• on aprile 9, 2022

Giornalismo: l’informazione è diventata “un derby cittadino”?

“A Maurizio Di Giacomo (1949-2008), instancabile cacciatore di notizie, collega premuroso e italiano per bene. In memoriam”. Che una giornalista apra un libro che parla del suo modo di intendere il nostro mestiere con una dedica ad un altro giornalista, all’epoca dei social, la dice di certo già lunga sul contenuto, distante anni luce dal “politically correct”. Ma basta conoscere di persona Giovanna Chirri, autrice de “I coccodrilli di Ratzinger” (Edizioni All Around), per accorgersi che è proprio la qualità umana, oltre che quella professionale, a fare la differenza. Fugano ogni dubbio, infatti, le parole con cui Giovanna saluta quasi incredula lo “scoop” che l’11 febbraio del 2013 l’ha resa famosa il tutto il mondo: la rinuncia al pontificato di Benedetto XVI.

“Io – scrive – povera giornalista di agenzia, sono arrivata prima su una notizia storica”.

È questo “senso del limite” – come lo chiama Carlo Di Cicco nella prefazione al volume – che rende grandi i professionisti, grazie al metodico lavoro radicato nel percorso formativo”. Perché giornalisti non si nasce, si diventa, e il conoscere le lingue, moderne e antiche – nel caso dell’autrice il latino – non basta, se non si affianca a questo tipo di conoscenza la competenza professionale, ha affermato Massimo Franco, editorialista del Corriere della Sera, durante la presentazione romana del libro. L’umiltà, allora, come ingrediente essenziale da affiancare alla passione per il mestiere – questa sì, una vocazione. L’umiltà che è il contrario del narcisismo superficiale e spesso d’accatto dei “leoni da tastiera”, tanto in voga sulla rete. L’umiltà da cui sgorga la gratitudine per i propri maestri, di cui è impastato il Dna di chi ha avuto la fortuna di incrociarli nel proprio percorso formativo e lavorativo. L’umiltà di chi sa che

“non ci sono avvenimenti di serie A o di serie B, c’è sempre da imparare, si può sempre scovare una notizia utile e tentare di dare il meglio di sé”.

Quello di Chirri è dunque un racconto che vuole restituire dignità alla figura del giornalista come “cacciatore di notizie”, attraverso un linguaggio diretto e senza infingimenti, così lontano dalla retorica dell’apparire tanto in voga non solo sugli schermi. “Già per questa forza di verità che solo una donna non intrigante può avere, possiamo leggere un libro pericoloso che mette le dita con naturalezza dentro le ferite che aggravano la malattia di un malato già grave come il giornalismo nel tempo della globalizzazione”, l’omaggio di Di Cicco, anche lui giornalista di lungo corso con la schiena dritta.

“Oggi vediamo come tutta l’informazione sia gridata, esasperata, tifosa, e ogni avvenimento raccontato come un derby cittadino. È ancora informazione?”,

la provocazione lanciata da una giornalista di agenzia seria e preparata, arrivata a fare il suo mestiere – e continuando a farlo – senza corsie preferenziali o sponsorizzazioni di ogni sorta. La risposta, dal suo punto di vista che rischia di essere non più di moda, è ovviamente negativa, come traspare dagli esempi di vita concreti che pervadono ogni pagina. Nasce da qui l’elogio della cronaca, che “è come l’asilo, sembra che non serva a niente, ma se non lo frequenti, dalle elementari in poi ti accorgi del danno permanente che hai subito. E se non ci sono più le cronache, su cosa si baseranno gli approfondimenti, i commenti, le analisi; e gli analisti cosa potranno analizzare?”. Oggi, infatti, “i giornalisti passano la vita a seguire cosa stanno raccontando le testate concorrenti, ognuno guarda l’altro, lo imita e gli fa concorrenza. Anneghiamo in un delirio, per fortuna la vita non dipende dalle nostre cronache. La vita democratica, purtroppo, forse  sì”.