• on maggio 2, 2022

La corsa all’oro in Amazzonia stermina gli indiani Yanomami. L’impegno della Chiesa per difenderli

“Siamo sull’orlo di un altro vero e proprio genocidio, in contemporanea con quella che può essere considerata la seconda grande ‘corsa all’oro’. Qui in Brasile le strade per evitare tutto questo sono già state percorse, senza esito, l’unica nostra speranza è la pressione internazionale”. L’appello arriva al Sir dallo Stato brasiliano del Roraima. La denuncia è di padre Corrado Delmonego, mantovano, missionario della Consolata, che da molti anni vive accanto agli indigeni Yanomami, nel loro territorio, lungo il fiume Catrimani. Un territorio sempre più inquinato, spogliato, devastato, assieme al popolo che lo abita, dai cercatori illegali d’oro, i cosiddetti garimpeiros, autori di attacchi armati e, secondo recenti segnalazioni, di violenze sessuali su donne e minori. Un allarme, il suo, che si aggiunge ai tantissimi giunti nelle ultime settimane da ong, organismi ecclesiali, associazioni indigene, mentre l’ultima denuncia, il 26 aprile, da parte dei leader indigeni, riguarda una dodicenne rapita, stuprata e uccisa.

(Foto Missionari della Consolata)

Le denunce dei vescovi. Le parole più sentite, oltre che più recenti, sono quelle pronunciate a Boa Vista, sabato 23 aprile, da dom Mário Antonio Da Silva, il vescovo che in quell’occasione ha salutato il popolo di Roraima, dopo essere stato nominato arcivescovo di Cuiabá: “Ogni giorno arrivano notizie di ogni forma di abuso contro gli Yanomami – ha scritto -. Le immagini diffuse nel mondo dei social network e sulle tivù sono una vergogna per il nostro Paese e fanno sentire ai nostri cuori la sofferenza e la morte che gli Yanomami e la natura stanno vivendo. Un’altra forma di violenza, non meno crudele, è la distribuzione di armi e bevande che provocano conflitti tra gli indigeni. Mettere fratelli contro i fratelli è attualizzare il peccato di Caino e Abele”.

La denuncia di dom Da Silva, che è anche vicepresidente della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (Cnbb), ha fatto seguito a quella messa per iscritto dalla Commissione contro la tratta della Cnbb, che ha espresso “con veemenza la propria indignazione e la propria condanna per le violenze subite dal popolo Yanomami, in particolare per l’invasione delle miniere nel loro territorio, le violenze sessuali contro donne e ragazze e il totale abbandono del Governo”.

Terre indigene prese d’assalto negli ultimi mesi. Le prese di posizione, così come alcune delle stesse dichiarazioni dei missionari, hanno come punto d’appoggio un rapporto dirompente, pubblicato l’11 aprile dall’associazione Hutukara Yanomami: “Yanomami under attack: Illegal mining in the Yanomami indigenous territory and proposals to combat it” (“Attività mineraria illegale nel territorio indigeno Yanomami e proposte per combatterla”). Il report documenta l’escalation di occupazione nelle riserve indigene, più 46% nell’ultimo anno (da 2.234 ettari a 3.272), circa 500 chilometri di corsi d’acqua contaminati dall’attività dei garimpeiros, la presenza diffusa di piste d’atterraggio, uno scenario di crescenti attacchi violenti alle comunità indigene, che assumono molte forme, comprese le violenze sessuali, la vendita di alcol e armi agli stessi indigeni, commistioni con la grande criminalità e il narcotraffico.

I missionari e le missionarie della Consolata rappresentano la memoria storica degli attacchi all’etnia Yanomami, come spiega suor Mary Agnes Mwangi, di origine keniana: “Il popolo Yanomami vive nella regione amazzonica brasiliana nello Stato di Amazonas e Roraima. Vivono di caccia, raccolta e cibo prelevato dai loro piccoli orti. Fin dai primi contatti, i missionari della Consolata assumono la difesa della vita, della cultura e del territorio del popolo Yanomami. Con la fondazione della Missione Catrimani, la presenza permanente in mezzo alla gente si è trasformata in una presenza consolante. L’angoscia delle persone giunte sull’orlo del genocidio ha suscitato nel cuore dei missionari, del popolo di Dio, degli uomini e delle donne di buona volontà, delle organizzazioni e di tanti amici degli Yanomami, la lotta per il riconoscimento delle loro terre”.

