• on Luglio 11, 2022

In sala “Thor: Love and Thunder” targato Taika Waititi, su Sky-Now “Perché non l’hanno chiesto a Evans?” di Hugh Laurie

Nuovo capitolo dedicato al dio del Tuono interpretato da Chris Hemsworth: “Thor: Love and Thunder” scritto e diretto da Taika Waititi. È il primo supereroe del Marvel Cinematic Universe ad avere ben quattro film dedicati – il primo è “Thor” del 2011 firmato Kenneth Branagh –, in totale sette considerando l’ensemble “Avengers” (“Age of Ultron”, “Infinity War” e “Endgame”). In quest’ultima impresa si rimescolano un po’ le carte del personaggio, a livello introspettivo ed affettivo, come pure del genere narrativo. Ne esce un’opera composita e debordante, non poco fracassona e marcatamente sarcastica, con alcuni punti di pregio. Su Sky e Now l’attore britannico Hugh Laurie, l’indimenticabile Dr. House, passa dietro alla macchina da presa per dirigere (e scrivere) la miniserie “Agatha Christie. Perché non l’hanno chiesto a Evans?” dall’omonimo romanzo della regina del giallo. Il punto Cnvf-Sir.

“Thor: Love and Thunder” (al cinema dal 6 luglio)
Si fa un po’ fatica a entrare in partita con “Thor: Love and Thunder”, affidato all’effervescente regista, sceneggiatore e attore neozelandese Taika Waititi, Premio Oscar nel 2020 per il copione di “Jojo Rabbit” e regista anche di “Thor: Ragnarok” (2017). “Thor: Love and Thunder” rilegge il personaggio del dio del Tuono da un’altra angolatura, dando più spazio all’introspezione, alla consapevolezza di sé e all’amore, componendo un ritratto meno mitico e più prossimo all’umanità odierna. Buone le intenzioni meno il risultato, perché il film risulta particolarmente sovraccarico di suggestioni e dispersioni (spesso inutili).

La storia. Thor è solo, al seguito dei Guardiani della Galassia, dopo la morte dei suoi familiari, la scomparsa del suo pianeta durante il conflitto con Thanos e la fine dell’amore con la scienziata Jane Foster (Natalie Portman). Mentre l’eroe è alla ricerca di sé, una nuova minaccia compare all’orizzonte: è Gorr il macellatore di dèi (Christian Bale). Un tempo uomo mite, che a seguito della morte della figlia piccola e delle invocazioni inascoltate al dio cui era devoto, è divenuto un acerrimo sterminatore di divinità. Thor prova a fermarlo, coadiuvato da Valchiria (Tessa Thompson), dal guerriero roccia Korg (lo stesso Waititi) e inaspettatamente dalla sua amata Jane che, imbracciando il martello Mjolnir, è diventata Potente Thor…

I temi. Al di là del focus sul personaggio principale, ossia la fragilità dell’eroe, che si mette in discussione esplorando le praterie della propria interiorità, si fanno strada alcune linee narrative meritevoli di approfondimento. L’intento della Disney (al di là dell’ormai nota promozione dell’inclusività), e in generale di Hollywood, è di ricalibrare lo scenario rappresentativo dando equo spazio a un’eroicità tanto maschile quanto femminile. Così dopo i film dedicati a “Captain Marvel” (2019), “Black Widow” (2021) e la serie “Ms. Marvel” (2022), ecco arrivare la versione femminile di Thor: la scienziata Jane Foster non è solo brillante nel campo della ricerca, ma grazie all’affinità con il martello magico Mjolnir diventa una supereroina con le fattezze dello stesso Thor. Due eroi, dunque, che combattono alla pari, fianco a fianco, uniti anche nell’amore.

Accanto a questo, si inserisce una pista tematica ben più densa e complessa: la malattia, una minaccia al di là dei poteri magici. Si scopre sin da subito che la scienziata Jane Foster è affetta da un male aggressivo, un tumore, e si deve sottoporre a cicli di chemioterapia. Insomma, un tema di forte realismo e non poco problematico in una narrazione che sembra di fatto abbassare il suo target spettatoriale. A ben vedere, ricorda la riflessione a sfondo educativo che J.K. Rowling avanza nell’universo narrativo di Harry Potter: la magia può migliorare il mondo, persino salvarlo, ma non può nulla contro la morte. Non c’è incantesimo che valga. Tale sguardo trova senso, tanto in Harry Potter quanto in “Thor: Love and Thunder”, quando non consegna alla malattia o alla morte l’ultima parola, bensì all’amore, alla speranza. Attraverso la sofferenza di Jane, Thor cambia prospettiva, rivede le proprie priorità e argina le sue fragilità, dando pieno spazio al sentimento, alla dimensione relazionale-familiare, vero baricentro dell’esistenza.

