• on marzo 25, 2022

I candidati all’Oscar “Spencer” su Lady D. e l’animazione “Flee”, il thriller adrenalinico “Ambulance”

A pochi giorni dalla 94ª edizione dei premi Oscar, nella notte tra 27 e 28 marzo, nei cinema italiani troviamo due titoli in corsa per le statuette: il dramma introspettivo “Spencer” omaggio alla figura della principessa Diana del visionario regista cileno Pablo Larraín, con Kristen Stewart candidata come miglior attrice; e l’animazione “Flee” del danese Jonas Poher Rasmussen, in gara per tre premi tra cui miglior film straniero. In sala anche il thriller poliziesco “Ambulance” del regista Michael Bay con Jake Gyllenhaal. Il punto Cnvf-Sir.

“Spencer”
Ci ha stupito, addolorato, convinto e ammaliato alla 78a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia (2021). È “Spencer” opera che si muove tra racconto storico, suggestione di finzione e omaggio che il regista cileno Pablo Larraín (suoi sono “No. I giorni dell’arcobaleno” del 2012 e “Jackie” del 2016) ha voluto dedicare a Diana Spencer, Lady D. Su copione di Steven Knight – sceneggiatore di “Locke”, “Amore, cucina e curry” e la serie Tv cult “Peaky Blinders” – Larraín ci racconta la storia della “Principessa del popolo” provando a ricostruire i giorni critici vissuti nella residenza reale di Sandringham House, dove la famiglia Windsor è riunita per il Natale. Lì vanno in scena fragilità, delirio e ribellione di una donna che riesce a trovare il coraggio di respingere la corona e (ri)prendersi la libertà perduta, senza però rinunciare al ruolo di madre.

La storia. Pablo Larraín mette in scena una favola capovolta, esplorando la cornice della Storia e sconfinando nei sentieri del racconto di finzione: si immagina, infatti, cosa sia potuto accadere in quella manciata di giorni di inizio anni ’90 in cui Lady D. ha maturato la sua rottura definitiva dalla famiglia Windsor. Componendo un quadro visivo elegante e meticoloso, aderendo così al binario tipico della messa in scena inglese, il regista focalizza l’attenzione sugli stati d’animo di Diana: dà sostanza alle sue ossessioni, ai suoi incubi e paure più profonde come quelli di non essere amata, compresa e ascoltata. La sua Lady Diana sembra sprofondare in una vertigine angosciante all’interno di un palazzo dorato; si sente un cappio al collo, simboleggiato perfettamente dalla collana di perle che le dona il principe Carlo (la stessa che sospetta si trovi probabilmente anche al collo della sua rivale Camilla). Alla fine Diana, nonostante le tante giravolte emotive, trova la forza di ribellarsi alla “prigione” in cui si sente rinchiusa. Strappa via così le perle e corre verso una vita nuova.

Punto di forza del film “Spencer” è di certo l’interpretazione di Kristen Stewart, alla sua prima nomination agli Academy Award. L’attrice resa popolare dalla saga “Twilight” dimostra di essere definitivamente cresciuta a livello artistico – come del resto il suo collega “Batman” Robert Pattinson –, di essere di fatto entrata in una nuova dimensione professionale, sposando ruoli sempre più ricercati, complessi e raffinati. Qui in “Spencer” la Stewart mette in campo tonalità emotive-espressive sorprendenti, soprattutto con lo sguardo. In alcuni passaggi è struggente! Nel complesso il film “Spencer” è un’opera intensa, potente ed interessante, che rilegge la storia di una principessa, di una donna, in ì cammino verso la (ri)conquista di sé, della libertà. Dal punto di vista pastorale “Spencer” è consigliabile, problematico e adatto per dibattiti.

“Flee”
Un’animazione di potente attualità. È “Flee” (“Flugt”) del regista Jonas Poher Rasmussen, che vede come produttori esecutivi gli attori hollywoodiani Riz Ahmed (“Sound of Metal”) e Nikolaj Coster-Waldau (“Game of Thrones”). Il film corre agli Oscar 2022 in tre categorie importanti: animazione, documentario e film straniero (dove tra i rivali troviamo “È stata la mano di Dio” e “Drive My Car”). La forza narrativa di “Flee” è quella di essere un’opera che usa il linguaggio dell’animazione come filtro per accostarsi all’orrore della guerra e alla drammatica condizione dei profughi. Un modo per attutire i contorni della brutalità, del Male, attraverso le tonalità del colore e della poesia.

