• on marzo 1, 2021

Francesco in Iraq. Leader sciita Sayyed Jawad Al-Khoei: “Il Papa non è solo il leader dei cristiani cattolici, ma un simbolo di pace per il mondo”

La visita di Papa Francesco in Iraq vista con gli occhi del mondo musulmano iracheno nel cuore di Najaf, la città sacra dell’islam sciita dove sabato 6 marzo, il Papa sarà ricevuto dal grande Ayatollah Al-Sistani. Siamo andati a chiederlo a Sayyed Jawad Mohammed Taqi Al-Khoei, segretario generale dell’Istituto Al-Khoei di Najaf. Nato nel dicembre del 1980 a Najaf, nella famiglia del leader spirituale dei musulmani sciiti, l’ayatollah Imam Sayyed Abul-Qasim Al-Khoei, è co-fondatore del Consiglio iracheno per il dialogo interreligioso. L’Istituto Al-Khoei che oggi dirige, fa parte dell’Hawza di Najaf, un seminario religioso fondato 1.000 anni fa per gli studiosi musulmani sciiti che vengono qui per approfondire gli studi islamici classici, con particolare attenzione alla giurisprudenza. Un seminario tradizionale che si combina con un’accademia interreligiosa che lavora con partner locali, regionali e internazionali sul dialogo interreligioso e su progetti di pace. “Il nostro obiettivo principale – spiega Sayyed Jawad Al-Khoei – è formare futuri studiosi che abbiano non solo un’ampia conoscenza dei principi dell’Islam sciita ma anche una comprensione di altre scuole di pensiero e religioni, in modo che il dialogo interreligioso diventi parte della loro educazione”.

Qual è il ruolo dei leader religiosi nella costruzione della pace? Come si combattono i discorsi di odio che purtroppo attraversano ancora i sermoni religiosi?

I leader religiosi sono attori influenti in molte parti del mondo e la religione gioca ancora un ruolo importante nella vita quotidiana di molte persone. Sfortunatamente, esistono minoranze estremiste che giustificano la loro violenza e l’odio in nome della religione ed è responsabilità dei leader religiosi contrastare questa tendenza e educare alla consapevolezza della natura pacifica della religione. Non dobbiamo permettere alle persone di dirottare la nostra religione e abusarne per i loro programmi nefasti, personali e politici.

Dal suo punto di vista, qual è il ruolo delle comunità cristiane in Medio Oriente?

Se il Medio Oriente fosse una palma, la sua chioma sarebbe musulmana ma le sue radici sarebbero cristiane. I cristiani in questa Regione sono parte integrante e indigena della nostra comunità. Hanno contribuito molto alla nostra economia, cultura e vita intellettuale. La bellezza di questa terra sta nella nostra diversità e non possiamo immaginare questo posto senza cristiani. C’è un famoso detto dell’’Imam Ali, il primo Imam sciita, che ci indica come vivere: “Le persone sono di due tipi: o sono tuoi fratelli nella fede o tuoi simili nell’umanità”. Il Grand Ayatollah Sistani insiste costantemente sulla fratellanza umana e ritiene che i cristiani abbiano gli stessi diritti e le stesse responsabilità dei musulmani in Iraq, la cui cittadinanza li unisce. L’establishment religioso non ha mai emesso una fatwa che inciti all’odio contro gli altri e considera proibito qualsiasi insulto contro gli altri leader religiosi o attacchi ai loro luoghi di culto.

Cosa si aspetti dalla visita di Papa Francesco in Iraq e dal suo incontro con l’ayatollah al-Sistani?

Non consideriamo il Papa solo come il leader dei cristiani cattolici, ma come un simbolo di pace e moderazione. La visita di Papa Francesco in Iraq non è solo per i cristiani, ma è per tutti coloro che ovunque lavorano per la pace. Lancerà un messaggio potente sull’importanza del dialogo interreligioso. Gli iracheni appartenenti a vari segmenti della società, di diverse origini etniche e religiose, sono felicissimi della sua prossima visita e sono orgogliosi che il Papa abbia scelto questo Paese, la terra dei profeti e dei santi, per la sua prima visita all’estero durante la pandemia globale. Mostrerà a tutti che non ci sono problemi tra le religioni o tra gli uomini di religione, indipendentemente dai nostri diversi background, e l’incontro rafforzerà e incoraggerà tutte le organizzazioni che in Iraq e altrove lavorano al dialogo interreligioso e ai progetti di pace.

I leader religiosi incontreranno Papa Francesco a Ur. Quale messaggio volete inviare al mondo, all’Iraq e al Medio Oriente?

L’Iraq è stato storicamente messo da parte a causa della situazione della sicurezza e delle diverse guerre che abbiamo dovuto affrontare, ma la visita del Papa riporterà nuovamente Ur sulla mappa della terra e l’Iraq potrà riguadagnare il suo posto nella Regione e nel mondo. Il dialogo interreligioso è vitale per tutte le società pacifiche perché ci consente di comprenderci a prescindere dalle nostre differenze e di renderci conto che siamo tutti sulla stessa barca, affrontando le stesse sfide. La sicurezza dei musulmani dipende dalla sicurezza dei cristiani e la sicurezza dei cristiani dipende dalla sicurezza dei musulmani. Non ci può essere sicurezza per i musulmani se non c’è sicurezza per i non musulmani e viceversa. I non musulmani non sono solo nostri uguali nell’umanità, ma, come esseri umani, sono i nostri partner su questa Terra. In un mondo sempre più globalizzato in cui le distanze e i confini si accorciano, condividiamo tutti lo stesso pianeta, le stesse risorse e le stesse sfide.

L’Iraq è una terra insanguinata dalla violenza e dal terrorismo. Qual è la via della pace per questo Paese e per il Medio Oriente?

Non possiamo permettere che una minoranza di individui violenti cambi la natura pacifica degli esseri umani e di tutte le religioni divine. Studiosi e leader religiosi devono fare di più per reclamare la vera natura della religione e prevenire l’abuso e la manipolazione dell’identità religiosa in nome della religione. L’Europa ha anche sofferto secoli di conflitti e odio religioso, ma alla fine ha superato questa pagina buia della sua storia per creare società pacifiche. Non ho dubbi che anche il futuro di questa Regione sarà pacifico, ma questo richiederà tempo e volontà politica sia da parte dei leader locali che della comunità internazionale perché non si combattano guerre per procura usandoci come carne da cannone.