• on Aprile 22, 2022

La “casa in campagna” di Maria, dove confessarsi e adorare l’Eucaristia

In un giorno di primavera del 1740 un pellegrino, diretto a Roma, si perde nella campagna a sud della città. C’è qualche rudere, un casale e una vecchia torre diroccata con sopra un dipinto della Vergine Maria. Il viandante si dirige in quella direzione, cercando qualcuno a cui chiedere indicazioni, quando viene accerchiato da un gruppo di cani rabbiosi. Terrorizzato, l’uomo alza gli occhi e si rivolge all’immagine sacra. “Madonna mia, grazia!”, urla. I cani subito divengono mansueti, e si allontanano proprio mentre sopraggiungono alcuni pastori richiamati dalle grida. Il pellegrino racconta loro il miracolo che gli ha appena salvato la vita; la voce si sparge e arriva fino a Roma.

Inizia così la storia del santuario più caro ai romani, quello della Madonna del Divino Amore, a Castel di Leva, che più volte si è intrecciata con la “grande storia”. Come in occasione della seconda guerra mondiale, quando Papa Pio XII fece portare l’immagine mariana dal santuario al centro di Roma per preservarla dai bombardamenti. Prima fu ospitata nell’omonima chiesetta di piazza Fontanella Borghese, e poi, a maggio, dato l’enorme afflusso di fedeli, venne spostata a San Lorenzo in Lucina e ancora a Sant’Ignazio di Loyola. Il 4 giugno i romani a migliaia si ritrovano nella chiesa, e fecero il voto alla Madonna affinché Roma venisse risparmiata. “E così accadde: la città fu abbandonata dai tedeschi e gli americani entrarono senza colpo ferire. Poi, l’11 giugno, Pio XII si recò in preghiera a Sant’Ignazio per ringraziare Maria”. A raccontarlo è il cardinale Enrico Feroci, che al Divino Amore è parroco nonché rettore del Seminario degli Oblati della Madonna del Divino Amore.

“L’immagine della Madonna del Divino Amore è probabilmente del 1300, forse della scuola del Cavallini – spiega il porporato –; era un dipinto posto sulla torre di un castello e alcuni storici dicono che era già nato come una sorta di voto, a memoria della pacificazione tra grandi famiglie romane di quel tempo. È rimasta lì per tanti secoli e nel 1740 c’è stata la prima grande manifestazione miracolosa”. Fin da subito “pastori e i viandanti andavano nella zona a portare lumini e fiori in ricordo di quel primo evento miracoloso – sottolinea il cardinale Feroci – e tanto era grande l’afflusso di pellegrini che venne costruita una chiesa già nel 1750”. Si tratta del Santuario Antico, che ancora oggi rimane aperto per quasi tutta la giornata. Il portone si chiude alle 22 “ma le finestre restano aperte – spiega –, tanto che c’è chi durante la notte, da fuori, si ferma a pregare”. La devozione non è sempre stata costante, però; in alcuni periodo il santuario venne un po’ abbandonato, “ma risorse nel 1930 grazie a don Umberto Terenzi”, dice Feroci.

In tanti arrivano a piedi: da maggio a ottobre, ogni sabato, per anni è partito un pellegrinaggio notturno a piedi, che si concludeva con la Messa delle 6 del mattino. Una tradizione decennale interrotta a causa della pandemia, ma che è ripresa sabato 19 marzo 2022, grazie al pellegrinaggio notturno per la pace promosso dalla diocesi di Roma, presieduto dal cardinale vicario Angelo De Donatis, al quale hanno partecipato quasi diecimila persone. “Quello che è stato interessantissimo è che non c’erano solamente romani ma persone di tutte le nazioni – sottolinea Feroci –. Abbiamo detto il Rosario in lingue diverse, in lingue nazionali, e dopo il quinto mistero ho dovuto inventare un sesto mistero appositamente per accontentare una persona che voleva dire una preghiera in polacco”.

Nel complesso di Castel di Leva trova spazio anche Casa Decanto, voluta dalla diocesi di Roma: una grande struttura di fronte all’Antico Santuario che “offre ai preti romani – spiega il responsabile don Mauro Cianci – la possibilità di prendersi cura di sé, concedendosi una sorta di pausa dalla vita di tutti i giorni, attraverso un’esperienza familiare per riascoltarsi e rientrare in contatto con la propria umanità. Accogliamo per un breve periodo presso il Decanto chi vuole concedersi spazi e tempi diversi dal solito”.