• on dicembre 7, 2020

Il grido d’allarme della Chiesa all’indomani del voto che riconsegna il Paese a Maduro

“L’esito di questo evento elettorale porterà solo nuovo danno al Paese, avviato verso una catastrofe umanitaria”, mentre il potere politico è sempre più preoccupato di salvare sé stesso e disconnesso rispetto alle grandi sofferenze del popolo. Non ha bisogno di attendere i risultati ufficiali delle “cosiddette” elezioni parlamentari per il rinnovo dell’Assemblea nazionale, che si sono svolte ieri in Venezuela, padre Alfredo Infante, gesuita, coordinatore dell’area Diritti umani del centro studi Gumilla, e del centro arcidiocesano “Mons. Arias Blanco” di Caracas, per emettere il suo commento.

Del resto, precisa subito, interpellato dal Sir: “queste non sono elezioni, i vescovi hanno giustamente parlato di ‘evento elettorale’. Quando ci sono le elezioni la gente può decidere, qui invece siamo di fronte a una farsa, a un evento elettorale fatto su misura del regime di Nicolás Maduro, che ha dato vita a nuovi partiti fittizi solo per dare al tutto una parvenza di pluralismo”. I primi risultati annunciati nella notte, per la cronaca, attribuiscono al Polo patriottico di Maduro quasi il 70%, a fronte di una partecipazione del 31%. Il presidente ha rivolto un appello al dialogo, coinvolgendo anche le forze che non hanno partecipato alla consultazione. Beninteso, dando per scontato la sua permanenza al potere.

L’appuntamento elettorale di ieri rappresenta certo una farsa, però triste e significativa. Le opposizioni hanno invitato a boicottare i seggi, indicendo a loro volta una consultazione per domenica prossima, ma intanto viene “formalmente” a cadere l’ultimo baluardo che dal punto di vista istituzionale “legittimava” l’opposizione a Maduro.

Cade l’unico baluardo dell’opposizione. Occorre fare un salto indietro di 5 anni. A fine 2015, in un clima che all’epoca era (ancora per poco) di relativa tenuta democratica, il cartello delle opposizioni riportò una clamorosa vittoria, costringendo il presidente Maduro a una “scomoda” coabitazione.

Il presidente, dopo qualche tempo, decise di sciogliere quell’Assemblea nazionale, convocando una Costituente. Un puro espediente tattico, che il Parlamento non accettò. Nel gennaio 2019, Juan Guaidó fu proclamato presidente proprio in quanto leader dell’Assemblea nazionale, che in questi anni, seppure in modo parallelo rispetto al Governo e in condizioni di dura repressione, è sempre stata un punto di riferimento. Insomma, d’ora in poi sarà ancora più faticoso opporsi al regime, a sua volta abbarbicato al potere ma totalmente incapace di affrontare gli immensi problemi dei Paese. In un clima di sfiducia e cupa disperazione.

“Il dato dell’evento elettorale di ieri è la forte astensione – prosegue Infante -. Difficile quantificarla, le cifre del Governo non sono attendibili. Sappiamo bene che agli occhi dell’opinione pubblica è in continua crescita il discredito di Maduro e del Governo. Ma sono, contemporaneamente, convinto di un’altra cosa. L’astensione non dipende dall’appello fatto in questo senso dall’opposizione, ma da un clima di sfiducia verso tutte le forze politiche. Ed è anche di questo clima che il regime ha approfittato. C’è una fortissima de-politicizzazione dell’opinione pubblica”.

Un clima di sfiducia anche verso Guaidó. Se vogliamo, è questo il fatto nuovo della vita politica venezuelana, peraltro colto da tempo con precisione dalla Conferenza episcopale venezuelana, che nei mesi scorsi non ha risparmiato critiche all’opposizione, denunciandone le divisioni e la sterilità del semplice invito a boicottare i seggi. “I vescovi hanno avuto un atteggiamento molto saggio. Credo che la convocazione della Consultazione popolare di domenica prossima dipenda proprio dalla posizione dei vescovi, che ritenevano inadeguata la scelta della semplice astensione. Tuttavia, sono pronto a scommettere che anche domenica ci sarà poca partecipazione”. A un atto “autoreferenziale” di chi ha il potere, farà seguito un atto, pure autoreferenziale, di chi il potere non ce l’ha. Una bella differenza rispetto al clima di inizio 2019, quando l’opposizione guidata da Guaidó, riconosciuto come legittimo presidente da numerose Nazioni, fa a un passo dal dare la spallata al regime. “Guaidó è stato un segno di grande speranza, ma a poco a poco lo slancio si è spento. Le azioni del suo partito Voluntad Popular, e del suo leader Leopoldo López, ma anche l’adesione all’agenda di Donald Trump, hanno disconnesso Guaidó dalla sua gente. Si è persa una grande opportunità. Invece di scegliere la via della costruzione del potere, che implica ascolto, partecipazione, si è preferita la rendita di posizione”.

Prospettive inquietanti e qualche speranza. Così, ora, lo scenario appare fosco, avverte Infante: “Il Governo userà toni trionfalistici e si prenderà tutte le Istituzioni, andiamo verso una vera e propria dittatura. È facile prevedere, che, in questo caso, diminuirà ancora la produzione industriale, cresceranno la fame, la mancanza di elettricità, acqua e trasporti, di un servizio sanitario dignitoso. La situazione è questa già a Caracas, figurarsi in periferia. Aumenterà di sicuro l’emigrazione, insomma l’emergenza può diventare catastrofe”.

Ed è difficile intravvedere chi o che cosa possa invertire questa tendenza. Tuttavia il gesuita vuole vedere ancora qualche elemento di speranza, sia nella congiuntura internazionale che nel profondo della società venezuelana. “Spero, anche se non ci conto molto, che la nuova Presidenza Usa, con Biden, aumenti la pressione per una via d’uscita negoziata, che ci sia una sinergia con l’Unione europea, per arrivare in qualche modo a delle nuove elezioni garantite a livello internazionale. Sarà fondamentale, in ogni caso, coinvolgere la società civile e non solo la politica”. Soprattutto, Infante vede “il tanto bene che ancora continua a sorgere dal basso, spero che la società civile prosegua nel suo risveglio”. Di certo, “sono sicuro di una cosa: questo regime non è minimamente in grado di affrontare gli immensi problemi del Paese. Non c’è altra via che arrivare per via negoziale a un cambiamento politico”. Una via che, però, è sempre più stretta. “Ma l’alternativa – lo ripeto – è la completa catastrofe umanitaria”.

*giornalista de “La vita del popolo”