• on Luglio 2, 2022

La commedia “Una boccata d’aria”, il doc “I mille cancelli di Filippo” e la serie Tv Netflix “Stranger Things”

In fuga dalla grande città per ritrovare se stessi. È il binario di “Una boccata d’aria”, commedia diretta da Alessio Lauria con Aldo Baglio e Lucia Ocone, presentata al 68° Taormina Film Fest e nei cinema dal 7 luglio. Ancora, nelle sale il doc “I mille cancelli di Filippo” di Adamo Antonacci, ritratto dell’artista fiorentino Filippo Zoi, venticinquenne autistico dallo spiccato talento nell’illustrazione; un racconto della disabilità nella quotidianità familiare, tra tenerezze e sfide. Infine, su Netflix “Stranger Things”: mentre vengono rilasciati gli ultimi episodi della 4a stagione, ecco un bilancio sulla serie cult. Il punto Cnvf-Sir.

“Una boccata d’aria” (dal 7 luglio al cinema)
Dopo l’esperienza da solista del 2019 in “Scappo a casa” di Enrico Lando, l’attore comico Aldo Baglio fa il bis lontano dal famoso trio Aldo, Giovanni e Giacomo. L’occasione è il secondo lungometraggio del regista Alessio Lauria, “Una boccata d’aria”, di cui Aldo Baglio è anche co-autore del soggetto e della sceneggiatura (firmata anche dallo stesso Lauria, Valerio Bariletti e Morgan Bertacca). Accanto a lui in scena una spalla comica collaudata, la sempre brava Lucia Ocone (vista di recente in “Una famiglia mostruosa” e “I cassamortari”), come pure i giovani in ascesa Ludovica Martino (“Skam Italia”) e Davide Calgaro (“Sotto il sole di Riccione”).

La storia. Milano oggi. Salvo (Aldo Baglio) è il proprietario di una pizzeria a Milano, dove lavorano anche la moglie Teresa (Lucia Ocone) e il figlio Enzo (Davide Calgaro), anche se quest’ultimo controvoglia perché vede il suo futuro nella musica. La maggiore, Emma, si è trasferita in Olanda. Tutto sembra procedere in maniera tranquilla e solida, ma in verità Salvo ha taciuto a tutti i crescenti debiti economici. Quando riceve la notizia della morte del padre in Sicilia, parte per l’isola con l’intenzione di riscuotere l’eredità. Purtroppo deve fare i conti con il fratello minore Lillo (Giovanni Calcagno), che si rifiuta di vendere la proprietà di famiglia…

(Cop. @F.Di-Carlo-UBDA)

“Una boccata d’aria” ha uno schema narrativo chiaro, fin troppo prevedibile: il viaggio alla ricerca di sé e delle proprie radici, esperienza che spinge a mettere tutto in discussione e al contempo che salva. Con umorismo frizzante e agrodolce, l’incipit del film ci propone la fragilità del nostro presente, gli affanni di commercianti che vedono le loro attività traballare per la crisi o per scelte avventate; situazioni che squadernano un orizzonte di angosce, silenzi o persino sbandamenti (il protagonista arriva ad affidarsi a un’improbabile usuraia). Il film poi compie una virata, non solo narrativa ma anche visiva, immergendosi nell’assolato paesaggio siciliano: lì tutto sembra incedere con un ritmo senza tempo, tra sogno, favola e lampi da “Gattopardo”. Tornato nel suo paese natale Salvo si guarda finalmente allo specchio e scopre che si è perso ormai da anni, che è caduto nella vertigine del carrierismo, al punto da avere un dialogo pressoché inesistente con moglie e figli. Il ritorno a casa assume prima i contorni del trauma, poi quelli del riscatto, un iter catartico per riparare l’Io e il Noi.

La storia viaggia agile, senza troppi sussulti, incontrando un immediato gradimento, forse un po’ frenato dallo svolgimento prevedibile. Gli attori si mettono in gioco con generosità, ma a volte sembra che il copione non li aiuti. Nel complesso la commedia “Una boccata d’aria” si snoda veloce, fresca, come una granita esitava. Consigliabile, semplice e per dibattiti.

“I mille cancelli di Filippo” (al cinema)
Dopo la prima a Firenze, la prossima proiezione evento sarà 14 luglio al Cartoon Club di Rimini. Parliamo del bel documentario “I mille cancelli di Filippo” di Adamo Antonacci, che ci accompagna alla scoperta del mondo di Filippo Zoi, venticinquenne fiorentino del quartiere Isolotto, un illustratore di libri di favole scritti dal padre Enrico e autore di una serie di oltre duemila tavole sulle streghe, esposte in una mostra a Firenze. Filippo è un giovane con autismo, e tutto quello che fa spesso oscilla spesso dalla passione all’ossessione, come il memorizzare ed elencare di continuo, ad alta voce, porte e cancelli in cui si è imbattuto.

