• on marzo 16, 2021

Don Panizza: “Dei nostri nessuno si è scomposto, nella consapevolezza di essere un gruppo che crede in ciò che fa”

La risposta agli atti intimidatori subiti nei giorni scorsi dalla Comunità Progetto Sud è il volto dei sei anziani che vivono nella casa famiglia “Dopo di noi” dell’opera “Pensieri e parole” sorta sul bene confiscato al clan Torcasio.
Negli loro occhi, la gioia di vivere un’esperienza di famiglia. Le giovani operatrici sono un po’ come le mamme, li guidano, li proteggono, li aiutano nelle attività quotidiane.
Quando entriamo, i sei ci accolgono a braccia aperte, ci porgono il braccio a salutarci. Proprio come si fa in questi tempi difficili di emergenza sanitaria. Una di loro ci canta il più famoso brano di Gigliola Cinquetti, un altro ci trascina direttamente “nella mia cameretta”, e ci porta ad ammirare la sua collezione di libri di scienze.
Eppure là fuori il clima non è proprio sereno, nonostante il traffico scorra copioso e le attività commerciali proseguano la loro attività.
Diversi gli episodi intimidatori che recentemente hanno colpito la Comunità Progetto Sud. Il fondatore e presidente don Giacomo Panizza, un pioniere dell’accoglienza e dell’impegno sociale sul turbolento territorio lamentino, ci accoglie nella sala Sintonia della Comunità. “Ieri abbiamo fatto il resoconto degli ultimi nove giorni perché stavano accadendo alcune cose, anche al di là di quanto abbiamo comunicato, sulle quali ci sono indagini. In questi giorni, hanno preso di mira i dipendenti, donne e uomini che lavorano da noi. Così, invece di intimorirli attraverso me, hanno fatto direttamente a loro”. A cinque persone sono state letteralmente squarciate le gomme delle macchine, per un totale di sette episodi. “E questo è accaduto in pieno giorno in una strada che è un viavai continuo, una delle arterie principali che portano in città”, aggiunge Maria Pia Tucci, addetta ai rapporti con la stampa della Comunità.
La sala Sintonia, un punto di riferimento per incontri anche di altre associazioni del territorio, si presenta con una grande opera d’arte che ritrae Cristo che dà i pani e la scritta evangelica “Finché ne vollero”, come il titolo di un diario spirituale di don Panizza.
La forza di Progetto Sud è la comunità stessa, la capacità di fare cerchio. “Io lo so dove lavoro, ma non ho paura. Anzi ci hanno lasciato stare per troppo tempo. Ora la situazione pare si stia scaldando di nuovo”. Parole e pensieri di una delle dipendenti colpite. “Devo dire che, anche dopo questi episodi, io vengo a lavorare, anzi, lo faccio con ancora più voglia perché sento di dover dare qualcosa a loro (indica gli ospiti della Casa famiglia, ndr), alle persone che sono accolte. A noi questi atti che riceviamo non ci possono toccare troppo, perché la nostra attività deve continuare”.
Episodi anche di una certa gravità, quelli accaduti nei giorni scorsi e che ora sono al vaglio degli inquirenti. “La casa confiscata e a noi assegnata su via Bizantini è stata confiscata al clan Torcasio, e questo modo di fare è proprio il loro linguaggio”, spiega don Panizza, il cui telefono suona più volte e l’interlocutore gli dice ‘solidarietà’ per gli episodi avvenuti.
“Cosa c’è dietro non lo sappiamo, perché di solito quando fanno queste cose è perché stiamo realizzando attività nuove”. Comunità Progetto Sud non si ferma mai, infatti. Al via opere in agricoltura, borse lavoro e servizio civile. Il numeroso gruppo guidato da don Panizza parla così, così fa sentire la sua voce, anche quando la gente non riesce a dire “basta”, come ieri, quando “la reazione del quartiere è stata il silenzio”. Eppure – aggiunge Tucci – “dei nostri nessuno si è scomposto, nella consapevolezza di essere un gruppo che crede in ciò che fa”.
L’impegno della Progetto Sud a Lamezia è sotto gli occhi di tutti, e si declina con i nomi di “dignità”, “cambiamento culturale”, “buste paga in regola”, “trasparenza”.
Uno stile diverso da quello dei tagli alle gomme e quant’altro. “Sottomettono la gente – constata don Panizza -. Rispetto a noi, hanno un altro modo di pensare la vita, la politica, la spiritualità, la società”.Per il sacerdote, “il problema è che, catturati i capi dei clan, le nuove leve sono pure più pericolose perché, rispetto ai loro padri e ai loro nonni, sono più brutali e meno portati a negoziare. Qui abbiamo i clan più balordi di Calabria. Sono anche capaci di non toccare nessuno per lunghi periodi, ma di sottomettere tanti imprenditori e negozianti”.

Se non si rema tutti dalla stessa parte, uscirne non è facile.
“Molti non si uniscono nel combattere questi fenomeni perché la paura li fa star bene così. Pensano di essere soli, invece noi stiamo registrando il contrario. Non si è soli” e “anche in questa occasione sentiamo la vicinanza della magistratura, loro sono presentissimi”.
L’immagine che rimane è quella del fiore stilizzato logo della Comunità Progetto Sud, insieme al tiepido sole di una primavera incipiente mentre, tipico della Piana lametina, spira il vento.

Conclude don Panizza: “La vita ti chiama alla speranza. Se sei umano, qualcosa dentro ti dice che vuoi essere libero. Se qualcuno ti sottomette o imbroglia, c’è qualcosa dentro di te che si chiama coscienza, che si chiama valori, che ti dice che quella strada è sbagliata. Anche se tanti fanno così, tu sai che così non si fa. Sì, perché la speranza è legata a tirar fuori da noi le cose profonde che ti dicono che sei grande e non puoi rimpicciolirti sui ricatti, sui guadagni, su modalità da furbetti. Vai in giro a testa alta, vivi, non sopravvivere. La soddisfazione vera non è quella di aver imbrogliato qualcuno o di aver sottomesso Lamezia Terme, ma di aver aiutato qualcuno a crescere”.