• on novembre 4, 2021

Il Movimento eucaristico giovanile riparte con il primo convegno nazionale in presenza dall’inizio della pandemia

Si è svolto a Frascati, nel weekend tra il 30 ottobre e Ognissanti il convegno nazionale del Movimento eucaristico giovanile (Meg). È stata una scommessa vinta quella fatta dal responsabile nazionale, padre Andrea Picciau, insieme con la Segreteria nazionale del movimento, di richiamare i ragazzi del Meg a incontrarsi dal vivo dopo le restrizioni e le grandi difficoltà causate a tutte le comunità locali dalla pandemia del Covid-19. Le comunità hanno risposto con entusiasmo, attenendosi alle stringenti regole e limitazioni che sono state prese onde non incorrere nel rischio che l’assemblea potesse trasformarsi in un potenziale luogo di contagi: obbligo vaccinale, green pass e tampone nelle 24 ore antecedenti il convegno, oltre l’obbligo della mascherina continuativamente durante i lavori assembleari e di gruppo, distanziamento nel grande tendone del centro Giovanni XXIII che ha ospitato i lavori e, per quanto possibile, continua igienizzazione dei luoghi e delle mani.
I 200 ragazzi che hanno partecipato guidati dai padri gesuiti Michele Papaluca e Narciso Sunda per i ragazzi delle ultime classi superiori e universitari, hanno risposto con un atteggiamento estremamente consapevole della situazione: la gioia del ritrovarsi, del ripartire ha vinto dopo ben oltre un anno e mezzo di obblighi, solitudine, distanziamento sociale, depressione, buio interiore. “Come io ho amato voi” il titolo del convegno, che apre l’anno sociale dell’Eucaristia e fraternità: “Ciascuno di noi può rialzare la testa, siamo tornati a casa, qui a Frascati, e possiamo dire “Io sono qui”.

Allora la prima cosa che facciamo oggi è ringraziare, facendo silenzio così che ciascuno possa dire il suo “grazie nel cuore” ha detto padre Picciau in occasione dell’omelia conclusiva nella solennità di Ognissanti “che la festa di Tutti i Santi, di tanti fratelli che vivono nel Signore, che hanno vissuto una vita nel Signore, che hanno trovato la gioia più grande, la gioia più vera dando la vita per il Signore e con il Signore”.

Nel ricordo dei Santi si può rileggere la pandemia “che ha reso luminose molte cose: ci ha fatto soffrire, è vero, ci ha fatto fare fatica, ci ha messo tante paure, ha toccato tante volte il cuore – ha detto Picciau – ma ci ha fatto decidere di vivere da fratelli nella comunità, di vivere la fraternità. Oggi il Meg ci ricorda che per noi vivere è come essere un tralcio attaccato ad un altro tralcio”. E tutti i ragazzi presenti, duranti i lavori sono stati invitati ad appendere il loro tralcio su una semplice croce in legno, che è come rifiorita. Per i ragazzi essere al convegno ha voluto dire non solo poter incontrare qualcuno dopo tutto quello che è successo: ma la decisione di partecipare al convegno è risultata legata alla necessità della ricerca di una relazione intima con il Signore della vita: per tutte le comunità sarà importante ricostruire la fraternità perché e il tempo della rinascita. Secondo Giusi Dinorcia, ventenne di Pescara, “questo convegno è stato differente, sia per le grandi restrizioni, il numero dei partecipanti e la durata di soli 3 giorni, però è stato necessario perché se da un lato è stato difficile decider se partecipare oppure no, più difficile ancora, in questo tempo è stato difficile vedere la figura di Dio con ciò che è capitato, con la pandemia. Ma è stato necessario per riscoprire sempre la bellezza che Dio ci porta. Ripartire ha voluto dire riscoprire nuovamente la necessità di vivere a contatto con le altre persone anche in maniera più profonda rispetto alla vita quotidiana, cosa che avevo perso nella mia vita in questi ultimi anni”.

Momento forte del convegno è stata la testimonianza di Moussa Modibo Camara. Trentenne rifugiato nativo di Bamako, la capitale del Mali, giunto in Italia nel 2014. Salvato da una nave della Marina Militare italiana, dopo tre giorni di navigazione su un barcone insieme ad altri sventurati partiti dalla Libia, Moussa ha parlato ai ragazzi raccontando della sua fuga dal Mali, dove studiava legge, dopo un colpo di Stato, dello sfruttamento subito in Algeria, dell’incarcerazione in Libia, di come è finito nelle mani degli schiavisti della tratta degli esseri umani, delle umiliazioni e delle torture subite nelle varie fasi della sua fuga.

E infine l’Italia, dove, giunto a Roma è entrato in contatto con il Centro Astalli dei Gesuiti: da lì il passaggio a una comunità di ospitalità e lo studio dell’italiano. Oggi Moussa lavora in un ristorante e si dedica al progetto “Finestre – Storie di rifugiati” del Centro Astalli, incontrando gli studenti delle scuole ed ha anche conseguito la patente per i camion. Nella sua testimonianza Moussa, che è mussulmano, ha evidenziato come sia attuale in questo periodo di pandemia il tema dell’accoglienza, e che la bellezza della fraternità nasce anche dall’unicità dell’amore per il Signore che non fa differenze di religione.
Secondo Daniela Sardu, pediatra cagliaritana che si è rimessa in gioco nel Meg come responsabile di una comunità di giovani universitari, “ritornare oggi dopo una parentesi molto lunga nel quale le relazioni, il senso della comunità, sono stati difficili da mantenere e tenere in vita in questo anno passato, e invece poter vedere davvero il desiderio dei ragazzi di stare insieme e di condividere è stato magnifico: son stati giorni di condivisioni realmente toste, perché son stati toccati dei punti focali delle relazioni e quelle più intime anche a volte più difficili da mettere in discussione come quelle familiari ed è stato bello vedere ogni ragazzo come un tralcio attaccato a quella vite della Croce di Gesù, tralcio che porterà certamente frutto, perché si vedeva dai loro occhi”.