• on giugno 1, 2021

Il punto Cnvf-Sir: la favola dark-rock “Crudelia” (al cinema/Disney+) di Craig Gillespie, il mondo del calcio con “Il Divin Codino” (Netflix) e “Regine del campo” (al cinema)

Una seducente favola dark a colpi rock. È “Crudelia” (“Cruella”), l’ultima opera del regista australiano Craig Gillespie con protagonista il premio Oscar Emma Stone, nei panni di una giovane stilista in cerca di successo nella Londra degli anni ’70, influenzata dalle vibrazioni della moda punk; una promettente artista al bivio tra bene e male, pronta a indossare la maschera di Crudelia de Mon, villain tra i più noti dell’universo Disney. Ancora, a tutto calcio tra cinema e piattaforme: su Netflix troviamo “Il Divin Codino” diretto da Letizia Lamartire”, biopic su uno dei miti del calcio italiano Roberto Baggio, e in sala la commedia “Regine del campo” del regista franco-tunisino Mohamed Hamidi. Il punto dei film con Cnvf-Sir.

“Crudelia” (cinema/Disney+)
Craig Gillespie si è fatto notare con il suo primo lungometraggio “Lars e una ragazza tutta sua” (2007) con Ryan Gosling, stravagante storia d’amore tra un trentenne introverso e una bambola gonfiabile; con “Tonya” del 2017, biopic sulla pattinatrice Tonya Harding, l’autore ha confermato tutto il suo stile di regia incisivo e spiazzante. Ora Gillespie ha avuto l’onore-onere dalla Disney di portare sul grande schermo la parabola di una delle cattive più memorabili dei cartoon, ovvero Crudelia de Mon (Cruella de Vil), creata dalla penna della scrittrice inglese Dodie Smith e resa iconica dall’animazione “La carica dei cento e uno” del 1961.
La Disney, infatti, nel suo percorso di recupero dei suoi gioielli di animazione tra attualizzazioni e versioni in live-action – “Cenerentola” (2015), “Beauty and the Beast” (2017), “Aladdin” (2019) e “Mulan” (2020) – sta esplorando anche le pieghe dark dei personaggi più scomodi come Malefica da “La bella addormentata nel bosco” e appunto Crudelia. Un modo di offrire angolature diverse sulle storie, tratteggiando anche (forse con un po’ di azzardo) le motivazioni che spingono a percorrere il sentiero del male.
In “Crudelia” ci troviamo catapultati nella Londra degli anni ’70. Estella (Emma Stone) è una ventenne orfana con un talento per la moda, sempre alla ricerca dell’occasione per imprimere una svolta alla sua vita. Nel mentre sopravvive facendo la borseggiatrice insieme ai fidati amici Jasper (Joel Fry) e Horace (Paul Walter Hauser). Quando, dopo una serie di vicissitudini, le si presenta l’opportunità di fare da assistente alla stilista più in voga del tempo, la Baronessa (Emma Thompson), dal passato di Estella iniziano a emergere fratture e irrisolti…
“Crudelia” è un’opera assolutamente seducente, ricercata, dalle coinvolgenti atmosfere punk tanto musicali quanto nella moda (meravigliosi i costumi di Jenny Beavan!). Un racconto potente, in alcuni passaggi persino geniale, segnato da alcuni aspetti problematici. Partiamo anzitutto dai punti di valore: scenografie, costumi e atmosfere musicali sono la parte più riuscita, vibrante, che rendono il film letteralmente magnetico. Il duetto poi tra le due attrici premio Oscar, Emma Stone ed Emma Thompson, è solido e serrato. Le due protagoniste abitano i dialoghi con convinzione e si lasciano coinvolgere in un turbinio di espressioni frizzanti, esilaranti.
Qual è allora la nota stonata in “Crudelia”? Di certo la linea narrativa, il racconto dell’evoluzione di Estella, la sua trasformazione in Crudelia de Mon. Al di là dell’evidente cornice educational tipica dell’universo narrativo Disney, qui nel film diretto da Gillespie assistiamo all’abbandonarsi di un personaggio al male. Come in “Joker” di Todd Phillips (2019, Leone d’oro a Venezia 76), in “Crudelia” viene tratteggiata la sofferenza di un personaggio emarginato che abbraccia il male come scelta inevitabile. In “Joker”, infatti, la violenza appariva (pericolosamente) come l’unica soluzione consentita al protagonista, perché ormai umiliato e scartato dalla società; in “Crudelia” Estella sembra non avere scampo e la maschera-alter ego Crudelia è per lei l’“antidoto” all’isolamento, la risposta ruggente alle ingiustizie subite. Il film pertanto sembra suggerire una “giocosa” adesione al male e questo desta non poche perplessità, soprattutto pensando al pubblico dei più piccoli, senza i necessari strumenti di decodifica. Detto ciò “Crudelia” rimane un film assolutamente stiloso e godibile, che affascina non poco. Ottimamente diretto e interpretato, “Crudelia” dal punto di vista pastorale è da valutare come consigliabile, problematico e adatto per dibattiti.

