• on agosto 29, 2020

La Bella (storico): “Francesco né populista né contro il libero mercato, dice no alla globalizzazione dell’indifferenza”

È diventato, ormai, uno “sport” di gran moda: attaccare papa Francesco, rendendo il suo pensiero una caricatura, prendendo alla rinfusa solo alcuni “pezzi” di magistero. Uno sport che fa guadagnare titoli di giornale, citazioni da parte dell’assortita squadra dei blogger critici con l’attuale pontificato. E aiuta pure a vendere libri.

È il caso, per esempio del recente “Il populismo gesuita. Perón, Fidel, Bergoglio” di Loris Zanatta, docente di Storia dell’America Latina all’Università di Bologna. Un pamphlet, edito da Laterza, che non si sforza di dimostrare la tesi fondante, ma la dà piuttosto per acquisita, come ammette in qualche modo lo stesso autore. Una tesi, a dir poco, ardita: l’America Latina è “imbevuta” di un virus di lunga data, il “populismo gesuita”, risalente all’utopia delle prime missioni in Paraguay, quelle raccontate nel film “Mission”. Un virus che avrebbe portato a una sorta di “mutazione genetica” del marxismo latinoamericano, a partire dall’esperienza cubana di Fidel Castro (che studiò dai gesuiti) e dalla Teologia della liberazione. Ingrediente costitutivo del peronismo argentino. Presente, pure, in dosi massicce nel socialismo bolivariano del venezuelano Hugo Chávez. Ma tale “virus” costituirebbe, pure, la piattaforma ideologica del gesuita Jorge Mario Bergoglio, secondo Zanatta. L’attuale Papa può dunque, essere definito l’ultimo anello di una corrente ideale che lo accomuna a Perón, Castro e Chávez. Un populista anti-liberale, nemico del libero mercato, propugnatore di una teoria, che viene proposta su scala globale, che invece sarebbe la causa dell’arretratezza dell’America Latina, ispanica e cattolica, soprattutto se contrapposta all’anglosassone e protestante America del Nord.

Pur senza entrare analiticamente nel merito del volume, ma riferendosi ad alcuni suoi contenuti e ad altri frequenti luoghi comuni sull’attuale Papa e sul suo continente di provenienza, lo storico Gianni La Bella, docente di Storia contemporanea all’Università di Modena-Reggio Emilia, interpellato dal Sir, mette in evidenza i limiti di queste visioni, e parla di “semplificazioni e generalizzazioni”. La Bella è un esperto di America Latina, è membro della Commissione preparatoria del Convegno latinoamericano che nel 2021 farà memoria della Conferenza di Aparecida, ha recentemente scritto con Massimo De Giuseppe un volume sulla storia contemporanea dell’America Latina ed è autore di un altro libro dedicato alle vicende dei gesuiti dal Concilio Vaticano II a oggi.

Gianni La Bella

Né populista né contro il libero mercato. Anzitutto, per La Bella, papa Francesco non è contro il libero mercato e non è un populista. “Si tratta di due accuse espressioni di antiche e nuove generalizzazioni, di affermazioni strumentali che non tengono conto di quello che il Papa dice e scrive”. Piuttosto, “il Papa è contro una visione politica che esalta e divinizza il mercato, pensando che da solo esso possa portare a una distribuzione della ricchezza. Di certo, l’economia di mercato trionfante di questi ultimi decenni non ci ha portato al paradiso terrestre e la visione del Papa trova conferme nell’attuale contesto della pandemia. Il Papa chiede con chiarezza un ripensamento profondo dell’economia contemporanea, vuole innescare un processo e portare una nuova visione, che metta al centro la persona, la distribuzione della ricchezza e il rispetto per l’ambiente”. E in Francesco “c’è una lettura molto chiara dei termini ricchezza e povertà, chiede un mondo di uguaglianza e pari opportunità, e porta un nome, Francesco, che è esso stesso un programma”. Quanto al populismo, “più volte il Papa ha parlato di differenza tra populismo e politiche popolari. E più volte ha criticato gli attuali populismi, che alimentano paure e rabbia, e a volte hanno elementi di xenofobia. Ben altra cosa è parlare di politiche pubbliche che mettano al centro il popolo. E papa Bergoglio ha negli occhi i popoli latinoamericani costituiti da poveri”.

Inaccettabile, secondo lo storico, la teoria che l’arretratezza dell’America Latina derivi da una sub-cultura ispanica e cattolica: “Si tratta di un vizio antico della cultura occidentale, per molto tempo si è parlato di America Latina con un tono dispregiativo, usando per esempio la categoria della ‘Repubblica delle banane’. Secondo questa visione, i problemi atavici dell’America latina derivano da mancanza di modernità, da sottomissione, da sudditanza alla cultura ispanica e cattolica. Ecco allora, che si accusa questa parte di continente di nepotismo, assenteismo, di qualsiasi difetto, da contrapporre invece alla prosperità degli Stati Uniti, costruiti invece sulla Riforma protestante. Un’analisi che non si sforza di comprendere le cause della diseguaglianza, dello stra-potere delle oligarchie, dell’assenza dello Stato e cultura pubblica, di una giustizia equa. In tutto questo, certamente, non voglio tacere le responsabilità della classe politica di molti Paesi latinoamericani. Lo stesso sogno di un socialismo progressista in grado di redistribuire ricchezza, non si è realizzato”.

Geopolitica della pace e riconciliazione. In quest’ottica, è superficiale attribuire simpatie e antipatie politiche al Papa, o un suo supposto silenzio, per esempio sul Venezuela o sul Nicaragua. “Basterebbe scorrere i suoi discorsi – prosegue La Bella – che sono invece improntati a una geopolitica della pace e della riconciliazione, che proprio in quel continente ha conosciuto importanti successi, pensiamo alla distensione tra Usa e Cuba o all’accordo di pace in Colombia. Certo, non sempre tutti i tentativi riescono, e penso soprattutto al Venezuela. In ogni caso, il Papa non è contro la globalizzazione e non potrebbe esserlo, essendo a capo della prima realtà ‘globale’, la Chiesa cattolica. Ma sempre insiste su una globalizzazione capace di includere e non di escludere, dice no alla globalizzazione dell’indifferenza. C’è, poi, un disegno che il Papa ha bene in mente e che è fondamentale, quello dell’integrazione latinoamericana, dell’ideale della ‘Patria grande’, peraltro già delineato anche da Giovanni Paolo II a Santo Domingo, nel 1992, e da Benedetto XVI nel 2007, ad Aparecida. Da soli i singoli Paesi latinoamericani non ce la fanno a risolvere problemi enormi, pensiamo al narcotraffico. La Chiesa latinoamericana, del resto, ha vissuto un esperimento unico di assimilazione collettiva dell’evento conciliare, vissuto a livello continentale e non di singoli Paesi”.

Quanto alla supposta centralità dei gesuiti, la Bella avverte che si tratta di una realtà religiosa complessa e articolata, “il Papa ha spiegato cosa significa essere per lui gesuita, e ha sottolineato soprattutto la centralità del discernimento, del cogliere i segni dei tempi”. E sul rapporto con il marxismo, l’ultima parola è stata detta da una lettera del generale Pedro Arrupe, che scrisse nel 1981 una lettera molto chiara, pubblicata dalla Civiltà Cattolica e da Aggiornamenti sociali. Ciò non toglie che ci sia poi stata una sorta di ‘ubriacatura’ marxista da parte di singoli membri della Compagnia di Gesù”.

(*) giornalista “La vita del popolo”