• on novembre 15, 2021

Myanmar. Mons. Han (Yangon): “Senza pace, non possiamo sperare”

Yangon, mons. John Saw Yaw Han, segretario generale della Conferenza episcopale birmana

Foto Sir

Una Chiesa travolta ma non sconfitta dalle violenze della repressione militare, dalla emergenza degli sfollati interni e dalla pandemia da Covid-19. La reazione è stata immediata e naturale: i grandi complessi della Chiesa – dai seminari maggiori, ai conventi, alle case per ritiri – si sono trasformati in centri di prima accoglienza, cliniche temporanee, veri e propri ospedali. Anche nella residenza stessa del cardinale di Yangon, Charles Bo, si fabbricano impianti per l’ossigeno. E’ mons. John Saw Yaw Han, segretario generale della Conferenza episcopale del Myanmar, a descrivere “il volto” della Chiesa birmana dove anche qui, in comunione con papa Francesco e con tutta la Chiesa nel mondo, ha aperto e si è impegnata a vivere il cammino sinodale. E’ il “Sinodo delle periferie”.

Cosa significa, per voi e in questo momento, iniziare il cammino sinodale?

E’ una benedizione. Ci dà l’opportunità di condividere e ascoltarsi vicendevolmente per incoraggiare una maggiore collaborazione, comprensione e assistenza reciproca. Prepara la strada al rispetto, alla riconciliazione, alla pace e all’efficacia nell’annuncio futuro della Buona Novella di Gesù Cristo. Il sinodo in questo modo si estende non solo ai fedeli cattolici, ma anche ai seguaci delle altre fedi e religioni. La sua inclusività è un buon esempio anche per la società nel suo insieme. Come dice Papa Francesco, ci rendiamo conto che le benedizioni che riceviamo da Dio non sono da conservare per noi stessi, ma sono doni da condividere con gli altri. Come condividiamo con gli altri ciò che è buono, condividiamo anche i dolori e le sofferenze attraverso un ascolto attento e l’aiuto concreto.

Come si può vivere questo processo in un contesto come quello del Myanmar quando l’escalation delle violenze continua senza sosta. Potete incontrarvi, pregare, parlare insieme?

A causa dell’attuale situazione del Paese sia per motivi politici che sanitari, non è facile organizzare incontri, pregare e parlare in un grande gruppo di persone. A seconda delle diverse situazioni del Paese, alcune diocesi possono organizzare di più, altre di meno. Per lo più cerchiamo di incontrarci, discutere e pregare tramite incontri zoom. Ma alcune diocesi non possono partecipare nemmeno alla riunione zoom a causa della mancanza di accesso a Internet.

Il processo sinodale chiede alla Chiesa di mettersi soprattutto in ascolto delle persone. Cosa vi sta chiedendo la gente in Myanmar? E come la Chiesa sta cercando di rispondere a questo grido?

Il popolo del Myanmar chiede assistenza sanitaria, assistenza umanitaria, giustizia, rispetto della dignità umana, democrazia, pace e sviluppo del Paese. Gli sfollati interni hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria e sanitaria. Guidata dal cardinale Charles Bo, la Conferenza episcopale del Myanmar ha istituito una squadra nazionale di risposta alle emergenze. Si tratta del Myanmar Catholic Humanitarian Assistance Initiatives (MCHAI) ed ha la missione di assistere le persone sia  dal punto di vista sanitario che nella distribuzione del cibo. La Chiesa cerca di provvedere non solo ai bisogni fisici, ma anche ai bisogni mentali e spirituali mediante la consulenza psicologica e l’accompagnamento spirituale.

In che modo le difficoltà e i dolori vissuti in questo periodo hanno cambiato il volto della Chiesa in Myanmar?

In questo periodo di difficoltà e dolori, la Chiesa in Myanmar trasforma i seminari maggiori cattolici, le case di ritiro, i conventi e i complessi ecclesiastici in centri di quarantena Covid-19, luoghi di rifornitura di ossigeno, cliniche temporanee e ospedali. Nella residenza stessa del cardinale, ha luogo una  fabbrica di impianti di ossigeno. La chiesa sta offrendo non solo i suoi edifici, ma anche i materiali necessari per i malati e i volontari. Sacerdoti cattolici, suore, diaconi, seminaristi e giovani volontari insieme a membri di altre fedi in luoghi diversi stanno rischiando la vita per aiutare il popolo in difficoltà. Ci sono poi laici qualificati e religiosi esperti che stanno prestando i loro generosi servizi in equipe di teleconsulto per la salute e la direzione spirituale. Il card. Charles Bo è la voce dei senza voce nelle lotte del Paese. Grazie ai servizi offerti dalla Chiesa, le persone si rendono conto che la Chiesa esiste per tutti, indipendentemente dallo stato sociale, dalle fedi e dalle religioni.

Cosa la preoccupa di più e cosa le dà speranza?

La mia grande preoccupazione è per la riconciliazione nazionale e la soluzione pacifica delle attuali crisi il più presto possibile. Senza pace, non possiamo sperare in un’adeguata assistenza sanitaria, una buona educazione e lo sviluppo del Paese. Essendo una persona religiosa, credo che Dio possa fare ciò che noi non possiamo fare. Dio ha il suo tempo, il suo piano e i suoi mezzi. Affido il mio paese, il Myanmar, all’onnipotenza di Dio. La mia speranza è in Dio e nella solidarietà delle comunità internazionali.

Cosa vorrebbe dire alle Chiese del mondo che intraprendono insieme lo stesso cammino sinodale?

Così come cerchiamo di metterci in ascolto della voce dei membri della Chiesa cattolica del Paese durante il Sinodo sinodale, prestiamo attenzione anche alle voci delle persone di diverse fedi e religioni presenti nelle diverse parti del mondo. La chiesa in Myanmar è grata a tutte le chiese e alle persone di buona volontà per le loro preoccupazioni e generosità e per essere venuti in nostro aiuto in un tempo di grandi bisogni. Teniamoci l’un l’altro nella preghiera e nell’amore.