• on novembre 11, 2021

Il reddito di cittadinanza alle prove delle modifiche nel ddl bilancio

Nel disegno di legge di bilancio al reddito di cittadinanza sono dedicati gli articoli 20, 21 e 22. Il testo interviene da un lato potenziando il sistema dei controlli, dall’altro modificando i meccanismi di erogazione allo scopo di promuovere in modo più stringente l’occupazione dei percettori del Rdc (quelli realmente occupabili, va sempre ricordato, sono solo circa un terzo del totale).

Sul primo versante, oltre a una messa a punto degli impedimenti di carattere giudiziario nell’accesso al sostegno, si punta su un “piano di verifiche dei requisiti patrimoniali”, con specifico riferimento ai beni detenuti all’estero, e su tutta una serie di controlli a vari livelli, anche preventivi, con l’incrocio dei dati e delle informazioni dei vari enti coinvolti (in primo luogo l’Inps e i Comuni).

Sull’altro versante sono previsti incentivi economici per i datori di lavoro che assumono e per gli intermediari privati accreditati, il cui ruolo è contemplato a fianco di quello dei Centri per l’impiego.

Vanno invece a scadenza, senza rinnovo e tra le polemiche, i contratti dei navigator. Quanto ai beneficiari del Rdc, essi decadranno dal loro status se rifiuteranno due offerte di lavoro congrue. Dopo il primo diniego, comunque, l’assegno sarà ridotto di 5 euro per ogni mese (con eccezioni per particolari condizioni del nucleo familiare, come la presenza di disabili gravi). La congruità della prima offerta implica che il luogo di lavoro sia situato entro 80 chilometri dalla residenza o raggiungibile con i mezzi pubblici nel tempo massimo di 100 minuti. Nessun limite è fissato, invece, per la seconda offerta. In altro comma si legge che il lavoro dev’essere di durata non inferiore a 3 mesi e con orario non inferiore al 60% di quello fissato nei contratti collettivi. Ai fini della verifica della ricerca attiva del lavoro, il beneficiario del Rdc dovrà recarsi almeno una volta al mese presso il Centro per l’impiego. Analogo impegno mensile in presenza è richiesto, ma presso i servizi di contrasto alla povertà, a chi è coinvolto nei patti d’inclusione sociale. Il mancato rispetto di questi impegni, senza un comprovato e giustificato motivo, comporterà la decadenza dal beneficio.

Per quanto riguarda i progetti utili alla collettività, si stabilisce che i Comuni saranno tenuti a impiegare almeno un terzo dei percettori di Rdc residenti.

Purtroppo il ddl di bilancio, oltre a introdurre quella che è stata definita una “stretta”, non corregge i limiti strutturali della misura,

ribaditi dalla relazione del Comitato scientifico per la valutazione del Reddito di cittadinanza, istituito presso il ministero del Lavoro e presieduto dalla sociologa Chiara Saraceno, con l’apporto dei maggiori esperti del settore.

Il Comitato ha presentato anche dieci proposte che si spera possano trovare un riscontro nell’iter parlamentare della manovra per eliminare o quantomeno ridurre il paradosso amaro di una misura contro la povertà che tende a sottovalutare proprio coloro che sono a maggior rischio di povertà, vale a dire le famiglie numerose (penalizzate da una scala di equivalenza che di fatto premia i single) e gli immigrati.

“Che nel calcolo i minorenni contino la metà di un adulto – ha sottolineato la Saraceno nel corso della presentazione del rapporto – è sbagliato: ciò fa sì che le famiglie numerose abbiano più difficoltà ad accedere al sussidio. È un’iniquità tra poveri e particolarmente grave perché a sfavore dei minorenni. La nostra proposta equipara adulti e minorenni alza la soglia massima del coefficiente della scala di equivalenza, contestualmente abbassando l’importo base dell’assegno mensile”.

Per quanto riguarda gli immigrati, il periodo minimo di 10 anni di residenza in Italia richiesto agli extracomunitari è abnorme. “Nessun Paese europeo richiede un periodo così lungo”, ha ricordato la Saraceno. La proposta del Comitato è di ridurlo a 5 anni.
Sui requisiti di accesso degli immigrati, peraltro, si attende una pronuncia della Corte costituzionale, che ha già tenuto l’udienza pubblica su una questione di legittimità sollevata dal tribunale di Bergamo. I magistrati hanno rinviato alla Consulta la norme secondo cui ai cittadini di Paesi terzi è richiesto il permesso di soggiorno Ue di lungo periodo, “con conseguente esclusione del beneficio dei titolari di permesso unico di lavoro” o “di permesso di soggiorno di almeno un anno”. Una questione solo apparentemente tecnica perché nelle argomentazioni del tribunale vengono chiamati in causa fondamentali diritti costituzionali e quindi il responso dell’Alta Corte potrebbe avere ricadute più generali sugli assetti normativi del Rdc.