• on Novembre 2, 2022

Due novembre: mons. Marcianò (Ordinario militare), “anche i morti in guerra hanno un volto”

Da qualunque prospettiva la si guardi, la guerra rimane “inutile strage”. Tutto lo grida, specie quella morte che, della crudeltà della guerra, è testimonianza inequivocabile e sembra confermare quanto diceva don Tonino Bello: i conflitti e tutte le guerre “trovano la loro radice nella dissolvenza dei volti”. Volti cancellati, vittime dell’ingiustizia e della guerra.

Come, infatti, si potrebbe uccidere qualcuno nel cui volto vedi l’umanità, intuisci storia e affetti, paure e lacrime… un uomo, un fratello?

Bisogna che il volto si dissolva. Ma anche i morti in guerra hanno un volto.

Un tempo era soprattutto il volto dei soldati, spesso mandati al fronte in modo coatto e inconsapevole, come molti contadini o poveri inviati a combattere nelle trincee della prima guerra mondiale, conflitto che ha provocato tra 15 e 17 milioni di morti: un numero imprecisato, si dice, altro aspetto della “dissolvenza dei volti” di coloro dei quali non si è trovato più il corpo, non si conosceva neppure il nome…

Nelle guerre più recenti la “dissolvenza dei volti” è forse più marcata e i morti sono più spesso vittime inconsapevoli e deboli: accanto ai militari, tanti, troppi volti di bambini uccisi in famiglia o a scuola, di malati rimasti in ospedali bombardati, di anziani soppressi in casa, di uomini e donne colpiti nella quotidianità… dal 24 febbraio al 18 ottobre, le vittime “civili” dell’attuale guerra in Ucraina sono state 6.300, e tra questi almeno 397 bambini, ha dichiarato il capo degli affari politici dell’Onu. E poi i nuovi martiri uccisi in odio alla fede, coloro che muoiono per la fame e la povertà che la guerra provoca o nel tentativo di fuggire lasciando la propria terra… Volti, non numeri!

Russian invasion of Ukraine

(Foto ANSA/Sir)

Così, si consumano innumerevoli stragi, senza rispetto della legislazione internazionale, volontà di mediazione, cura dei diritti umani solennemente proclamati dopo la seconda guerra mondiale, quando i crimini contro l’umanità andarono ben oltre le vicende belliche, registrando stragi assurde che l’umanità di oggi pensava di aver lasciato ormai solo ai libri di storia.

Nella guerra, nei conflitti, nella violenza, ogni uccisione è “inutile strage”. Per questo, non esiste la “guerra giusta”. Per questo, nella guerra ci sono morti anche tra coloro che cercano di fermarla.

Penso a quanti perdono la vita per assicurare il “dovere di proteggere”, ben conosciuto dai militari italiani, oggi impegnati in tante Missioni Internazionali per difendere vite umane, specie le più piccole e fragili, e arginare il potere distruttivo dell’ingiusto aggressore sull’uomo e l’ambiente.

La storia narra di alcuni di loro che hanno offerto la vita con eroica carità. Tutti ricordiamo Salvo D’Acquisto, il carabiniere che, per evitare la condanna a morte di altre persone ingiustamente accusate, si offrì per essere fucilato dai militari tedeschi nel 1943. Forse meno conosciuto il beato Teresio Olivelli, un giovane alpino che revocò la domanda di rinvio del servizio militare, cui aveva diritto come universitario e, in seguito, ne rifiutò l’esonero, finendo con il donare la vita per far da scudo a un compagno, nel campo di concentramento dove era stato deportato dopo il rientro dalla campagna di Russia e dove aveva svolto un’opera di consolazione ed evangelizzazione. Infine, la morte cruenta e prematura del beato don Secondo Pollo, il quale, come altri presbiteri del tempo, aveva chiesto di diventare cappellano militare per seguire i suoi giovani nella seconda guerra mondiale e morì colpito da un proiettile mentre soccorreva un ferito.

Morti anche queste ingiuste, come la guerra. Ma morti che accendono piccole luci di amore, speranza, fede, perché sanno “rivendicare, nel luogo della morte, il diritto alla vita”. Si esprimeva così Giovanni Paolo II nell’omelia di canonizzazione di San Massimiliano Kolbe; un uomo nella cui “morte, terribile da un punto di vista umano”, c’era la grandezza della scelta di offrirsi “alla morte per amore”. Come la sua, altre morti diventano “un segno di vittoria… riportata su tutto il sistema del disprezzo e dell’odio verso l’uomo e verso ciò che è divino nell’uomo, vittoria simile a quella che ha riportato il nostro Signore Gesù sul Calvario”.

Sono morti di uomini e donne che, ancora oggi, sacrificano la vita in risposta alla violenza; morti che, anche in guerra, possono vincere sulla guerra, perché sanno vedere dei fratelli, in coloro per i quali si offrono e in ogni uomo. Senza “dissolvenza di volti”.

(*) arcivescovo ordinario militare per l’Italia