• on Giugno 18, 2022

Dopo il Covid-19. Sanità cattolica: in rete per una visione di prossimità

La sanità cattolica fa rete e dopo due anni di pandemia tira le somme, analizza le problematiche, profetizza sulle sfide da affrontare e sulle opportunità da cogliere per farsi prossima. I punti di forza e le criticità della sanità sono emersi nella serata del 15 giugno, nel corso dell’incontro “Prendersi cura ai tempi della tecnoliquidità” svoltosi nell’auditorium del Centro “Santa Maria della Pace” della Fondazione Don Carlo Gnocchi.

Innanzitutto, si guarda con attenzione al Pnrr auspicando che “i fondi siano spesi bene e soprattutto che siano strutturali. I tagli degli ultimi 20 anni non hanno aiutato”, ha affermato don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale della pastorale della salute della Cei. Per difendere la vocazione universale del servizio sanitario nazionale è necessario, quindi, rendere efficaci le risorse economiche “tagliando lì dove ci sono gli sprechi e sviluppando nuovi modelli di sanità territoriale”, ha rimarcato il sacerdote. Ma c’è un’altra carenza che suscita “grande preoccupazione” ed è quella del personale. È necessario formare nuovi professionisti, dagli infermieri agli specialisti, creando “le condizioni affinché i giovani possano accedere alle università”. Parlando di formazione don Massimo ha fatto riferimento solo alla preparazione tecnica ma anche a “quella umana mancata negli ultimi anni. Bisogna partire dalla dimensione umana”. Tracciando l’identikit di come dovrebbe essere la sanità cattolica Angelelli ha messo al primo posto l’importanza di “convergere su obiettivi comuni”. Non trascurabili i fattori di “trasparenza e onestà per accedere a modelli qualitativamente elevati”. Per rispondere alla sua vocazione cattolica deve essere “capace di mettersi al servizio dell’umanità per dare testimonianza di una particolare attenzione”. “Tecnoliquidità” è il termine coniato da Tonino Cantelmi, psichiatra e presidente della sezione di Roma dell’Associazione Medici cattolici italiani, e nasce dalla fusione della liquidità di Bauman con la rivoluzione digitale. Un fenomeno che incide “fortemente nell’ambito della cura – ha spiegato Cantelmi – perché il postmoderno decostruisce i legami. Dobbiamo invece umanizzare la cura per recuperare le relazioni e far sì che il paziente non sia solo una risonanza magnetica. È importante riacquistare l’efficacia dei legami nella malattia”. Se la tecnologia è sicuramente un’arma importante, non ruota tutto intorno ad essa. La profezia della sanità cattolica “si sviluppa non solo nelle grandi tecnologie ma anche in quelle piccole strutture dove l’ammalato è accompagnato, si sente in famiglia, perché tanti operatori ci mettono il cuore” ha aggiunto padre Virginio Bebber, presidente dell’Aris, sottolineando l’importanza di prendersi cura dei pazienti.

Per Giampaolo Pierini, direttore Area Centro Sud della Fondazione Don Gnocchi, la sfida da affrontare in una società “tecnoliquida” è quella di riuscire a “coniugare la prossimità ai valori e alla fedeltà del mandato dei propri fondatori”.

Il carisma dei padri fondatori e il costante legame con Dio, per don Giuseppe Venerito di Uneba, sono fondamentali “per esprimere la passione per l’uomo e coltivare la pazienza e il discernimento, necessari per accogliere le sfide del tempo che stiamo vivendo”.

Guardando al futuro della sanità cattolica, Francesco Cannella, direttore operativo del complesso Don Guanella, ha osservato come sia “fondamentale uscire dal materialismo riduzionista in cui è collocata la società, cercando di recuperare l’origine spirituale delle opere sanitarie cattoliche”.