(L-R): Natalie Portman as Mighty Thor and Chris Hemsworth as Thor in Marvel Studios’ THOR: LOVE AND THUNDER. Photo by Jasin Boland. ©Marvel Studios 2022. All Rights Reserved.

Ultimo, ma non meno importante, l’antagonista Gorr, che Christian Bale sagoma con grande maestria tratteggiandolo come uno dei personaggi visivamente più spaventosi dell’Universo Marvel (sulla falsariga di un Voldemort o di un dissennatore potteriano). Gorr non nasce malvagio, anzi è una figura devota e mite; si abbandona alla vertigine del male solo in seguito a una sofferenza bruciante: la morte della figlia. Un dolore che lo offusca e lo conduce allo sbandamento, rappresentando di fatto l’antitesi della parabola di Thor. Gorr è avvelenato dall’odio verso il prossimo, le divinità tutte, incapaci di accogliere le suppliche; una figura fosca e negativa, cui però si presenta una possibilità di cambiamento, per non dire di redenzione.

Tali piste tematiche sono di certo valide e meritevoli di approfondimento, nel complesso però la narrazione risulta il più delle volte confusionaria, frastornante e fuori fuoco, appesantita da dialoghi o intere sequenze inutilmente sopra le righe (si veda l’assemblea degli dèi con uno Zeus irriverente e imbolsito interpretato da Russell Crowe). Sembra quasi di assistere a una (inspiegabile) ridicolizzazione del mito Thor, che appiattisce e sottrae senso ai vari temi in campo. Peccato. Nel complesso “Thor: Love and Thunder” è consigliabile, problematico.

“Agatha Christie. Perché non l’hanno chiesto a Evans?” (su Sky-Now)
Dopo Kenneth Branagh, che ha rilanciato sullo schermo le indagini di Hercule Poirot dalla penna di Agatha Christie – “Assassinio sull’Orient Express” (2017) e “Assassinio sul Nilo” (2022) –, ecco un altro britannico al cospetto della regina del giallo: è Hugh Laurie (“Dr. House. Medical Division”, 2004-12; “Catch-22”, 2019), che si confronta con il romanzo della Christie “Perché non l’hanno chiesto a Evans?” uscito nel 1934, lo stesso anno di “Assassinio sull’Orient Express”. Stiamo parlando della miniserie “Agatha Christie. Perché non l’hanno chiesto a Evans?”, racconto giallo-poliziesco disponibile pensato per BritBox e in Italia su Sky e sulla piattaforma Now, che Hugh Laurie ha scelto di dirigere, sceneggiare e produrre, ritagliandosi anche un ruolo nel racconto.

La storia. Galles, spiaggia di Marchbolt, il ventenne Bobby (Will Poulter, “Black Mirror”) scorge il corpo di un uomo apparentemente caduto dalla scogliera. Quando si avvicina per prestare soccorso, quest’ultimo esalando l’ultimo respiro afferma: “Perché non l’hanno chiesto a Evans?”. Bobby decide di indagare sulla faccenda, aiutato dall’amica Lady Frances Derwent detta Frankie (Lucy Boynton, “Bohemian Rhapsody”). I due sono però tallonati segretamente da un losco individuo…

Golf Course Scene: Lucy Boynton as Frankie (Lady Frances Derwent) with Will Poulter as Bobby Jones

I maestri del giallo non passano mai di moda. Non solo Agatha Christie, tra i sempreverdi nel rapporto letteratura-schermo sono da ricordare Arthur Conan Doyle e la sua geniale creatura Sherlock Holmes (il must è la serie BBC “Sherlock”, 2010-17, con Benedict Cumberbatch), Georges Simenon e il commissario Maigret (con il volto di ora di Richard Harris ora di Gino Cervi) e G.K. Chesterton e il detective in talare padre Brown (archetipo del nostro Don Matteo).

Hugh Laurie entra in partita con il racconto dando prova di sapere come condurre con la macchina, alternando suggestioni descrittive e intrecci investigativi, tenendo sempre il passo (anche introspettivo) dei protagonisti Bobby e Frankie. Per rafforzare poi il fascino del racconto, al di là del già solido canovaccio alla Christie e della raffinata ambientazione inglese, Laurie punta su comprimari di peso: Emma Thompson, Jim Broadbent e Conleth Hill. Insomma, una classica partita a scacchi con delitto impeccabile e fascinosa. Consigliabile, brillante-problematico.