• on giugno 18, 2020

Giovannini (Asvis): “Per metterci al riparo da nuove crisi serve un cambio di paradigma. Guardiamo all’Agenda 2030”

Questa pandemia è un’occasione importante per riorientare il sistema economico nella direzione di una maggiore sostenibilità ambientale e una maggiore equità sociale.
A causa della diffusione del Covid-19, l’Italia ha sofferto pesanti perdite umane e non solo rischia di diventare territorio da discount industriale da parte di Paesi terzi, ma anche di andare incontro a conseguenze imprevedibili sul piano della tenuta della coesione sociale per la perdita di posti di lavoro e per la pressione continua verso le famiglie affinché siano i veri “ammortizzatori sociali” di questo tempo.
Per capire meglio verso quale modello di sviluppo le nostre comunità – e con esse il nostro Paese – dovrebbero orientarsi abbiamo posto alcune domande a Enrico Giovannini, economista e statistico, oggi cofondatore e portavoce dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS) ed uno dei componenti della task force guidata da Vittorio Colao, dopo esperienze importanti come quelle di presidente dell’Istat, ministro del Lavoro, Chief statistician dell’Ocse.

Professor Giovannini, l’emergenza coronavirus impone un cambio di passo al nostro modello di sviluppo. Quali scenari intravvede a livello planetario?
Affrontare nel giusto modo l’emergenza, salvando più vite possibili e mettendo in sicurezza il sistema sanitario, è stata un’azione importante, ma ora gli effetti del lockdown sull’economia e la società richiedono politiche di medio e lungo termine che abbiano una visione. In questo l’Agenda 2030 dimostra ancora una volta di essere una strada, tracciata ormai cinque anni fa, da seguire per rendere il mondo un luogo più resiliente e sostenibile. Non possiamo continuare a puntare su ricette che già negli anni scorsi hanno dimostrato di essere inadeguate. Per metterci al riparo dagli impatti negativi generati dai problemi ambientali, primo tra tutti il cambiamento climatico, serve un cambio di paradigma su tutti i livelli. Se non dovessimo riuscire a realizzare questo cambiamento le conseguenze potrebbero essere drammatiche.

Secondo autorevoli studi scientifici, la causa del virus è riconducibile alla frammentazione delle foreste per scopi agricoli o edilizi: questo ha avuto un impatto violento sull’ecosistema, ‘liberando’ virus che prima convivevano con gli animali in un ambiente separato dall’uomo.
La comunità scientifica ci aveva avvisati sullo stretto legame presente tra distruzione degli ecosistemi e diffusione di nuovi virus e sullo spillover, il salto di specie animale-uomo compiuto da un virus che diventa sempre più frequente, ma non l’abbiamo ascoltata. La diffusione del Sars-Cov2 ci ha fatto capire sia quanto siamo impreparati nel fronteggiare shock di questa natura, sia quanto l’uomo sia interconnesso con gli ecosistemi naturali. Dobbiamo finalmente renderci conto che una modifica del capitale naturale è in grado di impattare pesantemente sul nostro benessere e che non si può vivere sani in un mondo malato. Credo che queste parole di papa Francesco siano perfette per descrivere la situazione.

Nel dibattito pubblico l’emergenza da coronavirus sta spazzando via l’attenzione maturata in questi anni sugli Obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu, pur fatti propri dalla Commissione europea. Cosa fare?
Non credo sia così, anche se il rischio che la politica usi vecchie ricette è forte perché tanti pensano che sia necessario far ripartire l’economia nel post crisi mettendo da parte l’Agenda 2030 e i suoi 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile. Una posizione miope, lontana da una realtà che invece ci suggerisce chiaramente che per metterci al riparo da nuove crisi occorre un cambio radicale nel paradigma che guida le politiche economiche, sociali e ambientali. La buona notizia è che dalla Commissione europea arrivano segnali forti nella giusta direzione: il Green new deal non è stato per nulla accantonato, anzi, sarà la bussola che orienterà gli investimenti per la ripartenza. In questo l’Italia non può farsi trovare impreparata, ma deve preparare quanto prima un piano che indichi con chiarezza cosa fare con i fondi che arriveranno dall’Europa.

A livello politico l’Ue sembra intrappolata in rivalità “antiche” e aver perso lo spirito dei Padri fondatori. La lentezza nel giungere a misure concrete e pronte per affrontare gli effetti economici di questa crisi stanno crescendo la diffidenza degli italiani verso l’Europa.
Il problema è che la Commissione europea non è stata creata per gestire crisi di questo tipo, che richiedono risposte tempestive. C’è comunque da sottolineare che la stessa Commissione, sotto la guida della presidente Ursula Von der Leyen, ha modificato sia nei toni sia nei fatti la propria politica. Rispetto al passato, infatti, siamo di fronte a una risposta diversa, la Commissione ha attuato e proposto politiche di solidarietà e di coesione come mai prima d’ora. I problemi, semmai, sono sorti all’interno del Consiglio europeo, cioè tra gli Stati membri: è lì che spesso non ci si è trovati d’accordo su come affrontare la crisi. Per non far crescere la diffidenza degli italiani verso le istituzioni, comprese quelle europee, ora servono misure efficaci per fronteggiare l’emergenza, ma anche per trasformare l’Italia, orientando i fondi europei verso quei settori in grado di rendere il Paese meno disuguale, più sostenibile e più resiliente. È questa la sfida a cui ora siamo chiamati.

