• on settembre 1, 2021

Il giorno più lungo del presidente Biden. Finita la missione militare si apre la stagione della diplomazia e dell’accoglienza dei rifugiati

È finita. Alle 23.59 ora locale di Kabul del 30 agosto 2021, l’ultimo C-17 dell’aviazione militare statunitense ha lasciato il suolo afghano, scrivendo la parola fine alla missione militare più lunga della storia Usa: 20 anni. La partenza è arrivata un giorno prima della scadenza ufficiale concordata con i talebani e il generale Frank McKenzie ha dichiarato in una conferenza stampa last minute in collegamento con il Pentagono che: “Non abbiamo fatto uscire tutti quelli che volevano uscire”.

In Afghanistan sono rimasti tra i 200 e i 100 cittadini statunitensi, assieme ad altre centinaia di collaboratori che non sono riusciti a raggiungere l’aeroporto internazionale di Hamid Karzai.

Ora che la missione militare è finita si apre la stagione della missione diplomatica

e tocca ai talebani dimostrare che le promesse di tenere aperto e funzionale l’aeroporto e consentire le partenze di voli civili saranno mantenute. Del resto è questo uno dei tre punti fermi della risoluzione varata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a cui il nuovo governo installato dai talebani dovrà sottostare se vuole ottenere il riconoscimento internazionale. Le altre due condizioni sono la salvaguardia dei diritti umani delle donne, dei bambini e delle minoranze; e lo stop a qualsiasi attacco terroristico che possa avere come obiettivo gli Stati Uniti e i suoi alleati. Se i tre obiettivi saranno raggiunti il riconoscimento sarà accompagnato anche dallo sblocco dei depositi finanziari detenuti dal precedente governo nelle banche Usa: nove miliardi di dollari che farebbero comodo ai talebani in questa fase di ricostruzione del governo.

“È stata una missione che ha portato Osama bin Laden a una fine giusta, insieme a molti dei suoi co-cospiratori di al Qaeda. E non è stata una missione a buon mercato”, ha continuato il generale, spiegando che “il costo è stato di 2.461 militari e civili statunitensi uccisi e più di 20.000 feriti”. McKenzie è stato tra quei comandanti che hanno insistito nel porre termine alla missione in anticipo.

Biden non ha fatto nomi nel dire di averne ascoltato i suggerimenti, ma per il presidente e per tutti i responsabili delle missione, la priorità è diventata come per tutti “proteggere la vita delle nostre truppe e garantire le prospettive di partenza dei civili per coloro che vogliono lasciare l’Afghanistan nelle settimane e nei mesi a venire”.

Mentre è difficile fare la conta di chi è rimasto, i numeri di chi è partito sono esatti: 123.000 persone hanno lasciato Kabul, in 18 giorni e di questi solo seimila erano americani, tutti gli altri erano cittadini di paesi terzi e civili afghani. Ora è su queste vite che si gioca la nuova sfida dell’accoglienza, che non può essere gestita maldestramente come lo è stata la ritirata.

Catholic Charities di Atlanta sta aiutando i nuovi arrivati ad iniziare una nuova vita. “Non sappiamo quanti in totale ne arriveranno in Georgia, man mano che le pratiche sui visti concessi agli afghani che sono stati guide o interpreti verranno espletate nelle basi militari” ha dichiarato Essence Vinson, direttore dei servizi per i rifugiati dei servizi Caritas. Lui ha accolto questi nuovi profughi in aeroporto “spesso con pochissimi effetti personali e nessuna idea di cosa fare dopo”. Vinson e i suoi collaboratori hanno trovato degli appartamenti; provvedono al vestiario e hanno iscritto i bambini nelle scuole pubbliche e nei programmi di doposcuola. Per gli adulti hanno previsto un programma di conoscenza della cultura americana e di accompagnamento nella ricerca di un lavoro. All’aeroporto di Filadelfia sono stati due gli aerei cargo arrivati e qui a mobilitarsi per dare una mano sono stati ex militari ora in pensione che vogliono ricambiare il supporto offerto dagli afghani alle truppe statunitensi. “Tutti erano troppo stanchi e troppo tristi per parlare”, ha detto uno degli interpreti che li ha accolti. Intanto altri mille raggiungeranno una base militare in New Jersey e anche lì, la Caritas ed altre organizzazioni locali stanno approntando programmi di accoglienza e reinsediamento. In questi luoghi la guerra ha cambiato natura e non si è conclusa con il ritiro. Su questo nuovo fronte, non si tratta di vincere a tutti i costi, ma bisogna non perdere e la burocrazia può fare la differenza.Gli analisti politici sui media e nei centri di ricerca sono impegnati in analisi del passato e in prospettive per il futuro.

Biden oggi parlerà alla nazione, da un leader di un Paese che neppure le crisi riescono a riunire. Stamattina sul suo tavolo si è trovato l’emergenza dell’uragano Ida, i contagi del coronavirus che superano la media dei 100.000 al giorno. Li affronterà non da presidente invincibile, come ha dimostrato di non poter essere, ma da leader responsabile e dignitoso: quello per cui gli americani lo hanno scelto e per cui, almeno in parte, pregano.

Tony Annett, economista ed ex collaboratore del Fondo Monetario internazionale, ieri ha twittato sul suo profilo: “Sono stato a Messa alla chiesa della Santa Trinità e il presidente Biden era presente. Era seduto da solo e si è unito alla fila per la comunione quando era il suo turno di uscire dal banco, proprio come qualsiasi parrocchiano. Ho pregato per lui”.