• on aprile 4, 2022

Gaffe e incoerenze: 7 americani su 10 mettono in dubbio la capacità di Biden di affrontare il conflitto

(da New York) A quasi sei settimane dall’invasione russa dell’Ucraina, negli Stati Uniti torna ad imperare la polarizzazione, dopo che la scoppio della guerra aveva temporaneamente unito repubblicani e democratici, almeno sul fronte degli aiuti umanitari e del supporto militare. I sondaggi sono la prova palese di una divisione ancora partigiana, che si ferma sulla soglia dell’emozionalità e della contrapposizione a tutti i costi. Nell’ultimo exit poll pubblicato la settimana del 25 marzo dal Grinnell College sulla guerra in Ucraina, il 48% degli intervistati disapprovava la strategia del presidente. Quando però si chiedeva agli americani se preferissero inviare militari sul suolo ucraino, il 70% rispondeva “no” e il 72% votava invece a favore dell’invio di armi a supporto: due punti della strategia politica di Biden mai messi in discussione sin dall’inizio del conflitto. Una contraddizione? No. “È la misura della partigianeria dell’America”, secondo David Brook, editorialista conservatore del New York Times. Gli statunitensi appoggiano in larga maggioranza la politica adottata nel conflitto tra Mosca e Kiev, anzi alcuni vorrebbero imporre alla Russia sanzioni ancora più onerose; tuttavia se si attacca il nome di Biden o Trump o la dicitura liberale o conservatore a qualunque piano di azione il baratro torna a dividere. E se il Congresso sul fronte delle spese militari vota unito, non mostra la stessa unanimità sui piani di spesa sociale, particolarmente necessari alla classe media.
Biden, inizialmente contrario alla guerra, ha cominciato, settimana dopo settimana, ad usare toni sempre più da falco per ingraziarsi l’ala conservatrice del Paese; mentre si propone come leader delle democrazie contro le autocrazie per rafforzare il supporto democratico. Le parole pronunciate in Polonia sull’auspicabile uscita di scena di Putin, seppur smentite da Casa Bianca e Segreteria di stato, hanno fatto del presidente americano il portavoce di un sentire comune tra molti dei suoi cittadini, che inizialmente pronti al sacrificio pur di porre la parola fine alla carneficina ucraina e al dramma dei profughi: ora si ribellano ai costi reali di una guerra globale. Il 63%, secondo un sondaggio stavolta di Nbc News, disapprova l’operato del presidente, incapace di controllare l’aumento dei prezzi dei beni e della benzina, aree particolarmente vulnerabili. Le gaffe di Biden e l’incoerenza tra le minacce promesse e le azioni messe in campo hanno fatto scendere la fiducia sul commander in chief: 7 americani su 10 mettono in dubbio la capacità di Biden di affrontare la guerra.Un elemento nuovo di questa guerra globale, lo ha introdotto Wall Street con le criptovalute che sono diventate il denaro indispensabile a glissare le sanzioni per la Russia; e un mezzo per alimentare resistenza e aiuti umanitari per l’Ucraina. Secondo la piattaforma Elliptic, al 10 marzo, sono stati 63,8 milioni, i dollari arrivati agli ucraini e raccolti attraverso oltre 120.000 donazioni di criptovalute. Anche Hollywood si è mobilitata con gli attori di origine ucraina, Ashton Kutcher e Mila Kunis, che hanno raccolto oltre 34 milioni di dollari in moneta corrente.
Le chiese americane oltre alla raccolta fondi, all’invio di farmaci e di derrate alimentari, soprattutto per i profughi, organizzano incontri e veglie di preghiera ecumeniche, dove la chiesa ortodossa russo-americana, si incontra con quella ortodossa di origine ucraina. Gli ortodossi russi hanno eliminato l’aggettivo che li collega alla patria fondatrice perché si sentono americani e vogliono prendere le distanza da una guerra in cui non si riconoscono. George York, pastore della Chiesa ortodossa russa a Carnagie in Pennsylvania, ha la sua chiesa a fianco di quella ortodossa. “Siamo fratelli e sorelle. Siamo tutti ortodossi”, ha scritto il reverendo su un cartello affisso all’ingresso della chiesa sin dal primo giorno dell’invasione per mostrare il suo sostegno all’Ucraina. Il suo confratello, nonché vicino di parrocchia, padre John Charest, insiste nel dire che la conversazione sul conflitto deve cambiare. “Non è la Russia che invade. È Putin”, insiste il sacerdote ucraino, mentre vede arrivare, proprio nella sua chiesa, tanti russi che donano beni di prima necessità e quanto necessario ai soccorsi, come si fa tra buoni vicini.
Gli Stati Uniti si preparano anche all’accoglienza dei profughi. Il presidente ha promesso di assisterne 100.000 sul suolo americano, anche se ad oggi non sono chiare le modalità legali. Le associazioni, le Caritas, il Jesuit Refugee Service hanno già esplorato la possibilità di visti umanitari, di visti sponsorizzati da famiglie che adotterebbero i rifugiati o ancora permessi temporanei di asilo. Il Minnesota è stato tra i primi stati a candidarsi per l’accoglienza. Dopo aver risposto con generosità all’appello per gli afgani, non si tirano indietro neppure per gli ucraini. Lo stesso in Iowa e Pennsylvania che stanno già preparando gli studenti ad accogliere i nuovi compagni di classe, perché anche negli Usa, la scuola resta il primo strumento di integrazione anche per chi fugge dalla guerra.