• on luglio 17, 2021

Firmato il “Patto di Limbadi” che unisce imprenditori e istituzioni contro le mafie

“Contronarrare il territorio con gesti e parole di coraggio e denuncia”. Nelle parole di Giuseppe Borrello, referente “Libera. Associazioni nomi e numeri contro le mafie” di Vibo Valentia, l’impegno per la rinascita di questa terra bella e amara che è la Calabria. Focus sul racket e l’usura, fenomeni che fanno sentire la loro influenza ma che sempre più spesso trovano un ostacolo nel coraggio di tanti imprenditori che dicono di no, che vogliono cambiare strada. Di iniziative solidali, ai lidi calabri, ne stanno sorgendo tante, grazie alla sollecitudine di associazioni, di vescovi, di privati cittadini.

“La situazione sul territorio è ancora grave ma le notizie che riceviamo dalla Procura e dall’arma ci dicono che le denunce stanno aumentando”, afferma Borrello, che incontriamo a Limbadi (VV) in occasione della firma del “Patto” contro i fenomeni estorsivi che ha visto protagonisti alcuni sindaci calabresi e gli imprenditori virtuosi. Perché la “mala pianta” della ‘ndrangheta ha radici dappertutto in Calabria, e si manifesta fortemente, tra le altre cose, proprio nella pratica dell’usura e del racket.

Per questo, i sindaci firmatari del Patto, l’ultimo dei tentativi per fare rete e affrontare insieme questa battaglia, sono in rappresentanza delle cinque province calabresi. 

Una speciale Università. Limbadi è un borgo dell’entroterra vibonese, non distante dal Tirreno, a qualche centinaia di metri rispetto alla Piana di Gioia Tauro. Un paese silenzioso, dove però su un terreno confiscato al clan Mancuso è sorta un’opera che è segno di rinascita: l’Università della Ricerca, della memoria e dell’impegno “Rossella Casini”. A 25 anni dalla entrata in vigore della legge sui beni confiscati, questo immobile colorato di verde speranza e tutto rimesso a nuovo, consacra il desiderio di tanti giovani di proseguire in un impegno che, attraverso la formazione, diventi sempre più qualificato a servizio del territorio e contro ogni forma di criminalità.

“Questo luogo – prosegue Borrello – è anche un centro d’ascolto antiracket per gli imprenditori che denunciano. Dobbiamo farci trovare pronti ad accogliere le richieste di aiuti e ad accompagnare gli imprenditori, a non lasciarsi soli e a far sì che le loro attività possano continuare e anzi possano essere premiati per la loro scelta”.“Stiamo facendo sì che questo bene confiscato diventi sempre più di ricerca, approfondimento e ascolto” – prosegue don Ennio Stamile, referente regionale di Libera, che sottolinea l’importanza del riutilizzo sociale dei beni confiscati “in un luogo dove è difficile pure trovare l’interesse a partecipare ai bandi per la gestione dei beni stessi”.

Legislazione e burocrazia. La legge 44/2009, che istituiva il Fondo di solidarietà per le vittime di richieste estorsive ed usura, e la legge 108/1996, che prevede Disposizioni in materia di usura, accanto alla legge 109/1996 sui beni confiscati, rappresentano i baluardi per la difesa del cittadino. Don Marcello Cozzi, presidente della fondazione Antiusura “Interesse uomo”, è convinto della bontà degli strumenti normativi ma ne sottolinea anche le criticità. “Queste leggi ci consentono di non essere all’anno zero. Tanti, grazie ad esse, sono usciti da quel giogo ma a volte la burocrazia non ha aiutato. Quello che conta, se davvero ci si vuole liberare, è la denuncia. Non sarà un percorso facile, ci saranno difficoltà, ma è giusto denunciare”.

Quella legge – prosegue Cozzi – “ha aiutato tanti a reinserirsi nell’economia legale e a recuperare la dimensione della libertà. E questo è anche il nostro compito: accompagnare gli imprenditori che denunciano a rientrare nell’economia legale”.

Il Patto di Limbadi. Imprenditori coraggiosi che hanno rotto il muro del silenzio e sindaci che ogni giorno lavorano per una Calabria senza ‘ndrangheta. Insieme, per l’impegno di Libera, hanno firmato il “Patto di Limbadi” contro ogni forma di racket e usura e tutti i fenomeni di oppressione dalla malavita organizzata. “La ‘ndrangheta è un cancro esiziale e la nostra gente ha bisogno di essere liberata”, afferma don Stamile. “Quello di oggi è solo l’inizio di un percorso che porterà annualmente a una condivisione degli impegni, delle fatiche e dei risultati scaturiti da questo patto”. Diversi gli obiettivi per il cambiamento, dalla costituzione come parti civili nei procedimenti di usura e racket dei Comuni, all’esonero dal pagamento dei tributi locali per le aziende che decidono di eliminare le slot machine già presenti nei loro esercizi commerciali, a un meccanismo di premialità nelle gare di avviso pubblico per quanti hanno denunciato attività estorsive ed usurarie. Un Patto “frutto dell’ascolto dell’esperienza di imprenditori che hanno denunciato e vivono una situazione di reale isolamento”, afferma don Stamile, che annuncia la pubblicazione a fine anno “di un lavoro di ricerca sulle infiltrazioni mafiose nella sanità calabrese finanziato dalla Commissione nazionale Antimafia”. L’impegno, insomma, è trasversale, e il Patto firmato a Limbadi il 13 luglio è un nuovo punto di partenza.

Formazione. “È un dovere e una responsabilità una denuncia seria, attenta, documentata, perché solo così è possibile stimolare il cambiamento di cui abbiamo bisogno”. Dall’Università dell’Impegno di Limbadi il messaggio per la Calabria arriva da don Luigi Ciotti, fondatore e presidente di Libera. “La politica oggi deve riformare se stessa, non bastano le riforme. Libera, che ha apartitica, abbraccia tutti, ma sente il dovere della corresponsabilità per raggiungere gli obiettivi del bene comune”. Il lavoro fatto sui territori da decenni riesce a produrre realtà virtuose, per questo è fondamentale il sì dei sindaci, che hanno il polso della situazione sui luoghi amministrati. “Dobbiamo cambiare anche noi come cittadini, senza scaricare tutte le responsabilità sulla politica – prosegue Ciotti -. Siamo chiamati a metterci ancora di più in gioco. Dobbiamo combattere questa violenza, ma non ne usciamo fuori senza lavoro, cultura e scuola”.