la modalità con cui è stato inserito il diritto all’aborto.

Conclude, senza rinunciare a uno sguardo di speranza, padre Costadoat: “Dopo tutto due anni fa il mondo politico e la cittadinanza risposero adeguatamente alla richiesta di novità. Lo scorso anno, nell’Assemblea incaricata di redigere il testo, sono state elette molte persone indipendenti, ma prive di capacità politica, di abitudine a negoziare. In generale, la Convenzione nazionale è risultata sbilanciata a sinistra, e oggettivamente il testo non può essere accettato dalla destra. Ma l’unica via è continuare a stare dentro a questo processo di cambiamento, a proseguirlo, nella consapevolezza che sarà necessario del tempo”.

Oltre a un maggiore sforzo di convergenza e concordia sociale, rinunciando a qualsiasi scorciatoia di violenza.

(*) giornalista de “La voce del popolo”