• on Giugno 23, 2022

Francia, scricchiola la democrazia? Quinio: “viene meno il senso della rappresentatività”

Come dopo un ventaccio forte ci si guarda intorno per capire se si può rimettere in ordine il caos che si è creato, in queste prime giornate dopo il secondo turno legislativo le forze politiche francesi stanno cercando di familiarizzare con una configurazione dell’Assemblée Nationale come non si era mai vista: il movimento del presidente ha perso la maggioranza assoluta e deve rivedere la composizione del governo; l’estrema destra del Rassemblement National è entrata in forze, ma dovrà imparare a gestire il nuovo ruolo, la coalizione di sinistra, il Nupes, è risultata la seconda forza, ma tiene dentro così tante, forse troppe idee, che già litiga. Tutto questo rimescolamento è stato generato, per altro, solo dal 47% di francesi: il 53% dell’elettorato a votare non è andato. Abbiamo cercato di leggere questa Francia “the day after”, con Dominique Quinio, fino a pochi giorni fa presidente delle Settimane sociali di Francia, movimento di base del cattolicesimo d’oltralpe. Quinio, giornalista di formazione è stata per anni direttrice del quotidiano “La Croix”.

(Foto La Croix)

Che cosa dice questo voto dei francesi?
Il dato che mi colpisce di più è il tasso di elettori che non sono andati a votare: più della metà. Non è un fatto nuovo ma cresce di anno in anno, di elezione in elezione. È importante il fatto che molti giovani non siano andati a votare. Questo pone una domanda e significa che in un certo modo sono soprattutto i più anziani che fanno valere le loro scelte. È sorprendente perché si poteva pensare che questo secondo turno, in cui c’erano molti “duelli” elettorali, tra la destra e il governo attuale o tra il governo e l’estrema sinistra, fosse un incoraggiamento ad andare a votare, con una posta in gioco reale e facile da comprendere. Eppure le persone non si sono mosse e questo è prova di una grande sfiducia dei francesi verso l’istituzione, il sistema, i personaggi politici. È un segnale che dovrebbe interpellare tutti i partiti.

Ma si perde l’amore per la politica o si perde il senso della partecipazione democratica?
In ogni caso non c’è comprensione del nostro sistema democratico rappresentativo. Siamo in un momento in cui i cittadini faticano ad accettare che alcuni li rappresentino e non ci sia la prassi, come invece vorrebbe un certo estremismo, per cui le decisioni vengano prese in ogni momento dal popolo con dei referendum. L’idea che si eleggano persone che ci rappresentano in un parlamento e decidono non è più compresa bene o accettata. Si pone in questione la rappresentatività in democrazia e anche il modo in cui i responsabili politici in questi ultimi anni hanno fatto funzionare la democrazia. È il rimprovero che si fa a Emmanuel Macron, ma non penso sia l’unico a cui rivolgerlo: il fatto di non aver tenuto abbastanza conto di ciò che chiamiamo “corpi intermedi” (i sindacati, tutti quegli organismi che fungono da catene di trasmissione tra cittadini e decisori…). È anche la società che evolve in quel senso, anche nelle imprese, nella Chiesa: l’idea che un sistema piramidale a cui ci si deve conformare non funziona e c’è la necessità che la parola di tutti sia meglio ascoltata, rispettata. Il rischio è di passare da questa aspirazione sana a un populismo devastante.

Il volto dell’assemblea nazionale sarà molto diverso: mostra effettivamente un cambiamento radicale avvenuto in questi ultimi anni nella società francese?
Penso ci sia un effettivo rispecchiarsi di una Francia che – almeno rispetto agli elettori che hanno votato – si posiziona a destra, estrema, moderata o centrista, ma comunque a destra. E la sinistra, con tutte le forze mescolate insieme e alleate, attorno al Nupes è comunque minoritaria. È una realtà. Un elemento che la nuova assemblea dovrà poi sperimentare sarà la ricerca di consenso oltre gli schieramenti, di una convergenza politico-programmatica in parlamento, per arrivare a soluzioni condivise. In Francia sul piano politico non lo sappiamo fare bene, ma non lo sappiamo fare bene in generale nella società. È stato un tema su cui noi, delle Settimane sociali di Francia, abbiamo cercato di lavorare per avere dibattiti costruttivi: è normale essere in disaccordo, ma bisogna imparare a fare sì che da queste differenze possa nascere un progetto comune per il Paese. Temo che non si riesca a farlo bene in parlamento perché non so se le opposizioni più estreme abbiano voglia di andare verso il dialogo. Non so se sia una caratteristica francese o non piuttosto un tratto europeo che le democrazie si siano “fragilizzate”. Anche la Germania, che ha la pratica delle coalizioni, non ha vita semplice, o il Belgio che ci mette un sacco di tempo a mettere in piedi un governo dopo le elezioni. Abbiamo vinto in libertà e autonomia personale, abbiamo perso nel senso del collettivo, incapaci di rinunciare a convinzioni e interessi di parte per il bene comune. Ed è una strada complessa nelle nostre società sbriciolate, con comunità molto identificate che non hanno tante relazioni tra di loro. E dove l’idea dell’interesse pubblico o nazionale non è prioritario. Avremmo pensato che la guerra in Ucraina, le minacce contro la democrazia o il terrorismo potessero aiutare a ricostruire questa volontà nazionale. Ma così non è stato.

La presenza di un così grande numero di deputati del Rassemblement National la preoccupa?
Sì, non è una bella notizia. Ma d’altra parte è logico. Marine Le Pen è arrivata seconda alle presidenziali e quindi è comprensibile che ci sia una consistente rappresentanza all’Assembée National. E non si potranno più presentare come le eterne vittime del sistema. Saranno come gli altri. Sulle questioni sicurezza, immigrazione, Europa, non saranno certo pronti a fare concessioni rispetto alle loro posizioni di partenza e questa non è una bella notizia.

La Francia è alla fine del semestre di presidenza europea: che valutazione della Francia in Europa dà lei?
È difficile da dire, ma certo è che il Presidente della Repubblica è molto attento all’Europa, è una questione su cui si impegna molto, più degli antagonisti Le Pen e Mélanchon. Quello che Macron ha dovuto fare in relazione alla guerra forse non è stato sempre ben compreso dagli stessi ucraini, ma la preoccupazione, mi pare, fosse di conservare sempre una opzione aperta per la diplomazia, non a beneficio di Putin ma del popolo russo. Tutto questo è avvenuto in un momento in cui il cancelliere tedesco non era ancora ben rodato, e in Francia si svolgevano i grandi appuntamenti elettorali. In Francia Macron è stato rimproverato di interessarsi molto alle questioni internazionali e disertare quelle interne. Io personalmente non la vedo così, anzi penso sia importante conservare la prospettiva europea, visto che tante soluzioni passeranno per l’Europa. Chiudersi nelle realtà nazionali non è una soluzione per l’avvenire.