• on dicembre 2, 2021

“È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino e “Caro Evan Hansen” di Stephen Chbosky

Ci ha conquistato e commosso alla 78a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia. Parliamo del film “È stata la mando di Dio” di Paolo Sorrentino, sguardo esistenziale dell’autore nella Napoli anni ’80. L’opera, che rappresenta l’Italia agli Oscar 2022, è nelle sale da fine novembre e si prepara a sbarcare su Netflix dal 15 dicembre. Ancora, dalla Festa del Cinema di Roma-Alice nella Città è nei cinema dal 2 dicembre “Caro Evan Hansen” di Stephen Chbosky, dramma educational sulle fragilità adolescenziali con lampi di musical. Il punto Cnvf-Sir.

“È stata la mano di Dio” (al cinema)

Leone d’argento a Venezia78 nonché Menzione speciale del Premio cattolico internazionale Signis (il più antico dei riconoscimenti collaterali della Biennale), “È stata la mano di Dio” è forse uno dei film più belli e sorprendenti di Paolo Sorrentino; a ben vedere può essere considerato il film della maturità artistica e personale. L’eclettico e geniale autore napoletano, già Premio Oscar per “La grande bellezza” (2014), ha sentito il bisogno di raccontarsi, di squadernare il proprio album di ricordi familiari, custoditi in una cartolina suggestiva e nostalgica della Napoli anni ’80, illuminata a festa dall’arrivo di Diego Armando Maradona.
Quello che all’inizio sembra il protagonista del film di Sorrentino, ossia il campione argentino che ha portato il club del Napoli al primo scudetto, in verità occupa una posizione “marginale”, di secondo piano; costituisce lo “strumento provvidenziale” che cambia corso all’esistenza del protagonista. In verità al centro della storia c’è Sorrentino stesso, che si racconta con il suo alter ego Fabietto (Filippo Scotti, Premio Mastroianni a Venezia78), un po’ come Federico Fellini ha fatto con il suo Moraldo ne “I vitelloni” (1953). Il regista mette in narrazione la sua adolescenza, i momenti condivisi con i genitori, il fratello, la famiglia tutta; una stagione segnata dall’idea vibrante di futuro, identificato proprio con l’arrivo a Napoli di Maradona, un futuro che però sterza bruscamente e cambia di segno, quando l’autore perde prematuramente i suoi genitori. “È stata la mano di Dio” conquista, coinvolge, sì per lo sguardo sognante e poetico sulla città di Napoli, assalita dall’entusiasmo per l’arrivo di un campione “quasi dalla fine del mondo”, ma soprattutto perché Sorrentino ci racconta una storia intima, il cammino di riscatto del suo Fabietto, di se stesso, l’ingresso nella vita adulta. Non è solo il racconto di fratture e dolori; nell’opera si fanno largo piano piano anche salvezza e speranza, che passano proprio dall’incontro con il cinema. È il cinema, infatti, che schiude l’idea di futuro per il giovane protagonista, per Sorrentino stesso, che gli fa intravedere una possibilità di riscatto e lo aiuta anche a esprimere, a urlare, tutto il suo dolore. Fabietto non riesce a piangere i genitori, è raggelato dalla brutalità della vita; è il cinema che riesce a sciogliere il suo stallo emotivo facendosi carico delle sue tensioni ed emozioni, trasformandole poi in lampi di creatività.
Nel complesso, “È stata la mano di Dio” è un’opera profondamente sorrentiniana, marcata da quel suo stile visivo che tanto richiama la poetica di Fellini; non a caso nel film troviamo disseminate molte istantanee del regista riminese: dall’erotismo onirico delle figure femminili (in primis la zia Patrizia, interpretata da una sensuale e struggente Luisa Ranieri) alle riflessioni sul sacro (l’apparizione di San Gennaro, la figura del frate bambino), fino all’esplicito omaggio, nel finale, ai “I vitelloni”. Il film di Sorrentino non è solo un racconto dolente, anzi, si muove spesso sul tracciato della commedia brillante di matrice eduardiana, con attori partenopei di vivo talento ed espressività: Toni Servillo, Teresa Saponangelo, Renato Carpentieri, Massimiliano Gallo ed Enzo Decaro. Dal punto di vista pastorale “È stata la mando di Dio” è consigliabile, problematico e per dibattiti.

“Caro Evan Hansen” (al cinema)

Quante emozioni ci ha regalato il regista statunitense Stephen Chbosky con il suo “Wonder” (2017), adattamento cinematografico del romanzo educational di R.J. Palacio. Ora a distanza di quasi cinque anni torna con un nuovo intenso racconto familiare, il ritratto di un’adolescente fragile, solo, in cerca del Noi. È “Caro Evan Hansen” (“Dear Evan Hansen”), opera che prende le mosse dall’omonimo musical di Broadway firmato da Steven Levenson insieme al duo Benj Pasek & Justin Paul, un dramma psicologico-esistenziale che ha il coraggio di mettere a tema l’isolamento giovanile, i pericolosi deragliamenti nella vertigine della depressione. Non è però un racconto disperante, al contrario, il film si incammina lungo il sentiero (faticoso) che porta alla riconquista della fiducia, al ritrovare sintonia con la vita, con gli altri.
La storia. Evan Hansen (Ben Platt, già vincitore del Tony Award per lo stesso ruolo a teatro) è uno studente dell’ultimo anno di liceo, che si sente costantemente fuori posto. Emarginato, solitario, Evan si trova impantanato in una “bugia bianca”: si finge infatti amico di un altro giovane problematico, Connor (Colton Ryan), che per troppa fragilità si è tolto la vita. Per confortare la famiglia del ragazzo, Evan decide di regalare loro un ritratto luminoso e inaspettato di Connor, seppur a lui sconosciuto; inventa così la storia di un’amicizia solidale, per lenire le cicatrici di genitori e compagni di scuola lacerati da un gesto incomprensibile, che non trova alcuna giustificazione. Ma le bugie non sono mai un bene, anche se nascono con le migliori intenzioni, e alla fine la verità fa il suo corso…
Terreno piuttosto scivoloso quello scelto da Stephen Chbosky, il disagio giovanile, che però riesce a gestire con prudenza e rispetto, alleggerendone i toni anche con l’irruzione di sequenze da musical. “Caro Evan Hansen” si configura dunque come il viaggio di un giovane attraverso paure e dolore, un tragitto che lo conduce alla maturità e al coraggio della verità, quella verità che alla fine rende liberi. Un’opera che parte su note drammatiche, che si fa quasi fatica ad accettare, per virare poi nel corso della narrazione sui sentieri del racconto educational, che abbraccia in ultimo riscatto e fiducia nel domani. Dal punto di vista pastorale “Caro Evan Hansen” è consigliabile, problematico e adatto per dibattiti.