• on ottobre 15, 2021

I muri e la paura di una parte dell’Europa, un terribile errore prospettico

L’Europa ha paura, una maledetta paura di essere invasa dai migranti. E quando si ha paura, la ragione si annebbia e si sceglie la via più semplice e forse pericolosa: costruiamo un muro. Così, dopo aver abbattuto 32 anni fa (il 9 novembre 1989) il Muro berlinese della vergogna, ecco che 12 Paesi sui 27 dell’Unione europea lanciano la proposta di alzarne un altro per “proteggere le frontiere esterne dell’Ue di fronte ai flussi migratori”. E per essere sicuri di realizzarlo, con una lettera dei loro ministri dell’Interno hanno chiesto alla Commissione europea e alla presidenza di turno del Consiglio Ue un apposito finanziamento con il quale erigere recinzioni e muri. Si tratterebbe di un’opera ciclopica che cingerebbe l’intero nord-est dell’Unione.

Principali sostenitori sono i Paesi del Gruppo di Visegrad a trazione sovranista (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) affiancati da Austria e Danimarca (i cosiddetti “frugali”), oltre che da Bulgaria, Lituania, Estonia, e Lettonia. A cui vanno aggiunti due Paesi mediterranei come Grecia e Cipro. Un fronte apparentemente composito, ma unito nel contrastare, in vista del consiglio europeo di ottobre, i Paesi rivieraschi del Sud che puntano alla ridistribuzione dei migranti.
Ora, che la protezione delle frontiere esterne dell’Ue di fronte ai flussi migratori sia un tema strategico per il futuro e la qualità della vita dell’intera Unione non si discute, ma sorprende che la risposta sia apertamente difensiva. Da un lato essa rivela una paura fuori controllo e dall’altro denuncia un sorprendente deficit di creatività sociale. L’essere impauriti, fattore di per sé negativo per le democrazie europee, mostra i limiti di classi dirigenti che hanno vissuto all’ombra dei potenti di ieri e una volta poste dinanzi alla necessità di esercitare la propria responsabilità, si rifugiano nella risposta più scontata e disumana.
La circostanza che la maggioranza di questi Paesi faccia parte dell’ex blocco sovietico e che abbia aderito al progetto europeo solo in anni più recenti è un ulteriore motivo di preoccupazione. Già segnate da pulsioni autoritarie affiorate a più riprese nel decennio che abbiamo alle spalle, queste democrazie appaiono orfane di un centro di gravità e di attrazione. Questo è un oggettivo fattore di indebolimento di tutta l’Unione, soprattutto dopo l’uscita di scena della cancelliera Angela Merkel che, a suo modo, ha fatto della Germania un fattore di stabilità.
Ma la tentazione di ricorrere alle recinzioni e ai muri sembra soprattutto uno strumento per rassicurare le rispettive opinioni pubbliche interne sempre più allarmate dagli esiti dei conflitti (vedi la crisi dei rifugiati afghani) e dall’incombente minaccia di un grande movimento di popoli causato dagli sconvolgimenti climatici.È come se questi Paesi vivessero questo tempo come l’ultimo momento utile per garantirsi il proprio spazio vitale, inteso non come luogo politico come accadeva nel Novecento, quanto letteralmente come area geografica di sopravvivenza. C’è paura e disperazione in tutto questo. Non solo, dunque, un calcolo politico. È quasi il presagio di un mondo distopico che nessuno davvero si può augurare. Un mondo dominato da vecchie paure e di nuovi muri.

Ecco perché il solo mettere a tema la costruzione dei muri è un terribile errore prospettico.

È un pensare negativamente che precede scelte regressive.

Piuttosto, al tempo nuovo e difficile che ci attende non si può rispondere con l’uso della forza, quasi preparandosi all’assedio come in una cittadella medievale. Occorre, invece, uno slancio che sposti in avanti la lancetta della storia, accogliendo e giocando la sfida dei cambiamenti climatici, contrastando gli orrori delle guerre, investendo sulle nuove tecnologie, assecondando il cambiamento dei nostri modi di produzione, sposando la transizione energetica, rivoluzionando i nostri stili di vita. E soprattutto curando pazientemente la pace.
Senza trascurare che le frontiere esterne più vulnerabili sono sempre quelle dell’Europa mediterranea. Cosa dovremmo fare, ad esempio, noi italiani? Non potendo erigere muri dovremmo prepararci a sparare su ogni imbarcazione carica di migranti? Il Mediterraneo rischia, dunque, una fase di travolgente e ingovernabile instabilità.

Forse non accadrà, ma siamo quasi certi che nuovi muri sorgeranno. È il presagio contenuto nella risposta della Ue: non possiamo finanziarli, ma neppure impedirli. Dunque, chi avrà le risorse per costruirli…