• on ottobre 4, 2021

Il mistero di Francesco, presenza persistente

“Era un mistico e un pellegrino che viveva con semplicità e in una meravigliosa armonia con Dio, con gli altri, con la natura e con se stesso”.

Non sono solo queste le ragioni per le quali Papa Francesco ha deciso di riprendere, ancora una volta, il messaggio del poverello d’Assisi, espresse nella Lettera Enciclica Laudato si’ nel giugno del 2015: le ragioni stanno anche nel fatto che

quella di san Francesco è una persistenza senza precedenti nell’immaginario collettivo, e non solo di quello cristiano.

Un immaginario che viene da più lontano delle terribili e anch’esse imperiture immagini dell’Inferno dantesco, delle stupende figure femminili che appaiono, nel suo Paradiso, perché se la Commedia inizia ad essere scritta dopo il milletrecento, il fascino di Francesco risaliva a ottant’anni prima, e non è venuto mai meno. Ed è un fascino che dà perfettamente ragione all’indeterminazione di Heisenberg: si può tentare di spiegarlo con approssimazioni probabilistiche, anche perché le fonti furono, non completamente, cancellate, allorché nel 1266 nel capitolo generale dei frati minori di Parigi si stabilì che l’unica fonte sulla vita di san Francesco sarebbe stata “quella redatta tre anni prima dal ministro generale dell’ordine, Bonaventura Fidanza da Bagnoregio”, come racconta la storica Barbara Frale in “La guerra di Francesco”.

Alcune fonti sono state recuperate grazie alle ricerche di esperti e filologi, ma chi scrive è convinto che se anche avessimo tutti gli scritti francescani, l’interrogativo rimarrebbe insoluto: perché un uomo che aveva deciso di sparire al mondo e vivere poveramente per strada (e le sue strade non erano comodamente illuminate e corredate di zone di sosta e panchine come oggi), insomma, di testimoniare l’amore di Dio ai margini della realtà sociale di allora, è rimasto radicato nella memoria? E perché una sua opera poetica, Il Cantico di frate sole, che è “semplicemente” un inno al creato, senza tanti artifici retorici, è annoverato in tutte le antologie scolastiche come un capolavoro assoluto? Perché molti altri artisti e letterati, di cultura assai più raffinata di quella francescana, che aspiravano alla gloria e alle umane lodi, sono spariti nel nulla? Non c’è una risposta univoca, se mai ci sono quelle di autori spesso lontanissimi dalla fede o dal cristianesimo.

Giosuè Carducci, ad esempio, sdegnoso anticlericale e massone, che però dopo una visita ad Assisi scrive la commossa “Santa Maria degli angeli”, in cui immagina il poverello in punto di morte, o Hermann Hesse che in un suo secondo viaggio in Italia, in fuga dalle convenzioni religiose e familiari, vent’anni prima di trovare una risposta nel suo Siddharta celebra il santo di Assisi come una delle benevole guide che aiuta nel “peregrinare degli uomini nelle tenebre”.

E non solo in letteratura: come dimenticare la scena finale del film “Cuore sacro”, di Ferzan Özpetek, in cui la ricca protagonista, a contatto con la miseria e il dolore del mondo, si denuda completamente in metropolitana e viene portata a visita da una psichiatra? E come non tener conto di “Forza venite gente”, il fortunato musical diretto originariamente da Pietro Castellacci che ha lanciato le canzoni più suonate e cantate dai giovani nelle marce, nelle chiese, nelle parrocchie ma anche ascoltate in privato dagli scettici, e con qualche movimento dell’animo?

Se volessimo tornare al cinema, quasi tutti ricorderanno “Fratello sole, sorella luna” di Franco Zeffirelli, non solo per alcune suggestive scene, ma per quella canzone “Dolce sentire” (in realtà con lo stesso titolo del film) diventata anch’essa obbligatoria per molti giovani di allora, legata in modo imperituro alla voce di Claudio Baglioni.

Per tacere delle stupende, anche se talvolta poco realistiche, raffigurazioni del santo da parte di Cimabue, Giotto, Simone Martini, forse Coppo di Marcovaldo, solo per citarne alcuni, che lo hanno consegnato alla memoria visiva attraverso i secoli.

E però, se vogliamo scavalcare le migliaia di assonanze francescane, dobbiamo ricordare quella di uno apparentemente lontanissimo, più di Hesse e di Carducci, dall’esempio francescano: il Luigi Pirandello di “Uno nessuno e centomila”, storia di un uomo che decide di abbandonare tutta la ricchezza, che gli veniva dal padre, di spogliarsi letteralmente dei suoi abiti nonostante lo scherno dei suoi antichi amici, di andare a vivere poveramente a contatto con i ritmi della natura. Su consiglio del vescovo, tra l’altro, altro punto di contatto con la storia di Francesco. Eppure molti hanno fatto finta di non vedere queste strane assonanze: diamine, il laicissimo scettico, nichilista Pirandello! A parte l’inutilità delle etichette quando la letteratura arriva alle radici del senso, anche qui il fascino del Poverello ha colpito, e che colpo.