• on settembre 29, 2021

I più attaccati dalle tenebre

«Padre Callahan?» chiamò la voce sorniona e provocante e il sacerdote spiccò un balzo come poco prima Ben. «È qui anche lei? Pardonnez-moi, non riesco a vederla. L’hanno convinta a venire? Forse sì. L’ho osservata a lungo da quando sono giunto a Momson… come un buon giocatore di scacchi studia le mosse del suo avversario, giusto? La Chiesa cattolica non è la più antica fra i miei contendenti, però! Io ero vecchio quando essa era giovane, questa combriccola che lei e i suoi simili venerate proprio in virtù della sua vetustà. Questo ridicolo club di mangiatori di pane e bevitori di vino che venerano l’agnello salvatore. Ciononostante non la sottovaluto. Conosco la bontà non meno della malvagità. E non sono stanco. Ancora adesso amo la gara quanto il trofeo, perciò non sottovaluto. Come la vedo dunque? Meglio forse di come lei vede se stesso. Più coraggioso. Com’è la parola? Ardimento? No. In spagnolo è machismo. Molto-uomo. […] Tutti gli altri… bah, ci sputo sopra. Quando sarò pronto, li prenderò a uno a uno e li spezzerò. È solo lei che temo, e la Chiesa che le è alleata. […] Tuttavia io avrò la meglio su di lei», aggiunse la voce quasi come una postilla. «Come? si chiederà. Non porto io su di me il simbolo del Bene? Non posso io muovermi di giorno come di notte? Non ci sono forse incantesimi e pozioni, cristiane e anche pagane, di cui mi ha informato il buon amico Matthew Burke? Sì, sì e ancora sì. Ma io vivo da molto più tempo di lei. Io sono abile. Io non sono il serpente, bensì il padre dei serpenti. “Eppure”, dirà lei, “non può bastare.” E non basta. Alla fine sarà la sua stupida fede a distruggerla. È debole… molle… marcia. Non vale più come difesa contro le malvagità del suo mondo, se mai lo è stata. Lei stesso, accolito e custode della fiamma, dubita del valore della fiamma che protegge. Lei predica amore e non c’è nessun amore. Io sputo sull’amore! […] Il bene, caro padre Callahan, richiede un atto di fede. Il male richiede solo l’attesa. Si aggira libero per il mondo, onnipresente come il vento. Questo lei lo sa, ma lei non sa niente del bene. E quando giungerà il momento, sarà scacco matto al re… e il nero vince tutto!».

A parlare è il diabolico Barlow, il vampiro protagonista del romanzo di Stephen King “Le notti di Salem”, in un messaggio registrato che lascia agli intrepidi cacciatori suoi nemici; qui in particolare si rivolge al parroco della cittadina da lui designata come mattatoio, e questo brano inevitabilmente mi riviene in mente ogni volta che sento o leggo la notizia di un mio confratello caduto rovinosamente nella trappola di qualche peccato scandaloso, se non addirittura criminoso, come nel recente caso di don Francesco Spagnesi, della diocesi di Prato.

Eh sì, il “padre dei serpenti” ci studia, a noi preti, uno a uno. È il suo mestiere: “tentare” significa appunto “saggiare tastando”:

“Così pure il demonio si comporta come un condottiero che vuole vincere e fare bottino. Infatti un capitano, che è capo di un esercito, pianta il campo ed esamina le difese o la disposizione di un castello, e poi lo attacca dalla parte più debole. Allo stesso modo il nemico della natura umana ci gira attorno ed esamina tutte le nostre virtù teologali, cardinali e morali, e poi ci attacca e cerca di prenderci dove ci trova più deboli e più sprovveduti per la nostra salvezza eterna”. (Sant’Ignazio di Loyola, “Esercizi Spirituali”, n. 327).
Ma sì, certo, lo fa con ogni cristiano, per carità! Nessuno lo nega… rimane il fatto che, come gli antichi imperatori romani, che infatti martirizzavano per primi presbiteri e vescovi, così il demonio è anzitutto a noi preti che mira, e questo perché se abbatti il pastore disperdi il gregge (cfr. Mt 26, 31), ma anche perché egli non sopporta che degli esseri di carne e sangue abbiano poteri uguali e contrari ai suoi – anzi più grandi! Se scegliamo di vivere fino in fondo la nostra vocazione, noi preti non possiamo che essere spine nel fianco per il Principe delle tenebre, perché ci è data da Dio per i fratelli la facoltà di lavare dove lui imbratta, costruire dove lui demolisce, sanare dove lui infetta, accendere la luce dove lui la spegne.

