• on Ottobre 19, 2022

In sala “Brado” di Kim Rossi Stuart, film di frontiera ruvido e poetico. Alla Festa “January” di Kairišs

Novità al cinema e alla Festa di Roma. Dal 20 ottobre esce nelle sale la terza regia di Kim Rossi Stuart, “Brado”, opera che prende le mosse dal suo racconto “La lotta”: un film di frontiera che esplora il rapporto padre-figlio con uno sguardo ruvido e dolente. Protagonisti lo stesso Rossi Stuart e il talento emergente Saul Nanni. Ancora, all’Auditorium, dove è in corso la 17a Festa del Cinema, oggi è il giorno del lituano “January” di Viesturs Kairišs, istantanea di una generazione di ventenni nel 1991, mossi dal sogno del cinema e sulle barricate per liberare il proprio Paese, la Lettonia, dalla morsa dall’Unione Sovietica. Punto Cnvf-Sir.

“Brado” (al cinema, dal 20.10)
Sono oltre quaranta i titoli tra cinema e Tv cui l’attore romano Kim Rossi Stuart, classe 1969, ha preso parte. Dagli anni Duemila, poi, è passato anche dietro la macchina da presa per raccontare storie di matrice esistenziale e familiare, racconti che si impregnano di sfumature autobiografiche. Dopo il riuscito esordio “Anche libero va bene” (2006), seguito poi da “Tommaso” (2016), Kim Rossi Stuart firma il suo terzo film, quello che ne sancisce di fatto la piena maturità artistica: è “Brado”, tra western urbano e dramma familiare, film intenso e livido che guarda molto in termini stilistici a un cinema di respiro europeo. “Brado” è tratto dal racconto “La lotta”, che fa parte della raccolta “Le guarigioni” (La nave di Teseo) firmata dallo stesso Rossi Stuart; l’adattamento per lo schermo è scritto a quattro mani insieme allo sceneggiatore Massimo Gaudioso. La produzione è targata Palomar, con Sky e Prime Video.

La storia. Italia oggi, Renato (Kim Rossi Stuart) è un uomo solitario, che ha dedicato tutta la sua vita alla costruzione di un ranch dove allevare cavalli da corsa. L’attività però non va più tanto bene, e i debiti aumentano; l’uomo è anche in difficoltà per un braccio rotto. Data la situazione il figlio ventenne Tommaso (Saul Nanni), decide di aiutarlo nonostante i rapporti tra i due siano claudicanti; si prende così una pausa dal lavoro nel settore dell’edilizia acrobatica e si trasferisce al ranch dal padre, dove accetta di allenare un cavallo particolarmente agitato per una gara di cross-country…

(@Claudio-Iannone)

È “un film di genere – racconta Kim Rossi Stuart – dall’impianto classico, che trascina lo spettatore in un’impresa da compiere. (…) Addestrare un cavallo difficile, recalcitrante, selvaggio (…). Gli eroi, assieme al quadrupede, sono un padre e un figlio che si ritrovano proprio in questa occasione a cercare di sciogliere quel grumo di rabbia, ostilità, rancore, che ha impedito loro per tanto tempo di essere vicini. È un difficile percorso a ostacoli quello che deve compiere il cavallo, ma anche quello che devono affrontare i due per potersi ritrovare”.

Graffia, ma è anche marcato da inaspettata tenerezza l’ultimo film di Kim Rossi Stuart, un’opera che marcia lungo il binario del film di genere, un western contemporaneo di matrice drammatico-esistenziale, dove si intrecciano non pochi temi: il dialogo padre-figlio, il rapporto con la natura; ancora, “Brado” è un romanzo di formazione, un’opera che scandaglia i territori della vita, della morte e della fede. Un film che, a ben vedere, chiede molto allo spettatore in termini emotivi, di cooperazione personale.

