• on Gennaio 12, 2022

Kazakistan. Ferrari (Ca’ Foscari): “Popolazione allo stremo. Al potere non interessa lo sviluppo del Paese”

“È necessario partire da un presupposto. Il Kazakistan è un Paese importante, per dimensione territoriale, per l’enorme disponibilità di risorse naturali ed energetiche. La popolazione – solo 20 milioni di abitanti – potrebbe godere di grande benessere: nella capitale Nur-Sultan o ad Almaty si potrebbe vivere come a Dubai. Invece…”.

Aldo Ferrari, storico, esperto di Eurasia, è docente all’Università Ca’ Foscari di Venezia ed è direttore delle ricerche su Russia, Caucaso e Asia centrale dell’Ispi, Istituto per gli studi di politica internazionale di Milano. Segue con particolare attenzione l’evolversi degli eventi nel Paese (retto da un governo molto autoritario), dove le proteste di piazza, iniziate una settimana fa, vengono represse con estrema durezza: è il governo a parlare di quasi 130 morti (compresi venti agenti delle forze dell’ordine) e di 8mila arresti.
Lunedì 10 gennaio si è riunito il Consiglio di sicurezza dell’Organizzazione del trattato per la sicurezza collettiva (Csto), guidato dalla Russia: il presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev ha affermato che è in atto “un tentativo di colpo di Stato” per “sovvertire l’ordine costituzionale” e “distruggere le istituzioni governative”. Il presidente, succeduto due anni or sono a Nursultan Nazarbayev (al potere dalla dichiarazione di indipendenza nel 1991), ha quindi ribadito una tesi sostenuta da giorni, ossia che dietro le proteste vi siano “potenze straniere”.

Professore, come si originano le proteste ad Almaty e in altre città?
Il Paese era finora percepito come benestante ed esempio di stabilità. Ma la rivolta covava sotto la cenere. Il Kazakistan è esploso, con proteste diffuse e intense, represse con durezza. Una repressione che indica semmai una debolezza del potere politico anziché la sua forza. Non a caso è stato chiamato in causa il Csto. Teniamo presente che tale organizzazione regionale dovrebbe intervenire solidalmente solo in caso di effettiva minaccia esterna: per questo Tokayev insiste sull’ingerenza di forze straniere, e la sua tesi è stata accettata, forzando lo spirito del trattato. Tornando alle origini delle proteste, possiamo quanto meno ricordare che il Paese dispone di ricchezze ingenti che non sono state redistribuite tra i cittadini, molti dei quali vivono in condizioni di povertà. Ci sono forti squilibri sociali e le differenze tra chi si è arricchito e la grande maggioranza della popolazione appaiono evidenti. Aggiungerei una annotazione.

Prego.
Teniamo presente che fino ai tempi dell’Unione Sovietica, ossia trent’anni fa, vi era una sostanziale eguaglianza economica e sociale tra la gente: tutto questo oggi è sparito. E la gente ne è consapevole… Chi è al potere o vicino al potere è ricchissimo, mentre serpeggia una grande insoddisfazione per il tenore di vita medio. Ciò si aggiunge a un duro autoritarismo del potere politico, legato a Mosca, che controlla tutte le risorse economiche.

Le manifestazioni sono apparse particolarmente organizzate. Cosa ne pensa?
In effetti le proteste sono state ampie e a sua volta violente. Non è semplice, per dirla così, uccidere una ventina di poliziotti armati fino ai denti. Anche tra i manifestanti vi era chi, a quanto pare, si era attrezzato alla rivolta violenta. Difficile, d’altro canto, immaginare – stando a quanto affermato da Tokayev – quali Stati possano esserci dietro le proteste: non i Paesi vicini, non l’Occidente, mentre Russia e Cina hanno tutto il vantaggio a stare dalla parte della stabilità politica per continuare a fare affari con il Kazakistan. Si può magari immaginare che le stesse proteste possano essere alimentate da personaggi o frange della élite tagliate fuori dal potere.

Una possibile matrice “religiosa”?
Si potrebbe pensare a eventuali frange di islamismo radicale. Ma mi pare difficile, quanto meno in un Paese laico e multiconfessionale, dove le religioni (70% musulmani, 30% cristiani e altre fedi – ndr) convivono pacificamente.

Intravvede vie d’uscita?
Ritengo che se la repressione andrà in porto, come immagino, Tokayev rimarrà al suo posto, con un’accresciuta influenza di Mosca sul Paese. Se invece dai disordini emergesse un cambio al potere, la Russia assumerebbe un peso ancora maggiore sul futuro del Kazakistan. Una cosa è certa: è molto difficile immaginare per il Kazakistan uno sviluppo democratico come lo intendiamo in Occidente. Del resto ogni Paese è figlio della sua storia. Ma quella che influisce veramente sul Kazakistan di oggi è solamente la storia degli ultimi tre decenni. Se la leadership politica avesse avuto la volontà e fosse stata capace di redistribuire le ingenti risorse economiche, probabilmente le proteste non sarebbero avvenute. Qui il potere appare interessato alla continuità piuttosto che allo sviluppo del Paese, a condividere i guadagni derivanti dal petrolio e dal gas, in un regime di ampia corruzione, anziché far crescere gli standard di vita dei kazaki.