• on giugno 20, 2020

Giornata mondiale rifugiato. Protestanti italiani in ginocchio per dire con Martin Luther King che “ogni vita vale”

I protestanti italiani in ginocchio per ricordare la Giornata mondiale del rifugiato, oggi, sabato 20 giugno. È l’iniziativa lanciata dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei), attraverso il suo programma migranti e rifugiati, Mediterranean Hope, in occasione della Giornata istituita dalle Nazioni Unite nel 2000. “Ci inginocchieremo – dicono – esattamente come 55 anni fa fece il pastore battista Martin Luther King a Selma, inaugurando una forma di protesta che si sarebbe diffusa in tutto il Civil rights movement”. Era il 1965 quando il leader dei diritti civili Martin Luther King Jr. si inginocchiò durante una marcia a Selma, in Alabama. Più di 50 anni dopo, la foto in bianco e nero che lo riprende in ginocchio per le strade della città è diventata oggi il simbolo di tutte le manifestazioni contro il razzismo e le discriminazioni.

Colin Kaepernick, giocatore di football americano, quarterback dei San Francisco 49ers, ne ha fatto il suo cavallo di battaglia al Super Bowl. Ha spiegato più tardi che il motivo della sua protesta è stato ispirato dall’uccisione nel dicembre del 2015 di un 26enne afroamericano, Mario Woods, a San Francisco, per mano della polizia: il giovane si rifiutò di gettare un piccolo coltello a serramanico, gli agenti gli spararono oltre 20 colpi di pistola. In tanti lo hanno seguito, scegliendo di non alzarsi più in piedi per l’inno nazionale, in segno di protesta e per “non onorare l’inno e la bandiera di un Paese che opprime la gente di colore”.

“È chiaro – spiega al Sir il pastore Luca Negro, presidente della Fcei – che il problema in Italia è soprattutto legato alla presenza di migranti, il che non esclude l’esistenza di un razzismo legato al colore della pelle. Lo abbiamo purtroppo visto due anni fa a Macerata quando una persona ha cominciato a sparare in città contro chiunque avesse il colore della pelle nera. Ci sono quindi nel nostro Paese forme di razzismo di questo genere. Però noi abbiamo voluto organizzare questa forma di protesta ‘kneel in’ nel giorno in cui si celebra la Giornata mondiale del rifugiato perché vogliamo sottolineare il rischio di una demonizzazione del rifugiato e questo uso distorto dei numeri per far credere alla gente che è in atto una invasione che di fatto non c’è”. In una nota diffusa dalla Fcei, infatti, si ricorda che, secondo l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, i migranti forzati nel mondo sono oltre 70 milioni; di questi quasi 26 milioni sono “rifugiati” in senso proprio, mentre 3,5 milioni sono “richiedenti asilo”. In Italia, oggi sono circa 131mila. In Svezia, dove la popolazione è circa un sesto di quella italiana (10 milioni), i rifugiati sono 186mila, il 50% in più che nel nostro Paese. In Germania, con 82 milioni di abitanti, i rifugiati sono 478mila, quasi 4 volte quelli presenti in Italia.

“Come Federazione delle Chiese evangeliche sentiamo di dover dire la verità su questi numeri”, chiarisce Negro. “La loro manipolazione, infatti, non è indolore: produce sospetto, paura, emarginazione ed infine vero e proprio razzismo, in Italia come altrove. Non possiamo restare in silenzio”. Per questo oggi, a mezzogiorno, nelle varie sedi dove la Fcei opera nel quadro del programma Mediterranean Hope (Lampedusa, Scicli, Libano, Rosarno, Roma), si svolgerà il “kneel in”. “Ci inginocchieremo – afferma il pastore Negro – per dire che le vite dei neri contano, che le vite dei migranti contano, che le vite di tutte e tutti contano. Con questo gesto vogliamo affermare che i neri, gli immigrati, ogni essere umano è una persona che deve essere protetta, tanto più quando è perseguitata, discriminata o giudicata”. L’iniziativa risponde all’invito che noi cristiani ci sentiamo rivolto di “aprire le nostre porte e i nostri cuori a chi oggi cerca protezione e giustizia”. Negro ricorda in questo senso i corridoi umanitari come anche le tante azioni diaconali di accoglienza e integrazione. “Non sono un nostro merito – precisa – ma la conseguenza di una vocazione”. E poi conclude: “Sono ottimista. Sono reduce da un ‘kneel in’ organizzato a Grosseto dalla Rete antirazzista locale insieme alla pastorale giovanile della diocesi con 700 persone. Quei giovani che dicono no al razzismo sono il segno che abbiamo gli anticorpi necessari per uscire da ogni forma di discriminazione. E chi continua a portare avanti questi discorsi appartiene ormai ad un passato che non può tornare”.