Coadiuvata dalla suggestiva fotografia di Matteo Cocco, la regia di Kim Rossi Stuart è salda e abile nel governare un viaggio introspettivo tra ricordi familiari, rimossi e opportunità di pacificazione. Un film denso anche di suggestioni problematiche, a cominciare dal confronto con il tema della morte e la volontà-pretesa dell’uomo di poterla dominare. In un quadro stilistico-narrativo che richiama molto il cinema di Clint Eastwood degli ultimi due decenni, soprattutto “Million Dollar Baby” (2004) e “Gran Torino” (2008), “Brado” ci sfida anche su temi etici: se Renato è incarna l’uomo indurito e reso amaro dalla vita, che ferisce l’altro perché ferito in partenza, Tommaso al contrario sperimenta un percorso di sofferenza e guarigione, scegliendo in ultimo la vita, salvandola.

Dal punto di vista interpretativo, Kim Rossi Stuart e Saul Nanni trovano la giusta amalgama, rendendo vero, potente, quel rapporto padre-figlio a corrente alternata. Se sorprende, poi, la carica espressiva dell’esordiente Viola Sofia Betti nel ruolo dell’addestratrice Anna, risulta invece una conferma la recitazione misurata e versatile di Barbora Bobulova. Sempre molto acuta. Nell’insieme, “Brado” è un’opera che conquista nel tormento, che si apprezza per la sua poesia dolente. Complesso, problematico, per dibattiti.

“January”
Nella cornice del nostro presente, “January” (titolo originale “Janvāris”) del regista Viesturs Kairišs è un film che trova subito una drammatica risonanza: è il racconto della resistenza giovanile (ma anche di adulti e anziani), del popolo lituano tutto, contro la minaccia sovietica, una difesa della libertà nazionale.

La storia. Riga, Lettonia, 1991. Jazis (Karlis Arnolds Avots) è un giovane di 19 anni, che sogna una carriera nel cinema sull’esempio di Ingmar Bergman e Jim Jarmusch. Incerto sul domani e con la paura della leva militare obbligatoria, inizia a frequentare una scuola di cinema dove conosce la coetanea Anna (Alise Dzene). È amore. Il loro legame da un lato si scontra con i reciproci sogni artistici, dall’altro con il duro realismo di un Paese minacciato…

Come sottolinea il regista Kairišs, “January” ricorda “i film urbani della Nouvelle Vague: un giovane che cerca sé stesso, ma non riesce a definirsi. Avevo 19 anni nel gennaio 1991, quindi conosco bene i protagonisti e gli eventi del film”. L’autore traccia un evidente parallelismo tra i tumulti nel proprio Paese di inizio anni ’90 e il clima incendiario vissuto nell’Ucraina di oggi. La prospettiva di racconto, intrisa di rimandi autobiografici, è quella di un ventenne chiamato a confrontarsi con la dimensione adulta, con le scelte che imprimono una direzione indelebile.

Jazis incede lentamente, con il pensiero fisso nel cinema, nell’arte, dimostrando poca fiducia nel futuro: tutto è confuso e precario, in casa, all’università e nella società tutta. Il giovane usa la cinepresa come una lente per guardare il mondo fuori, per decifrarlo; con la camera prova a “sporcarsi” con la vita, ad addentrarsi nelle sue maglie. E conosce anche l’amore grazie al cinema. Quando però la realtà supera la finzione, l’incanto dell’arte va in frantumi e l’urgenza civile prende il sopravvento. Jazis e Anna ridimensionano tragicamente le proprie aspirazioni, costretti a calarsi nella realtà del momento, nella cronaca della resistenza: la cinepresa diventa allora il diario della paura diffusa, dei tormenti di un popolo.

“January” è un’opera che fonde istanze cinematografiche e impegno civile, pagine di ieri e lampi di contemporaneità, attraverso lo sguardo di una generazione che affronta con smarrimento e coraggio l’idea di futuro. Non privo di imperfezioni visive-narrative, “January” si rivela comunque un’opera interessante e valida. Film complesso, problematico, per dibattiti.