• on Maggio 1, 2022

I paradossi del lavoro e la centralità della persona

La guerra in Ucraina ha spento i riflettori sulle morti bianche. Col rischio di dimenticare. E la damnatio memoriae è una seconda uccisione. I dati Inail 2021 parlano di 1221 vittime, senza contare gli infortuni non dichiarati perché avvenuti in contesti di lavoro nero o all’interno di forme di illegalità. I primi due mesi di questo anno raccontano di un aumento del 47,6% degli incidenti. Non c’è da sorridere. Per questo, la Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro ha pubblicato un Messaggio, in occasione del 1° maggio, che ricorda il principio base da tutelare: “La vera ricchezza sono le persone”. Nel tempo di coda pandemica e di conflitto nel cuore dell’Europa, il lavoro non attraversa un buon periodo. Quante contraddizioni e quanti paradossi! Come non vederli?Nel periodo di boom dello smart working, con meno persone impegnate nei luoghi di lavoro o in viaggio per raggiungerli, abbiamo assistito a un aumento degli infortuni.

Nella stagione della ripartenza dopo la batosta della pandemia cresce il mismatch tra domanda e offerta di lavoro, con competenze spesso insufficienti o assenti. Invece di spendere mesi in formazione si è preferito tenere la gente stand by.

Nel momento in cui alcuni settori produttivi accrescono le richieste di commesse lavorative, si verifica la carenza di materie prime o di componenti e il loro conseguente aumento di prezzo.

Nell’epoca della globalizzazione selvaggia che ha dislocato la produzione in diversi continenti del pianeta, confidando sulla facilità di movimento delle merci via mare, si sente la necessità di avviare una “sglobalizzazione” per evitare che le crisi socio-politiche di regioni del pianeta influiscano sull’economia e la blocchino.

Nell’era della decarbonizzazione annunciata in vista delle future scadenze a zero emissioni CO2, è bastato un conflitto armato per ricorrere al carbone in modo più massiccio. La transizione ecologica può aspettare…

Nel tempo della precarizzazione più prolungata del lavoro, si pretendono competenze sempre più specialistiche e tecnologiche che non si improvvisano da un giorno con l’altro.

Nella crisi giovanile che non vede diminuire la percentuale di Neet nelle nostre città, non si intravede all’orizzonte un investimento coraggioso in forme di accompagnamento personalizzato dei giovani e in percorsi di formazione professionale degni del problema.

Nel periodo di crescita dei disoccupati, avanza il fenomeno delle dimissioni dal lavoro perché considerato non all’altezza delle aspirazioni, delle attese e dei sogni dei lavoratori.

Dunque, i paradossi rivelano quanto le persone non siano ancora considerate la vera ricchezza dell’economia. Le morti sul lavoro sono l’emblema drammatico del pensiero utilitaristico postmoderno sulla vita umana. Essa vale perché serve.Si richiede un salto di qualità. I vescovi invocano investimenti nella sicurezza, controlli più rigorosi, prevenzione a partire dagli anni della formazione scolastica. Il lavoro cambia e alcune trasformazioni appaiono irreversibili. L’abbraccio acritico con la tecnologia e la tecnofobia sono due facce della stessa medaglia: l’incapacità di fare i conti con i mutamenti lavorativi.

Serve un di più di umanità per abitare il cambiamento d’epoca.

Nell’Udienza all’Associazione nazionale dei costruttori edili (20 gennaio 2022) papa Francesco ha pronunciato agli imprenditori queste parole: “La vera ricchezza sono le persone: senza di esse non c’è comunità di lavoro, non c’è impresa, non c’è economia. La sicurezza dei luoghi di lavoro significa custodia delle risorse umane, che hanno valore inestimabile agli occhi di Dio e anche agli occhi del vero imprenditore”.
L’innovazione del lavoro passa dalla conversione dello sguardo. Solo vedendo nelle persone il valore aggiunto da custodire, i luoghi di lavoro fioriranno con nuove opportunità produttive, nuovi stili di vita e nuove esperienze comunitarie. È tempo di provarci. Per davvero.

(*) direttore Ufficio nazionale Cei per i problemi sociali e il lavoro