• on luglio 12, 2021

Grazie lo stesso, Matteo, ragazzo italiano. È stato un pomeriggio stupendo

“Tutto questo senza di loro non sarebbe stato possibile”, dichiarazione che la dice lunga su Matteo Berrettini, il suo equilibrio, la sua capacità di riconoscere i meriti altrui, perché in questo caso quel “loro” sono la sua famiglia, che gli dà, seguendolo anche in camper, un inesauribile sostegno, e il suo team. È stato comunque un pomeriggio stupendo.A Wembley la finale d’Europa calcistica, a Wimbledon, a sedici chilometri più a Sud, un’altra storia che pochi avrebbero pensato potesse divenire realtà: a sfidare l’onnivoro numero uno del tennis mondiale, in una partita durata 3 ore e 24 minuti, è stato un ragazzo italiano. E, comunque sia andata, non è stato un caso, perché dietro questa prima finale a Church road per un italiano ci sono duri e continui allenamenti, affetti, famiglia, gruppo, umiltà e talento.Dopo 144 anni – quasi un secolo e mezzo dalla fondazione – un italiano ha giocato una finale, qui nel tempio del tennis, 45 anni dopo quella vinta sulla terra del Roland Garros da un altro italiano, Adriano Panatta, guarda caso pure lui di Roma. Anche se stavolta è stato diverso, perché qui eravamo sull’erba, e Matteo giocava contro il più forte tennista di tutti i tempi, in grado di eccellere su qualsiasi superficie. Pochi anni fa avremmo ritenuto impossibile solo pensare ad un evento del genere, anche se il gioco e quei campi sull’erba sono cambiati, favorendo con un rimbalzo meno incerto e sgusciante i picchiatori da fondo e, paradossalmente quelli che un tempo avremmo chiamato difensori, che oggi difensori non sono, almeno non nel senso canonico: Djokovic picchia come un martello e trasforma le palle difensive in contrattacchi letali. Lo ha fatto anche oggi con traiettorie impossibili.
Se poi pensiamo che su quell’erba ci ha vinto pure Nadal, che non è uno da serve & volley, e molto prima un certo Borg che passava per pallettaro, vale a dire difensore puro, con palle alte e poi a pedalare, allora

tutto è possibile.

Lo dice pure la scienza con il principio di indeterminazione, lo dice una cronaca recente e per giunta wimbledoniana con la vittoria di Matteo contro un Hurkacz che aveva fatto fuori nientepopodimeno che la leggenda-che-cammina Federer, e in modo irriguardoso, soprattutto per il prato di Londra dove l’elvetico aveva più volte, per la precisione 8, trionfato. Eppure Matteo ha preso a cannonate il tennista polacco a partire dal servizio (22 ace, che si ottengono quando l’avversario alla risposta non riesce neanche a sfiorare la palla), e ben 101 nel torneo attuale esclusa la finale, con l’86 per cento dei servizi vinti, sparati a 215 km orari, non esattamente una brezza sottile, con un dritto devastante, tirato anche a 165 chilometri orari, e, cosa rara in questi casi, la scarsa tendenza all’errore, solo 18 non forzati in quella partita, per non parlare della risposta terrificante al servizio altrui.

Le eccezioni, i “se” e i “ma” (tendenza a qualche infortunio, un’altezza – 1,96 – che non favorirebbe gli spostamenti rapidi, si sposano mirabilmente con i pro: servizio e dritto che abbiamo detto, rovescio migliorato ed eseguito anche in slice, il che sull’erba non guasta, anzi, capacità di sorprendere l’avversario con improvvisi tocchi di fino e smorzate, con tanti (per il tennis moderno) punti presi scendendo a rete, in un mix che può diventare esplosivo. E può ancora, a quell’età, migliorare.
Perché oltre la testardaggine, l’attenzione profonda ai consigli del coach, un protagonista a sua volta del tennis italiano come Vincenzo Santopadre, Matteo ha l’età giusta, 25 anni, e ha una autostrada davanti. Largo ai giovani, e non è solo un modo di dire. Il tennis mondiale si sta rinnovando, grazie anche al contributo italiano che sta portando nuovi nomi nella classifica Atp, cosa che sarebbe sembrata impossibile pochi anni fa. I tempi stanno cambiando, e sono cambiati. Aveva ragione Bob Dylan. Anche nel tennis. E comunque grazie Matteo, per averci mostrato come il sacrificio e non l’apparire, gli affetti, anche lo studio (liceo sportivo e letture) possano essere parte di un progetto vincente. E non solo nello sport.