(copyright Final Cut for Real)

La storia. Con una tecnica visiva che ricorda il bellissimo “Valzer con Bashir” (2008) di Ari Folman, “Flee” ci porta dunque a scoprire la vera storia del trentenne afghano Amin, partendo dalla sua infanzia trascorsa poco lontano da Kabul con i suoi genitori e fratelli. L’irruzione della guerra, che inizia a mutilare la sua famiglia (in primis scompare il padre), spinge Amin e i suoi cari a cercare rifugio anzitutto in Russia, realtà segnata dal crollo del comunismo, dove il ragazzo sperimenta soprusi e violenze, per poi tentare disperati approdi in Europa attraverso la Finlandia. Infine l’asilo politico, tutto solo, come rifugiato a Copenaghen, dove Amin è costretto a ripartire da zero, a cominciare dalla lingua. A questo si aggiunge la difficoltà di accettare la propria omosessualità, vissuta inizialmente come la doppia beffa di un destino avverso…

“Flee” è un viaggio nel cuore dell’orrore, un percorso raccontato dallo sguardo innocente di un ragazzo attraverso le insidie della guerra, le rotte battute dai cercatori di speranza, dai profughi, costretti a mettersi nelle mani di spregiudicati commercianti di uomini. Tutta questa sofferenza, sempre mediata dall’animazione, vira però verso un orizzonte di speranza, di pacificazione con sé e la propria storia.

“Flee” è un racconto potente e struggente, che attraverso la narrazione di una vicenda vera diventa testimone di quanto dolore e tribolazione ci siano in ciascun cercatore di futuro. “Flee” è consigliabile-complesso, problematico e adatto per dibattiti.

“Ambulance”
Non sbaglia un colpo Michael Bay, regista, sceneggiatore e produttore diventato negli ultimi trent’anni il capofila a Hollywood di blockbuster di successo: “Armageddon” (1998), “Pearl Harbor” (2001) e il ciclo “Transformers” (2007-17). Ultima sua fatica è “Ambulance” un thriller poliziesco che si svolge nell’arco di 24 ore a Los Angeles; una corsa serrata e claustrofobica ladri-poliziotti a bordo di un’autoambulanza.

La storia. Los Angeles oggi, il veterano di guerra in Afghanistan Will Sharp (Yahya Abdul-Mateen II, visto di recente in “Matrix Resurrections”) è disperato perché non ha la copertura sanitaria per far operare la moglie malata. Riluttante, chiede aiuto al fratello Danny (Jake Gyllenhaal), noto criminale per furti e rapine. L’uomo non gli concede il denaro, ma gli propone di fare un colpo da 32 milioni di dollari in una banca. Messo alle strette, Will accetta e prende parte alla rapina. Nella concitazione del momento, però, qualcosa va storto e i due improvvisano una fuga su un’autoambulanza prendendo come ostaggio il paramedico Cam (Eiza González) e un poliziotto ferito. Iniziano così una corsa nervosa tallonati da polizia e Fbi.

(C. Universal Studios)

Su sceneggiatura di Chris Fedak, prendendo le mosse dal thriller danese “Ambulancen” (2005) di Laurits Munch-Petersen, Michael Bay mette in racconto un braccio di ferro tra poliziotti e rapinatori ispirandosi a classici come “Il braccio violento della legge” (1972) o il più recente “Die Hard” (1988). Il regista sa fare il suo mestiere, dispiegando un set spettacolare con una presenza copiosa di mezzi, inseguimenti, esplosioni e scene mozzafiato. Gli attori funzionano bene su uno spartito che dimostra ritmo e scariche di adrenalina, dove Bay si diverte con riprese roboanti, vorticose e immersive.

A dare realismo alla storia c’è la linea sociale, il racconto delle difficoltà economiche di chi vive ai margini, ma a essere onesti tale elemento non riesce del tutto a dare corpo a un film che si ricorda più per le riuscite scene d’azione che per la densità tematico-narrativa. Un’avvincente macchina spettacolare, perfetta per gli amanti del genere, ma dalla poca sostanza. Nell’insieme “Ambulance” è consigliabile e problematico.