“I mille cancelli di Filippo” è un viaggio nelle stanze della mente di questo artista con disabilità e nella sua quotidianità familiare, addentrandosi anche pieghe dell’animo dei genitori Enrico e Raffaella, come pure della sorella Irene, ricercatrice all’estero, ma sempre presente nella vita del ragazzo. Il documentario scandisce le giornate di Filippo e dei suoi cari, senza paura di mostrare luci e ombre, sorrisi o frizioni. Di Filippo ci viene svelato soprattutto il grande talento, come pure la diffusa dolcezza; trovano posto nel racconto anche episodi di irrequietezza e di aperto contrasto con i due genitori, i quali però non si perdono mai d’animo, rimanendo accanto al ragazzo con sconfinato amore, pazienza. Come indica il regista Antonacci: “Nei mesi trascorsi a conoscere la famiglia Zoi, non li ho mai visti cedere allo sconforto o alla desolazione. Sia il padre che la madre sembrano aver trovato un equilibrio e una forza interiore difficili da spiegare o da raccontare. Soprattutto a colpire è la leggerezza (sarei tentato di dire la grazia) con cui affrontano giorno per giorno tutte le sfide e le preoccupazioni, tanto da spingermi a credere che questa testimonianza possa risultare utile a tutte quelle famiglie che vivono storie simili alla loro”.

Conquista dunque con facilità, e non poca emozione, il doc “I mille cancelli di Filippo”, per il suo realismo e al contempo per la delicatezza con cui mette a tema l’autismo. Non c’è alcuna esasperazione, edulcorazione o pietismo; la quotidianità della famiglia Zoi, di Filippo, è narrata con rispetto, autenticità e generosità, assumendo il valore della testimonianza, luminosa, dai riverberi civili ed educativi. Il documentario è impreziosito da un brano composto e interpretato dal cantante Elio. Consigliabile, semplice, adatto per dibattiti.

“Stranger Things” (su Netflix)
Dal 1° luglio sono disponibili su Netflix gli ultimi due episodi della 4a stagione di “Stranger Things” (dal 2016), serie cult dei Duffer Brothers (Matt e Ross Duffer), tra le punte di diamante della piattaforma streaming. Mentre dilagano teorie e ipotesi su come sarà il finale di questa 4a stagione – che a ben vedere ha un po’ spiazzato per la decisa sterzata horror –, non possiamo non cogliere l’occasione per tirare le fila su una serie di certo geniale, che si basa su un riuso di archetipi narrativi del cinema anni ’80. Lo sfondo narrativo di “Stranger Things” sono infatti titoli iconici della Hollywood del tempo, appartenenti ai generi avventura, fantascienza e horror: in testa “I Goonies” (1985) ed “E.T. L’extra-terrestre” (1982), come pure “Ghostbusters” (1984), “Ritorno al futuro” (1985), e “Stand By Me” (1986), senza dimenticare il brivido di “Nightmare” (1984), “Alien” (1979) e “La cosa” (1982).

STRANGER THINGS. (L to R) Natalia Dyer as Nancy Wheeler, Joe Keery as Steve Harrington, Gaten Matarazzo as Dustin Henderson, Maya Hawke as Robin Buckley, Sadie Sink as Max Mayfield, and Caleb McLaughlin as Lucas Sinclair in STRANGER THINGS. Cr. Tina Rowden/Netflix © 2022

I Duffer Brothers, in maniera acuta e brillante, ci riportano nell’orizzonte culturale degli Stati Uniti anni ’80, servendosi del cinema come filo conduttore, come fonte di continue suggestioni; ci rammentano quella cornice storico, politico-sociale, caratterizzata soprattutto dalla paura-ossessione della minaccia comunista. Ancora, approfondiscono sogni e insicurezze che albergano nella dimensione tanto personale quanto familiare; famiglie unite, che rispondono in maniera solida agli affanni, ma disseminate anche da silenzi rumorosi o da mancanze, in primis la latitanza delle figure paterne. Al di là di questo, “Stranger Things” compone un racconto affascinante e riuscito della preadolescenza nell’American Dream, nel segno dell’amicizia, sperimentando quei legami solidali che marcano in maniera indelebile il domani e le stanze della memoria. Un racconto che poggia, inoltre, su una sorprendente ricostruzione (da applauso!) delle atmosfere del tempo, attraverso scenografie, costumi, oggetti di scena e musiche. Tutto perfetto.
E se il brivido è crescente nelle quattro stagioni, fino all’horror più fosco, l’impianto narrativo rimane comunque originale, ben congegnato, coinvolgente, nostalgico con esplosioni ultra-pop. Una festa per gli spettatori, soprattutto per chi ha vissuto quegli anni. La serie “Stranger Things” è complessa e problematica, indicata per adulti e per adolescenti accompagnati per le criticità indicate, per le derive horror.