“Il Divin codino” (Netflix)
Dopo il biopic su Francesco Totti (il documentario di Alex Infascelli e la serie Sky “Speravo de morì prima” di Luca Ribuoli), ecco un altro campione del calcio italiano acclamato sullo schermo: è “Il Divin Codino”, sulla vita e carriera di Roberto Baggio, una produzione targata Netflix. Alla regia c’è Letizia Lamartire, forte anche del successo della serie “Baby” (è tra i registi della seconda e terza stagione), mentre volto del campione vicentino è Andrea Arcangeli (“Romulus”, 2020). Il racconto segue Baggio nei suoi ventidue anni di attività come professionista, passando dagli esordi nella Lanerossi Vicenza alla Fiorentina, per arrivare poi ai tanti appuntamenti della Nazionale tra cui la finale di Coppa del mondo Italia-Brasile nel 1994, a quel memorabile rigore sbagliato. Baggio viene raccontato soprattutto per il suo talento e la sua resilienza, la capacità di riprendersi dai tanti infortuni, come pure per il suo ancoraggio familiare e il legame stabilizzante con la fede buddista.
Se nel complesso l’operazione “Il Divin Codino” può apparire senza dubbio valida, si notano alcune incertezze tanto nella regia di Lamartire quanto nella sceneggiatura di Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo. “Il Divin Codino” appare infatti una successione di quadri visivi della storia di Baggio abbastanza slegati, senza dare compattezza e adeguata complessità al racconto. Il rischio è quello di una storia che rimane in superficie, senza troppi sussulti, esposta al rischio del “santino”. Peccato… Bravo Arcangeli nella caratterizzazione, abile nel sottrarsi al rischio di operazioni macchiettistiche. Dal punto di vista pastorale “Il Divin codino” è consigliabile, problematico e adatto per dibattiti.

“Regine del campo” (Cinema)
Il regista di “In viaggio con Jacqueline” (2017), Mohamed Hamidi, torna con una nuova commedia francese effervescente ma con precise suggestioni sociali. Parliamo di “Regine del campo” (“Une belle équipe”), opera che mette a tema la parità tra donne e uomini nella società odierna attraverso la metafora del calcio. La storia in breve: in una cittadina di provincia nel Nord della Francia Marco (Kad Merad) è l’allenatore di una squadra di calcio maschile prossima alla recessione; quando, dopo una rissa, i giocatori vengono tutti sospesi per tre giornate, l’allenatore non ha altra scelta che rimpiazzarli con delle giocatrici, le uniche a volersi mettere in gioco. È l’inizio di un’accesa contesa nel paese, tra i sostenitori e chi invece difende tenacemente la separazione tra campionato maschile e femminile. Il ritmo di certo non manca, anzi. Il film “Regine del campo” si presenta infatti come una commedia godibile, ben interpretata, che marcia spedita su un binario narrativo semplice ma non privo di occasioni di riflessione. Una simpatica suggestione per mettere a fuoco ancora i tanti, troppi, pregiudizi e barriere esistenti tra uomini e donne nello sport, nel lavoro e in generale nella vita. Dal punto di vista pastorale “Regine del campo” è consigliabile, semplice e per dibattiti.