• on marzo 8, 2021

Festival di Sanremo. Fabris: “Un’occasione perduta. Dovevano far passare un messaggio di speranza”

Canzoni non memorabili e relegate a un ruolo secondario, un calo di audience, proteste per i “quadri e i monologhi blasfemi” di Achille Lauro. Contro il Festival di Sanremo 2021 è intervenuto con una nota anche il vescovo di Ventimiglia-Sanremo. La kermesse, che quest’anno è stato fortemente condizionata dall’emergenza da Covid-19, senza pubblico, ha sollevato molte polemiche. “Tante cose di cattivo gusto. Cosa non si fa per l’audience?”, si chiede Adriano Fabris, professore di Filosofia morale e di Etica della Comunicazione all’Università di Pisa.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Le performance di Achille Lauro hanno fatto tanto discutere…

È bene rimarcare il carattere blasfemo di certi costumi, di certe scenografie, di certi pezzi, perché è necessario sempre un grande rispetto per tutti. Anche nell’ultimo quadro offerto da Achille Lauro, solo per citare la serata conclusiva, c’era chiaramente un riferimento all’iconografia riconoscibilissima di San Sebastiano, anche se il cantante ha conficcato nel petto le rose simbolo di Sanremo al posto delle frecce. Non dimentichiamo che già un paio di anni fa c’era stata una polemica perché in uno sketch era stato citato più volte Satana. Paradossalmente, come cristiani dovremmo rallegrarci del fatto che per fare scandalo si faccia un riferimento religioso: vuol dire che Dio ancora conta. Se fossimo una società totalmente secolarizzata e indifferente a Dio, se questi simboli della religione cristiana non fossero ancora radicati nella nostra società, nella devozione popolare, non ci sarebbero persone che li usano per creare scandalo. È una conferma che tanta gente a questi simboli ci tiene e si sente provocata e offesa giustamente, se vengono malamente utilizzati.

Eppure, malgrado le polemiche che di solito aiutano a ottenere più pubblico, il Festival ha registrato un’audience al di sotto delle aspettative…

Partiamo da lontano: questo Festival come tutti i Festival di Sanremo ha al centro l’intrattenimento. Questo aspetto è diventato preponderante nel tempo, ragion per cui le canzoni sono rimaste sullo sfondo. Francamente, poi, le canzoni di quest’anno sono di una qualità ben diversa rispetto al passato. Amadeus è stato un ottimo conduttore con la spalla di Fiorello, creativo anche nelle cadute di stile, ma come direttore artistico ha operato scelte non adeguate. Lo si è visto anche dal calo degli ascolti. D’altra parte, il problema di fondo era questo: bisognava davvero fare la kermesse canora e farla in maniera tradizionale? Ci troviamo in un momento davvero terribile, tragico della storia della nostra Italia, dell’Europa e del mondo e noi andiamo avanti come se nulla fosse con una formula che era quella tradizionale. Ma la diversità di questo Festival rispetto agli anni passati era innegabile: innanzitutto, la mancanza di pubblico. Nella seconda serata hanno messo quei palloncini ridicoli sulle poltrone, poi altrettanto ridicoli sono intervenuti gli applausi registrati. La paura nell’affrontare il palco di Sanremo non è mai stata tanto quella di scivolare per le scale ma quella di entrare in empatia con il pubblico di fronte, che ti permette di capire subito se lo spettacolo funziona. Un artista vero ha bisogno del pubblico e questo si è sentito come grande mancanza.

Professore, lei diceva che anche le canzoni sono state deludenti…

Se i testi delle canzoni fossero la fotografia della situazione italiana nell’epoca della pandemia, mi porrei il problema. Ma non solo le canzoni: nell’ultimo monologo Achille Lauro conclude con la frase: “Dio benedica solo noi umani”. In un’epoca in cui la sensibilità ecologica è così importante e forte, in un’epoca in cui Papa Francesco ha rilanciato nella Laudato si’ nuove forme di economia, di custodia del Creato, di cura, Dio deve benedire solo noi umani? Mi verrebbe da dire: “Aggiornati, Achille Lauro!”.

Cosa è riuscito a trasmettere il Festival?