Seconda corsa all’oro connessa alla criminalità internazionale. È padre Dalmonego a spiegare come siamo arrivati all’attuale situazione: “Assistiamo al ripetersi della corsa all’oro. Questo territorio fu letteralmente invaso, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, da circa 40 mila garimpeiros”. Quando si parla di genocidio, ciò non accade a sproposito: “Il precedente è il genocidio di Haximu, del 1993, con il massacro di 16 indigeni Yanomami. In seguito a quel fatto e alle denunce internazionali, il mondo si occupò dell’etnia Yanomami, proprio nel 1993 il territorio indigeno fu riconosciuto come riserva protetta dal presidente Collor de Mello. In realtà, l’attività dei garimpeiros non è mai cessata, ma a partire dal 2015, anche per la congiuntura internazionale e la salita del prezzo dell’oro, è partita la seconda corsa all’oro”. La differenza è che, in teoria, ci sarebbero le regole per fermare i minatori illegali, almeno a oggi, visti i progetti legislativi che vengono continuamente sfornati per abbattere le tutele di cui godono i territori indigeni. “Ma gli Enti incaricati di proteggere i territori sono stati smantellati, non esistono più controlli e sanzioni. I più smaliziati sanno di avere le spalle coperte, la manovalanza è ormai convinta che l’attività estrattiva sia permessa”. Una convinzione diffusa, frutto delle continue dichiarazioni del presidente Jair Bolsonaro.

Il missionario spiega che va superata l’idea romantica ed eroica del cercatore d’oro che setaccia il fiume con il suo piccolo piatto, un’immagine che troneggia nella statua della piazza centrale di Boa Vista, intitolata appunto al garimpeiro: “In realtà, si tratta di uno sfruttamento di medio livello, con macchinari sofisticati, i fiumi vengono continuamente dragati, le sponde distrutte, la foresta ampiamente disboscata. Sono presenti grandi interessi e alcuni tra i maggiori gruppi illegali del Continente, dal Primeiro comando da capital (Pcc) di San Paolo, alla dissidenza delle Farc colombiane, al Sindicato venezuelano. Oltretutto, la forte immigrazione venezuelana in Roraima ha fatto sì la manovalanza, per esempio i sommozzatori, sia spesso composta proprio da venezuelani. L’estrazione dell’oro si incrocia con il narcotraffico, il traffico d’armi. Il denaro sporco viene ‘lavato’ in oro”. Padre Dalmonego presenta alcuni dati significativi: “Nel 2019 l’oro è risultato essere il secondo prodotto d’esportazione dello Stato di Roraima, dopo la soia. Un dato strano, che ha suscitato l’imbarazzo del Ministero delle Finanze, dato che ufficialmente in Roraima non esistono miniere d’oro”. Il più delle volte, però, l’oro illegale viene “lavato” in altri Stati della Federazione brasiliana, che nel frattempo è diventata la decima produttrice mondiale di oro, spesso fornitrice anche dell’Italia.

I costi sociali. Così, la fame d’oro divora terre e rovina intere popolazioni, mentre aumentano gli attacchi agli indigeni. Tutto è connesso, come scrive Papa Francesco nella Laudato Si’. “Solitamente si cita il costo ambientale, che è rilevante – prosegue il missionario -. Ma poi ci sono i costi sociali, economici e umani. In alcune zone la popolazione, secondo un’indagine di Fiocruz del 2016, è al 92% contaminata da mercurio, con indici ben sopra la norma. Agli indigeni si distribuisce alcol e armi, a volte anche in cambio di prestazioni sessuali. In tal modo, si creano nelle comunità native scontri anche violenti”.

Di fronte a tutto ciò, e alla mancata ottemperanza delle sentenze dei Tribunali, non resta che appellarsi alla pressione internazionale: “È una guerra, ma qua non ci sono sanzioni e boicottaggi. La pressione internazionale è fondamentale, così come importante, anche in Italia, rendere trasparente la filiera dell’oro. Inoltre, sarò forse troppo idealista, ma non dovremmo dimenticarci, come Chiesa, che l’oro è presente in molti oggetti sacri, è utopistico pensare a una moratoria?”.

*Giornalista de “La Vita del popolo”