Quante volte, durante colloqui di direzione spirituale e confessioni, mi è parso di giocare la partita a scacchi di cui sopra, tentando al bene il mio interlocutore con la Parola proveniente da Dio, mentre l’Avversario lo tentava al male con pensieri foschi e spauriti! L’accusatore e il direttore spirituale: due tentatori collocati agli estremi opposti del sacrario della libertà dell’individuo.

Eppure, in questa lotta tra la luce e le tenebre, ogni giorno sperimentiamo che la Grazia ci sovrasta e ci travolge, e opera quanto a noi sarebbe impossibile anche solo provare a fare – sì, perché noi preti siamo e restiamo poveri uomini mortali, segnati dal limite, dalla debolezza, dal peccato.
È lì, nella nostra povera nuda natura di mortali, che il Nemico costantemente ci attacca, lì dove, come tutti gli uomini, siamo perennemente in bilico tra salvezza e perdizione, speranza e disperazione.
Ed è anche lì che occorre da parte nostra vigilanza, umiltà, ammissione del limite, perché “lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Mc 14, 38). Quando smettiamo di vigilare, presumendo che la parte di Dio sia la nostra, lì cadiamo con la faccia nel fango… e da lì, come tutti, da te che leggi a me che scrivo, dobbiamo rialzarci.
Forse è proprio questa la cosa che il Nemico sopporta di meno: che Dio non si stanchi di noi, non leghi alle nostre qualità l’efficacia del nostro sacerdozio, ma che realizzi invece con strumenti assai poveri l’opera della salvezza.
Forse è proprio per questo che cerca in ogni modo di schiacciarci, perché questa infinita umiltà di Dio è inconcepibile e intollerabile per il padre della superbia.
L’umiltà di un Dio che ha amato questo povero prete piagato dal male e dall’alienazione, e che ha assicurato l’efficacia dei suoi gesti sacramentali, nell’esatto identico modo in cui ha reso efficaci quelli di un Padre Pio o di un Curato d’Ars.

L’umiltà che dovrebbe insegnare almeno al popolo cristiano ad avere pietà di un prete che cade, e a farsi l’esame di coscienza: preghiamo per i nostri sacerdoti? Ci prendiamo cura della loro solitudine, scelta per servire noi? Ci nascondiamo dietro a un comodo clericalismo, che permette una distanza disinteressata con la parvenza del rispetto, o riusciamo a vedere in questo prete un fratello, un padre, un figlio, un uomo bisognoso d’amore?

Questo non giustifica certo le colpe gravi e i crimini di alcuni sacerdoti, ma il punto è che i Cristiani non possono usare le stesse categorie del mondo, che con tutto il suo giustizialismo va comunque in perdizione, e sarà inchiodato proprio per le cose di cui accusa.
C’è poco da fare gli scandalizzati: se è vero che c’è un’esigenza di riparazione, anche giuridica, penale, che segue al male, c’è anche l’esigenza del realismo che solo chi ha lo Spirito di Cristo può esercitare, il realismo di saperci tutti peccatori, tutti bisognosi di vigilanza, aiuto reciproco, e perdono. Tutti esposti al continuo assalto delle tenebre… e i preti di più, perché stanno sempre sulla breccia e, accettando di vivere una vita follemente altra, osano fronteggiare ogni giorno faccia a faccia il Nemico nell’abisso delle anime delle persone a loro affidate, e in quello delle loro.