• on ottobre 20, 2021

Festa del Cinema: Caterina Caselli, donna libera e pioniera nella musica. Il doc omaggio firmato Renato De Maria

Un casco d’oro sempre abbagliante. Caterina Caselli è protagonista alla 16a Festa del Cinema di Roma, mercoledì 20 ottobre, nel bel documentario “Caterina Caselli. Una vita, cento vite” di Renato De Maria. Un film che ripercorre la vita e i successi musicali dell’artista emiliana al cinema dal 13 dicembre. Un viaggio alla scoperta di una donna sempre libera e indipendente, che ha fatto della musica la colonna sonora della sua esistenza, prima come interprete controcorrente, poi come talent scout di artisti come Andrea Bocelli, Elisa o i Negramaro. All’Auditorium Parco della Musica è anche il giorno del film taiwanese “Terrorizers” di Wi Ding Ho, presentato già al Festival di Toronto. Il punto Cnvf-Sir.

(Foto Ufficio stampa)

“Caterina Caselli. Una vita, cento vite”

Raccontare la vita e i traguardi di Caterina Caselli non è impresa facile. L’artista nonché produttrice modenese ha percorso più di una vita professionale, sul palcoscenico come interprete raffinata e di rottura nonché dietro le quinte come produttrice di nuove proposte musicali. Senza menzionare, inoltre, una vita personale costellata da un amore lungo cinquant’anni con il produttore Piero Sugar. Forse proprio per questo il regista Renato De Maria ha deciso di intitolare il documentario a lei dedicato “Caterina Caselli. Una vita, cento vite”. E chiave del racconto sono proprio le parole dell’autore: “Quando ho incontrato per la prima volta Caterina Caselli ho capito subito che quello che mi interessava era catturare la sua energia vitale. Ho deciso allora di mettere la macchina da presa su di lei e lasciare il suo racconto orale, sincero, emozionato e vitale, rompere la barriera della nostra attenzione, per arrivare a noi con il massimo possibile di verità”. Il film è dunque un flusso di ricordi, tra emozioni, confidenze e canzoni, che Caterina Caselli racconta in un dialogo rigoglioso e autentico. Un ricordare accompagnato da testimonianze di amici e colleghi: Paolo Conte, Francesco Guccini, Giorgio Moroder, come pure il figlio Filippo Sugar o la sorella Liliana Caselli. Il documentario parte dagli esordi di Caterina da ragazza, fortemente attratta dalla musica e ben preso in una band. Segue l’incontro con il gruppo Equipe 84 e il trasferimento a Roma con i primi concerti al Piper, dove si fa portavoce della nuova corrente musicale beat. Primo folgorante successo arriva nel 1966 con “Nessuno mi può giudicare”, una vera e propria hit, seguita da “Perdono” (1966), “Cento giorni” (1966) o “Insieme a te non ci sto più” (1968). Tanti gli incontri in quella stagione da Orietta Berti a Gianni Morandi, da Adriano Celentano a Lucio Dalla, senza dimenticare il dolore per la morte di Luigi Tenco. Il secondo atto della vita della Caselli va in scena con l’avventura produttiva in cui si lancia una volta sposata, dopo il ritiro dalle scene nel 1975: si mette prima alla guida della nuova etichetta “la Ascolto” con cui lancia autori innovativi come Pierangelo Bertoli e Mauro Pagani; poi, il grande successo a fine anni ’80 e inizio anni ’90 con la Sugar che accompagnerà al successo Andrea Bocelli, Elisa, i Negramaro, Malika Ayane e Raphael Gualazzi. Scritto da Renato De Maria e Pasquale Plastino, il documentario “Caterina Caselli. Una vita, cento vite” è un ritratto a briglia sciolta, spontaneo e luminoso, di una donna, un’artista e una imprenditrice pioniera nel mondo musicale italiano dagli anni ’60 a oggi. Un’interprete grintosa, raffinata, che ha fatto della musica il filo rosso della sua vita; un’esistenza dedicata al lavoro, ma non schiava di esso. Caterina Caselli, infatti, ha saputo sempre bilanciare pagine professionali con guadagni familiari, trovando il giusto passo per condurre una vita piena. De Maria si mette al servizio, come regista, dell’artista Caterina Caselli, non imponendole un rigido binario narrativo, ma lasciandole piena libertà di raccontarsi. A ben vedere, forse si poteva concedere un po’ più spazio narrativo allo scouting musicale degli anni Duemila, ma nell’insieme il lavoro è davvero accurato e valido. Il documentario risulta pertanto godibile, appassionante, capace di accendere nello spettatore un fermento musicale al punto da voler cantare sotto la mascherina durante la proiezione. Dal punto di vista pastorale “Caterina Caselli. Una vita, cento vite” è un film consigliabile, semplice e adatto per dibattiti.

“Terrorizers”

Il regista malese Wi Ding Ho, classe 1971, formatosi nell’ambiente cinematografico newyorkese, con il thriller esistenziale “Terrorizers” mette in racconto il disagio di una generazione di ventenni oggi, condizionati da irrisolti, dispersioni nel mondo videoludico e difficoltà a sapersi relazionare in ambito sociale o sentimentale. “I momenti che precedono e seguono la tragedia – rimarca il regista Wi Ding Ho – mi sembrano la cosa più interessante e più fedele alla vita: sono i momenti contemplativi, lenti, misteriosi, indecifrabili e poetici”.
La storia. Taipei prima della pandemia, un gruppo di ventenni finiscono per collidere inconsapevolmente in un intreccio composto da amore, desiderio, passione, invidia e vendetta. Tra le figure di rilievo la giovane studentessa Yu Fang, figlia di un politico e impegnata in un progetto teatrale, che vive i primi stadi di un nuovo amore con Xiao Zhang, il quale sogna di aprire un proprio ristorante in città. Sullo sfondo, defilato, c’è Ming Liang, ragazzo introverso, che confonde realtà e immaginazione, esaltato da ossessioni videoludiche. Wi Ding Ho compone un caleidoscopio di ritratti giovanili che virano sulle tonalità più scure, ombrose. Giovani dall’apparenza innocente, ma percorsi da tensioni esistenziali marcate da insicurezze e frustrazioni. Una narrazione che si muove inizialmente fluida, incedendo poi in maniera stanca e insistita. Se può piacere, in alcuni passaggi, un uso della macchina da presa in maniera avvolgente, attenta a cogliere le sfumature del sentimento, in altri la regia appare pretenziosa e ridondante. Nell’insieme “Terrorizers” è un racconto che desidera offrire suggestioni interessanti sulla società odierna, ma rischia di avvitarsi in soluzioni artificiose prive di pathos. Peccato. Dal punto di vista pastorale “Terrorizers” complesso, problematico e per dibattiti.