Sanremo poteva essere un’occasione preziosa di lanciare determinati messaggi. Nella serata finale, ci hanno provato con il monologo di Zlatan Ibrahimovic, ma era talmente recitato e costruito che nessuno ci ha creduto, non riuscendo a coinvolgere in nessun modo; o con l’intervento di Giovanna Botteri, che ha ricordato l’inizio della pandemia, o con Ornella Vanoni. Abbiamo bisogno dei grandi vecchi, i giovani li abbiamo tagliati fuori o li utilizziamo per show da pagliacci con il tatuaggio di ordinanza che è il simbolo del conformismo. Quello che è mancato è accettare la sfida di un Festival nuovo adeguato alla situazione attuale: il direttore di Rai Uno ha voluto riproporre una formula assolutamente vecchia, perdendo completamente un’occasione. Se noi vediamo il telegiornale di domenica 7 marzo, da un lato, c’è la notizia di chi ha vinto il Festival, con tutte le piccole polemiche collegate, la moglie di Fedez che ha chiesto voti per lui o Achille Lauro che si mette un po’ di rose sul petto; dall’altra parte, abbiamo le immagini del Papa in Iraq, tra le rovine di Mosul ed Erbil, un gesto rischioso, rivoluzionario, rischioso sulla propria pelle.

C’è un abisso tra il viaggio del Papa e la finzione del Festival.

Dal punto di vista comunicativo, allora, è stato fallimentare questo Sanremo?

Sì, ma non darei la colpa a chi l’ha condotto. Qual era la funzione di Sanremo quando è nato e poi negli anni in cui è decollato? Celebrare la speranza degli italiani, la crescita, il boom, poi il benessere acquisito. Sì, il Festival aveva una funzione culturale: celebrava un’Italia che stava ripartendo o che si consolidava nelle sue eccellenze. Questo poteva essere anche oggi un messaggio da far passare, invece hanno riprodotto il vecchio rito, le vecchie formule di intrattenimento, hanno cercato di fare un po’ di scandalo al solito modo per far parlare del Festival un po’ di più e domani ci saremo dimenticati tutto.

È un’occasione perduta.

Essendo questo il modello deciso per lo show, Amadeus e Fiorello lo hanno svolto comunque da professionisti. Non ci si poteva affidare ad Achille Lauro per far crescere gli ascolti.

La decadenza del Festival è specchio dei tempi?

Siamo oltre il post-moderno, che assemblava elementi della modernità o della tarda modernità a volte in modo anche originale in architettura e nell’arte, adesso che abbiamo esaurito la nostra spinta creativa e il bricolage della creatività degli altri ricombinata e rimessa assieme, ci siamo rinchiusi in noi stessi, ci facciamo i selfie, ma avremmo proprio bisogno di qualcuno che ci dicesse: possiamo ripartire.

Abbiamo bisogno di futuro, abbiamo bisogno di speranza.

Questo sarebbe non solo il compito del Festival ma di tutti quelli che in questo momento hanno un minimo di capacità e di voce, dagli insegnanti ai politici e ai giornalisti, per sottolineare che un futuro c’è e possiamo metterci su questa strada, manca veramente poco.

Che compito aspetta chi condurrà l’anno prossimo il Festival?

Amadeus ha detto che non farà un terzo Festival consecutivo. Spero innanzitutto che l’anno prossimo si torni a un Festival con il pubblico in sala, con la gente che si assembra fuori al Teatro Ariston per vedere passare cantanti e ospiti, tanti fiori dappertutto. Mi auguro, però, una formula nuova, non si può andare avanti così. La cosa importante è ripristinare un legame con le persone, con la società, un canale che non può essere ridotto solo a un televoto in quella maniera mortificante, anche perché così la qualità non viene premiata. C’è il rischio che invece di essere il Festival della canzone popolare diventi il Festival della canzone populistica, però la gente poi non ascolta le canzoni. Domani chi si ricorderà delle canzoni di quest’anno? Credo che il punto sia questo: ripensare all’interno della formula vecchia i contenuti di base in relazione all’esigenza di intrattenimento e, attraverso l’intrattenimento, all’esigenza di quello di cui hanno davvero bisogno la nostra società e le persone, alle quali non serve di essere sollecitate con l’ennesima blasfemia.