Negli equilibri geo-politici internazionali una minor coesione dell’Europa potrebbe rafforzare il peso di Cina e Russia in molte aree del Pianeta. Secondo Lei è giunto il momento di ripensare un nuovo corso per l’asse euro-atlantico?
I continui shock a cui il mondo sarà sottoposto, a partire dalla crisi climatica, non possono essere fronteggiati senza una politica coesa non solo a livello comunitario ma anche globale. Pensiamo a cosa sarebbe successo se questa pandemia avesse colpito un’Italia isolata e non inserita nell’Unione europea: ne saremmo mai potuti uscire senza gli aiuti di istituzioni “grosse”, cioè dotate di una grande potenza di fuoco economico come la BCE e la stessa Unione? La crisi attuale dimostra come, oltre che un ripensamento dell’asse europeo-atlantico, serva un’ampia cooperazione globale basata su politiche di sviluppo sostenibile, come suggerito dall’Agenda 2030 che, ancora una volta, rappresenta un documento unico per garantire prosperità all’intero pianeta.

Tornando a casa nostra, pensa che le misure adottate siano sufficienti per una ripresa dell’economia italiana già stagnante prima della pandemia?
Come ASviS abbiamo analizzato i principali provvedimenti governativi alla luce dell’Agenda 2030. Finora il governo si è concentrato maggiormente su interventi a favore di salute, occupazione e imprese, ma c’è stata una certa disattenzione su alcuni importanti temi, come uguaglianza di genere, tutela ambientale, e trasformazione del sistema produttivo. Ma grazie anche ai fondi europei per l’Italia si apre davvero la possibilità concreta di un profondo cambiamento nella direzione dell’Agenda 2030. Per non tornare all’Italia stagnante di cui lei parla bisogna fare un ‘balzo in avanti’ e la risposta alla crisi deve essere orientata a misure in grado di portare il Paese su un sentiero di sviluppo sostenibile.

Questa pandemia farà crescere il numero dei poveri e degli invisibili nelle nostre città?
L’emergenza sanitaria ci ha mostrato le difficoltà avute dalle famiglie più vulnerabili. Basti pensare ai problemi legati alla didattica a distanza e allo smart working: non tutte le famiglie, infatti, possedevano gli strumenti necessari a tale cambiamento e questo sta contribuendo ad alimentare le disuguaglianze. La crisi economica sta facendo crollare l’occupazione e questo colpisce i più deboli. Il sistema di welfare non copriva tutte le persone e gli “ultimi degli ultimi” rischiano di restare senza alcuna tutela. Va detto che grazie ad alcune misure come il reddito di emergenza (Rem), proposto dall’ASviS e dal Forum diseguaglianza e diversità, e la regolarizzazione dei lavoratori si sta cercando di arginare alcuni effetti devastanti della crisi, ma la strada per rendere l’Italia un Paese meno diseguale è ancora molto lunga.

Il Terzo settore e il volontariato sono rimasti “esclusi” dalle misure del cosiddetto “Decreto Rilancio”. Dalla sua esperienza come far sì che tali ambiti possano essere uno dei motori del cambio di paradigma dell’Italia?
Il ruolo del Terzo settore in questo Paese è fondamentale, basti pensare a quanto fatto dalle associazioni durante l’esperienza pandemica. In un contesto che vede sempre più persone distaccarsi dal mondo dell’informazione e della politica, il ruolo delle organizzazioni del Terzo settore e dei singoli cittadini impegnati nel volontariato è determinante, anche per la tenuta democratica del Paese.

Per una maggiore responsabilizzazione dei giovani è forse il caso di ripristinare per tutti i giovani un “servizio civile” obbligatorio di almeno 6 mesi in modo da poter sperimentare alcune dimensioni “civiche” e “partecipative” non più nei programmi scolastici?
Io sono pienamente d’accordo con questa idea, ma intanto penserei a una espansione quantitativa dell’attuale servizio civile e a una forte campagna di comunicazione per stimolare la partecipazione dei giovani a un’esperienza di qualità, che possa arricchire il curriculum vitae dei giovani e delle giovani che scelgano di svolgerlo.

Rappresentando il network di organismi e istituzioni che vanno sotto il nome di Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), quali pensate le cinque azioni che ciascun cittadino dovrebbe adottare per un cambio di paradigma?
Più che cinque azioni direi che ogni cittadino dovrebbe avere bene in mente i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile e fare la propria parte per portare a compimento l’Agenda 2030.Perché è anche attraverso il cambiamento non solo del proprio stile di vita, ma anche della “domanda” che i cittadini/elettori/consumatori rivolgono alla politica e alle imprese che si può trasformare il mondo in un posto più giusto e sostenibile.

(Originariamente pubblicato su l’Azione – Vittorio Veneto)