• on gennaio 5, 2021

Film su Chiara Lubich. Abignente (Focolari): “Tra realtà e fiction la storia di Chiara, un’apripista nella Chiesa”

“È una fiction ad alto contenuto storico”. Siamo andati dalla storica Lucia Abignente, del Movimento dei Focolari, per capire quanto il film“Chiara Lubich – L’amore vince tutto”, andato in onda su Raiuno la sera del 3 gennaio, sia attendibile dal punto di vista storico, soprattutto nelle parti in cui si esplora il rapporto tra la Chiesa e la Lubich. Il regista Giacomo Campiotti e gli sceneggiatori hanno scelto di concentrarsi sulla storia di Chiara a Trento, sua città natale, negli anni della seconda guerra mondiale. È  in questo contesto che ha origine un carisma destinato nel tempo a diffondersi in tutto il mondo, ma che ha suscitato, negli anni precedenti il Concilio, reticenze e ostacoli all’interno delle istituzioni ecclesiastiche. Sono gli anni in cui il Movimento è stato sottoposto a inquisizioni e visite apostoliche. Lucia Abignente è autrice del libro “Qui c’è il dito di Dio”. Carlo de Ferrari e Chiara Lubich: il discernimento di un carisma” in cui si ripercorrono proprio quegli anni.

Quanto sono reali e storiche le immagini, soprattutto quelle girate nel Tribunale, che abbiamo visto nel film?

Trattandosi di una fiction, le immagini non hanno la pretesa di essere “storiche” nel senso stretto della parola, per cui è naturale che ci siano scene che si distanziano dalla realtà. Basti pensare, per esempio, alla firma “Chiara Lubich” che si vede nel film e che non può essere reale in quanto il suo nome anagrafico era Silvia. Va detto però che lo studio su Chiara da parte della Santa Sede c’è stato, ha avuto inizio nel ’48 a seguito di alcune accuse ed è stato un processo lungo e sofferto. A livello diocesano si era chiusa positivamente un’inchiesta avviata dall’allora arcivescovo di Trento, mons. Carlo De Ferrari. Queste accuse arrivarono però a Roma. Chiara è stata a lungo osservata, interrogata più volte dal Sant’Uffizio alla fine del’50 e all’inizio del ’51.

Cosa non convinceva la Santa Sede?

Direi innanzitutto che questa ispirazione partisse da giovani e, in particolare, da una donna. Ciò suscitava diffidenza. Il film ha ben sottolineato anche tante espressioni che risultavano all’epoca nuove, come la comunione dei beni e soprattutto quel riferimento molto forte al Vangelo letto dai laici che ha spinto alcuni ad accusare il Movimento di protestantesimo. Il film accenna poi alle accuse riferite da sacerdoti al vescovo di promiscuità, accuse che nascevano da quel clima di familiarità che si era creato attorno alle prime compagne di Chiara.

Chiara come ha vissuto questi anni di indagini e interrogatori?

In una profonda fedeltà alla Chiesa e anche – come racconta bene il film –per amore a Gesù Abbandonato. Da una parte c’era attenzione e fedeltà a quanto lo Spirito suggeriva, dall’altra la piena obbedienza. Certamente la Lubich ha trovato nell’arcivescovo Carlo De Ferrari una persona di cui ha sentito la paternità perché – come lei stessa gli scrisse – “mi fu veramente padre e mi ha mostrato ciò in cui credevo solo per fede e cioè che la Chiesa è madre”. A partire dal ’51 si sono succeduti visitatori apostolici scelti dal Santo Uffizio; anche chi era restio al Movimento , studiandolo, finiva per vedere la validità di esso. Furono anni difficili e di prova in cui fu chiesto a Chiara addirittura di allontanarsi dalla responsabilità del Movimento. Chiara scrisse così le sue dimissioni. Era pronta a tutto, anche allo scioglimento, con la coscienza di offrire questo allontanamento personale per la realizzazione del testamento di Gesù: “che tutti siano uno”.

E poi cosa è successo?

Più forte è stata la Croce, più l’amore ha fruttificato. Il Sant’Uffizio aveva vietato l’apertura di nuovi focolari, ma ciò non ha impedito il diffondersi e l’aprirsi di nuove comunità. Gli anni ’50 sono anni di grande espansione del Movimento nel mondo. L’intuizione di Chiara in questi anni è rimasta comunque sempre l’anima del Movimento.

Cosa ha consentito alla Chiesa di riconoscere “il dito di Dio” nell’opera di Chiara?

Un ruolo importante lo hanno avuto i Papi. Il Movimento non è stato sciolto grazie alla decisione di Pio XII che, nel luglio del ’57,  non firmò il documento che gli era stato sottoposto dal Sant’Uffizio. Dopo una prima approvazione di Giovanni XXIII, fondamentale è stato l’incontro di Chiara con Paolo VI nell’ottobre ’64. Montini aveva seguito la vicenda del Movimento e, con la sua innata capacità diplomatica, era intervenuto nell’Assemblea della Cei per evitare lo scioglimento. Diventato Papa, è stato lui a dare al Movimento quell’aspetto giuridico conforme al disegno di Dio e a volere che Chiara fosse presidente.

Poi il carisma dell’unità, la spiritualità di comunione, la fraternità universale e i dialoghi sono entrati nella Chiesa. Chiara come ha vissuto questa evoluzione?

Con grande semplicità. Ha lavorato in modo delicato con Paolo VI per i suoi rapporti, per esempio, con il Patriarca Atenagora che richiedevano una certa riservatezza. Con Giovanni Paolo II la collaborazione si è intensificata. Alla morte di Chiara, Benedetto XVI ne ha sottolineato la capacità profetica di intuire e quasi di precedere i desideri dei Pontefici.

L’ha colpita il fatto che più di 5milioni di telespettatori abbiano visto il film?

È stata una gioiosa sorpresa. Ho apprezzato la scelta del regista di concentrarsi sui primi anni della storia di Chiara a Trento. Lei stessa ha sempre sottolineato l’importanza della storia delle origini. Ho sentito la forza di un carisma che nasce e che si manifesta in tutta la sua evangelicità e al tempo stesso laicità. Chiara ci ha lasciato una consegna: “lascia a chi ti segue solo il Vangelo, perché  passeranno i cieli e la terra ma la Parola del Signore non passerà”. Credo che il film sia piaciuto perché ha espresso questo messaggio sempre attuale che non cede all’usura del tempo.